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Categoria: Viaggiatore solitario

Sono arrivato ieri a Londra per passare come d’abitudine tre giorni tra gli scaffali della Fiera del Libro Internazionale che qui si svolge ogni anno ad Aprile. Ma, prima ancora di iniziare il mio peregrinar selvaggio tra scaffali di editori e conferenze di autori più o meno celebri, ho avuto un shock emotivo.
Pensavo di star andando semplicemente a cena, e invece avevo un appuntamento con l’ angoscia del tempo che passa, e con un grumo di malinconia che mi aspettava lì a Soho.

Esattamente 365 giorni fa, in questo post raccontavo della mia affezione per il Café Emm, un ristorantino-bettola di Frith Street che era un po’ la mia casa londinese, visto che da quando ho iniziato a frequentare la capitale britannica (e parliamo della metà degli anni ’90) è sempre stato qui che ho scelto di venire a mangiare, con compagnie di amici e ancora più spesso da solo, nei miei viaggi di lavoro.
Ormai ogni volta in cui mi ritrovavo nel centro di Londra non curiosavo nemmeno più nei menù degli altri ristoranti – d’altronde si sa che, al di là delle proprie passioni personali, c’è sempre ben poco da curiosare, quando si tratta di cibo, in Inghilterra. Senza nemmeno bisogno di chiedermi “dov’è che mangio stasera?” camminavo sicuro verso il Café Emm, e mi godevo il mio Chicken Divan o il mio stufatino stile Jane Austen in attesa di andare a teatro, o bevendo un bicchiere insieme a qualcuno dei miei friends.

Ebbene… ieri sera non riuscivo a crederci. Arrivato davanti al civico 17 di Frith Street, pensavo di essermi confuso, di aver sbagliato inavvertitamente strada. Ho fatto il giro del circondario tre volte, preso da una leggera forma d’ansia, e sperando che la mia memoria mi stesse facendo difetto.
Ma ahimé no, era proprio così: il Café Emm non esiste più.

E non c’è niente da fare, io sono un melanconico di natura, ma mi sono sentito come se mi fosse venuto a mancare un amico, un compagno di giovinezza, o come se una piccola, minuscola parte di me si fosse spenta per sempre. Non ho potuto fare a meno di ripercorrere le tante immagini legate ai tavolini avvolti nel buio delle luci basse, rivedere la grossa lavagna con l’elenco dei musical in cartellone, ripensare alle cartoline lasciate sul tavolo con cui si offriva a tutti i clienti, in cambio di un commento e di un indirizzo email lasciato, la possibilità di vincere una cena per due.
Ho rivissuto in pochi minuti tutte le sere passate al mio minitavolino da viaggiatore solitario che chiede sempre “a table for one, please”, ho avvertito ancora una volta il calore dei sorrisi dei camerieri, l’atmosfera accogliente creata dalle candele accese e dalle abat jour a luce soffusa, e mi sono sentito un po’ più vecchiotto del solito. Il mio presente si stava inesorabilmente trasformando in passato, una parte piacevole della mia vita diventava ricordo immateriale, senza più un logo fisico in cui ritrovare se stesso, e la mia giovinezza si faceva oggi un po’ più vintage di ieri.

Sognavo da anni di portarci presto anche il mio compagno David per raccontare a lui – che per problemi di visto non è mai stato nel Regno Unito – un pezzo importantissimo della città straniera che mi appartiene più di qualunque altra, e invece nulla. Il Chicken Divan e la Chocolate Pot rimarranno nelle tante pagine dei taccuini Moleskine che lì dentro ho riempito, e nei miei tanti ricordi, un po’ più belli o un po’ più brutti a seconda dei momenti in cui, per stare in compagnia o per sentirmi un po’ meno solo, varcavo la soglia della vetrina con gli infissi blu.
Goodbye, Café Emm!

Sono arrivato a Glasgow, dove passerò l’intera settimana per uno dei miei viaggi in solitaria per il mondo.
Molti mi dicono che non riuscirebbero mai a partirsene tra sé e sé, e mi chiedono come faccio, a girare in paesi stranieri senza qualcuno accanto.
Non so.. sarà che grazie al cielo (e grazie soprattutto al mio compagno) nella mia vita di ogni giorno mi sento tutt’altro che solo; sarà che quando sono altrove amo sempre fare di testa mia, vedere ciò che mi va, disporre del mio tempo libero come meglio mi aggrada, e in questo il condividere l’esperienza con altri può rappresentare un vero ostacolo, ma ho sempre pensato che, quando ci si sposta per lavoro come avviene nel mio caso, non c’è mai miglior compare di viaggio di se stessi.

Eppure ieri sera, dopo una passeggiate in riva al Fiume Clyde con l’ipod come unico accompagnatore, mi sono ritrovato in una brasserie a spartire la mia onion soup con un dubbio amletico.

