"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Categoria: Viaggiatore solitario

Miami Beach Outside in by Andrew Roy ThackerayDi passaggio a Miami, ho cercato di vincere gli stupidi preconcetti da turista che, per darsi un tono, gira alla larga da qualunque attività confezionata per croceristi o famigliole da catalogo Valtour e, considerate le poche ore a disposizione, ho ceduto all’indecorosa tentazione di salire su un autobus scoperchiato sightseeing con tanto di guida dalle velleità cabarettistiche. Fedele nelle intenzioni al comportamento standard dello straniero medio, il quale arriva nella città del vizio con l’intento di commettere tutte le nefandezze che mai oserebbe confessare in patria, mi ero ovviamente ripromesso di tenere questo terribile segreto per me stesso, perché non sia mai che la mia reputazione di viaggiatore solitario, indipendente e sempre fuori dagli schemi venisse macchiata dall’infamia di una visita a pacchetto; ma poi il senso di scandalo che provavo verso me stesso è stato superato da quello scaturito nei confronti dei tour operator e dalle loro oscene scelte; quindi, alla fine, ecco che, per denunciare i loro peccati sono più che felice di mettere a nudo anche i miei.

Come gran parte delle visite guidate alle città degli Stati Uniti, anche il giro in double-decker per Miami è un pellegrinaggio attraverso i luoghi sacri dell’entertainment: edifici che sono stati set di film celebri, locali notturni gestiti divi, divetti e divini, luoghi rimasti nell’immaginario collettivo recente in quanto cattedrali della vera cultura globale contemporanea: il gossip.
Scendendo dal mio bus alla fermata di Ocean Drive, ho potuto raggiungere il top della tristezza da turista banale e senza compagnia concedendomi autoscatti davanti agli hotel in cui sono stati girati “Scarface” e “Piume di struzzo”; seduto al tavolo del ristorante di Gloria Estefan in cui Jennifer Lopez conobbe il suo primo marito che lì faceva il cameriere, giusto a pochi passi dalla villa in cui, più o meno nello stesso periodo, Gianni Versace veniva colpito a morte da Andrew Cunanan.
Insomma un trionfo del pop, in una specie di full immersion dentro il patrimonio iconico degli ultimi quarant’anni che poi è quello di cui il nostro DNA si nutrito molto più di quanto non abbia fatto con i veri capolavori della storia dell’arte.

Ebbene.. in tutto questo trionfo di splendori e miserie, di patinato misto a pecoreccio, c’è un imperdonabile omissis che, nel consueto tentativo di salvare le apparenze, sporca la coscienza della proloco made in Florida. Perché, nello sbrodolare l’immenso elenco di pellicole e vip che hanno reso luccicante la città, è ingiusto, incoerente ed offensivo non citare il primo film di enorme successo che, interamente girato in una Miami ancora sconosciuta ai più, ha contribuito a far nascere il mito di questa terra come una delle più calde e spassose del globo: “Gola profonda”.
Quando infatti, nel 1972, il regista Gerard Damiano e la sua troupe finanziata dalla mafia newyorkese decisero di utilizzare Miami come ambientazione per una pellicola destinata a cambiare per sempre la storia del cinema (e non solo quella), scelsero il loro set solo per i bassi costi garantiti da questi luoghi ancora poco affollati, frequentati non da vip ma da hippies, territori giovani per costituzione amministrativa e età dei residenti. Miami non esisteva, per l’immaginario collettivo mondiale, prima di “Deep Throat”, quindi un piccolo tributo viene spontaneo aspettarselo.

Invece niente. Il pullman della City Bus passa per Collins Avenue senza che la guida si preoccupi di far notare che questa è la strada in cui, nei celeberrimi titoli di testa del film, Linda guida la sua auto passando tra palme e grattacieli; si fa tappa nel verdissimo quartiere chic di Coconut Grove ma nessuna visita è programmata per chi volesse magari vedere dal vero la villetta appartenuta al Barone libertino Joseph “Sepy” De Bicske Dobronyi dove venne girata la storica scena della “visita medica” in cui il Dottor Jayson scopre la particolarità fisica della protagonista, e trova il rimedio all’infelicità dei suoi mancati orgasmi. Né, tantomeno, ai turisti paganti è data l’opportunità di passare sul Biscayne Boulevard, allora sede del Voyager Motel, in cui furono girate altre scene-chiave del film.