La cliente del ristorante seduta nel tavolo di fronte al mio (vedi foto), anch’ella senza qualcuno a tenerle compagnia se non un hamburger di manzo scozzese DOC, aveva deciso di farsi accompagnare a cena fuori da un romanzo, e ha condiviso l’intero pasto con un thriller in edizione paperback.
Così io, che sono un notorio onnivoro di narrativa capace di leggere ovunque, mi sono chiesto se fosse una buona idea, quella di uscire a cena con qualche bravo autore (nel mio caso, si sa, rigorosamente in versione kindle). E dopo aver assaggiato tutti i pro e i contro della questione (con quell’ottimo retrogusto di cipolla e pepe nero), ho deciso che No, la letteratura e il cibo sono due piaceri che non vanno mischiati, si rischia di confondere i sapori, e di non godersi più né l’uno né l’altro.

Insomma continuerò per tutta la settimana ad andare a cena da solo, e a lasciare Maupassant e Philip Roth in albergo, pronti sul letto, in attesa che io, sazio di me stesso, ritorni in camera a cercar la loro compagnia.

Non sono certo un tipo da musei. La mia scarsissima cultura in fatto di arte o storia mi impediscono di apprezzare a fondo capolavori o reperti inscatolati dietro una teca e spiegati da una voce registrata nella guida automatica. Così, nel mio peregrinar ramingo per il mondo, il più delle volte salto tutte le tappe dovute del turista perfetto, e mi perdo in meravigliose visite a luoghi periferici, localacci pop-trash e ritagli di metropoli da cui, spesso, gli stessi autoctoni si tengono alla larga.

Quando sono negli Stati Uniti, per esempio, adoro fare un megastrappo alle rigidissime regole di regime alimentare che mi impongo di routine per respirare tutto l’odore di muffa, salsa barbeque rappresa, e profonda America che trasuda dalle pareti e dai grandi tavoli con sedili-separé che trasuda dai diners open-24-hours.

Colazioni a base di triplice razione di uova, salsicce e patate; cheeseburger che grondano colesterolo; insalate “dietetiche” con condimenti burrosi da seimila calorie; e soprattutto fette di torta, biscotti e brownies salutari quanto una stecca di sigarette fumata in due minuti. Litri di Coca Cola, nuvole di panna ovunque, e biglietti da un dollaro lasciati come mancia alla cameriera che, agitando il suo sederone, cammina avanti e indietro continuando a versare caffè annacquato dentro tazze ancora un po’ sporche di rossetto e tabacco. Insomma un vero paradiso.

Non sono certo un tizio da musei, e io la cultura di un paese preferisco sperimentarla così, dentro scenografie decadenti ma sincere, lontane anni luce dal glamour e dal glitter dei ristoranti a cinque stelle e dalle vie dello shopping.

Ogni metropoli del mondo, da New York a Tokyo ad Amsterdam fino al Cairo, ha la sua strada del cento ridotta a centro commerciale in cui “Visa” non è più un visto per conoscere un paese ma la carta di credito per fare spese e sentirsi vivi. Vetrine uguali identiche in Sudamerica come in Belgio, in Portogallo come a Hong Kong. Per questo, a mio parere,  il vero gusto di una nazione si sente dove il profumo del denaro è coperto dall’odore del cibo che cola grasso. Per questo gli Stati Uniti li conosci meglio in un Tom’s Diner che non sulla Fifth Avenue o in cima all’Empire State Building.

Poco più di due mesi fa ero ad Atene, e camminando per raggiungere il mio hotel in Amalia Avenue mi sono ritrovato nel bel mezzo degli scioperi, tra cassonetti dell’immondizia incendiati, vetrine spaccate e slogan contro il governo. Oggi sono a Denver, Colorado, e per fortuna non ci sono atti di violenza o vandalismo urbano, eppure la parata di protesta che attraversa le strade per provare ad alzare un coro di No ai poteri di politica e finanza è altrettanto forte e impressionante. Schiere di ragazzi marciano pacificamente per le vie del centro desiderosi di mettere bene in mostra i loro cartelli contro quel precariato che sta distruggendo un’intera generazione, e che assai poco promette anche per quelle a venire.

Ora.. o io ho una particolare predisposizione ad andare a ficcarmi in mezzo al casino, oppure nel mondo sta davvero succedendo qualcosa.

Perché ero convinto di essere semplicemente diretto verso il Paramount Cafè sulla 16ma strada a godermi un po’ di sanissimo junk-food, e invece, proprio come il protagonista dell’ultimo romanzo di Stephen King, mi sono ritrovato immerso anima e corpo nel passato.

La voce dei ragazzi che urlavano nei megafoni costruendo frasi in rima subito ripetute dalla folla dei manifestanti, la coinvolgente energia che saliva su da quel gruppo di giovani d’ogni età (due-trecento persone in tutto, sette secondo la questura), la loro voglia di stare uniti e di ribellarsi insieme, senza aggressività ma con tanta rabbia in corpo, e la bellezza scaturita dalla trasformazione del dolore e del senso di umiliazione in un movimento che sogna di distruggere tutto per poi ricostruire da capo, mi hanno ricordato immagini viste sì tante volte, ma sempre e solo nei documentari dell’History Channel: quelle della contestazione della fine degli anni ’60. Così, per un attimo, ho avuto l’impressione di essere anche io parte di un progetto sociale e politico, e di poter avere anch’io una speranza, una speranza di lotta prima ancora che di conquista.

Sembrava davvero di essere di nuovo all’epoca di John Lennon e del “Give peace a chance”, anche se questa volta il nemico numero uno non è più la guerra, ma l’arroganza delle lobbies e la morte della dignità dei lavoratori.

Insomma è stato emozionante, uno spettacolo ancora più intenso e mozzafiato di quello offerto, sullo sfondo, dalle Montagne Rocciose innevate sotto il cielo terso di Novembre. Tenendo una mano sugli occhi per non farsi abbagliare dalla luce accecante di quei cartelli, all’orizzonte, in coda a quel corteo così odoroso di passato, sembrava quasi di vedere il futuro, ed è stata una straordinaria emozione inedita l’accorgersi che, chissà, forse c’è ancora una folle scalata che vale la pena di essere intrapresa.

Nel 1981, in una notte di Novembre, mi apparve in sogno Alberto Camerini (mio idolo musicale all’epoca) predicendomi che un giorno sarei salito sul palco di un grande ed importantissimo teatro americano. Sembrava una vera e propria premonizione, una chiamata del destino, l’epifania di quella che avrebbe potuto rivelarsi come la mia vocazione professionale ed esistenziale. Fu così che iniziai a pensare di dedicarmi alla scrittura di commedie e, a dispetto della mia inesperienza in fatto di spettacolo e di vita in generale, cominciai a buttar giù le prime pièces preparandomi ai futuri successi profetizzatimi dall’arlecchino del pop-rock. «I sogni non mentono mai», pensai sicuro di me e della carriera che mi si preannunciava, «specie quando prendono forma con la faccia di Alberto Camerini». Tronfio cominciai a fantasticare sul mio domani tra Neil Simon e Andrew Lloyd Webber (anche se, a quel tempo, ignoravo chi fosse sia l’uno che l’altro).

Qualcuno potrà pensare che non bisogna mai fidarsi degli oracoli e delle divinazioni, specie di quelle verificatisi durante i sonni infantili, ma questi miei giorni statunitensi mi hanno dimostrato che invece no, Camerini non ha affatto mentito, semplicemente mi ero sbagliato io nell’interpretazione.

La foto che accompagna questo post l’ho scattata ieri dal mio telefono cellulare Samsung, e ritrae i duemilaseicento posti a sedere di uno dei più belli, antichi e prestigiosi teatri del mondo, il Chicago Theatre in State Street. Solo che io non l’ho scattata durante le prove della versione americana di una delle mie opere ma, in maniera molto più ordinaria, durante una visita guidata alle meraviglie dell’edificio, aperta non solo ai drammaturghi geni come il sottoscritto ma a qualunque comune mortale disposto a pagare i dodici dollari del biglietto d’ingresso ai tour settimanali.

Insomma Camerini aveva detto il vero, limitandosi a prevedere che sarei salito su un palco prestigiosissimo. Si era dimenticato di precisare che l’avrei fatto da turista e non da grande star. E io, ragazzino ambizioso, ho finito col peccare di presunzione.

Che poi per carità, anche così l’emozione è stata enorme, perché se non altro ho avuto la grande fortuna di essere l’unico a decidere di ritagliarsi un’ora tra mezzogiorno e l’una del martedì per immergersi tra i velluti, e dunque ho avuto la guida tutta per me, non ho dovuto subire la deprimente compagnia di altri adepti del viaggio organizzato. Ho insomma potuto fingere di essere davvero una grande personalità dello show business con platea, galleria, buca dell’orchestra e camerini a sua totale disposizione, e per un attimo sognare ancora, a trent’anni di distanza da quella prima visione onirica, di star facendo un giro di ricognizione prima del debutto del mio ultimo capolavoro.

Peccato solo che poi il sipario sia calato, sulla mia visita e su tutti i miei sogni di bambino entusiasta. Mi resta una decina di foto sulla memoria del mio Samsung, il ricordo di quella immensa, meravigliosa platea vista dal palcoscenico, il rumore delle tavole sotto le suole, la puzza di polvere e muffa respirata ne gli squalliducci camerini (stavolta nel senso di stanze per il trucco, non di Alberto) in cui passarono, tra gli altri, Frank Sinatra, Julie Andrews, Prince, Liza Minnelli e Dean Martin. Mi resta l’emozione di quello straordinario teatro vuoto tutto per me, e la bella consolazione che ogni tanto i sogni, anche se solo a metà, si avverano.