Insomma, nonostante “Gola profonda” abbia fatto da apripista all’immagine della città come mecca del divertimento e del vizio, dando il via alla sua fortuna economica, Miami sceglie di non pagare il debito di riconoscenza, e lascia “Deep Throat” fuori dai must-see per turisti, perdendo l’occasione di dimostrarsi coerente con la sua fama di capitale del peccato e dimostrandosi, al contrario, medaglia d’oro di bigottismo.

Per fortuna esistono siti web specializzati con tutti gli indirizzi esatti, e il navigatore dell’Iphone per trovarseli da soli, i veri luoghi storici di Miami. Per fortuna la formula del City Bus è quella hop-on/hop-off, che ti permette di salire e scendere quando e dove preferisci. Per fortuna un viaggiatore solitario può trovarseli da sé, i luoghi cult del cinema pornografico e, gira che ti rigira, finire col mandarle a farsi fottere comunque, le moraliste (e quindi amorali) compagnie di visite preconfezionate.

(Andrew Roy Thackeray, "Miami Beach Outside in")

THELONELINESSOFAUTUMN12X16Benissimo. Ora che ho a tutti gli effetti smesso di essere un blogger, posso finalmente sentirmi sgravato di quel senso di responsabilità che mi obbligava a scrivere qualcosa di necessariamente sensato, e controllato, e documentato, come si addice a chiunque abbia dei lettori (o pretenda di averli) e, quindi, non a me.

Se devo pensare a un me letto da qualcuno, non mi vengono certo in mente otto anni di blog, né tanomeno i miei due romanzi editi, ma una decina di taccuini Moleskine persi in giro negli aeroporti, sui treni, in camere d’albergo, (o anche solo dietro quei mobili del salotto che, come è noto, fagocitano e digeriscono in un’altra dimensione spaziotemporale ogni oggetto caduto nel loro territorio), taccuini mai rispeditimi nonostante, ben consapevole della mia inguaribile malattia di smarrire tutto di continuo, mi sia sempre premurato di indicare l’indirizzo di casa nella pagina iniziale a questo preposta, promettendo – visto che il prestampato lo richiedeva – la lauta ricompensa di un abbraccio. Penso a quei taccuini come occasioni di lettura di cose mie da parte di estranei perché, potenzialmente, nel mondo ci sono circa dieci sconosciuti che, in mancanza di meglio da fare nella vita, possono passare lunghe ore seduti sul WC a liberarsi gli intestini mentre sfogliano le mie autoconfessioni più sbracate e intime.

Considerando quindi che affidare i miei segreti a un quaderno non significa garantirmi la privacy e la messa in sicurezza dei miei viaggi (interiori molto più che internazionali), mi sono chiesto quale fosse il posto migliore per continuare a confessarmi e ad autoanalizzarmi salvaguardando l’assoluto riserbo e i miei scheletri nella valigia. E, alla disperata ricerca di un luogo che mi assicurasse protezione e solitudine, ecco che ho trovato la soluzione perfetta: il web!
Sì perché… credo che nessuna realtà garantisca meglio di internet l’eremitaggio e la privatezza. Insomma, si ha la totale certezza di non venir notati depositando le proprie scorie e i propri tesori nello stesso identico luogo in cui chiunque abbandona ogni tipo di detrito – perle preziose o fetide deiezioni; il modo più efficace per eclissarsi è quello di mettersi bene in mostra in un contesto in cui lo fanno anche tutti gli altri.
Senza considerare che, come chiunque, ho da tempo smarrito anche la capacità di scrivere a mano (requisito indispensabile per riempire una Moleskine che, ahimé, non c’è verso di far entrare nella stampante), col risultato che i miei pensieri vanno più svelti e solleticano intuizioni più brillanti se formalizzati dalle dita che battono sulla tastiera.

Solo su internet ho davvero la possibilità di stare solo con me stesso, perché, oramai, appena mi stacco dal monitor del tablet o dello smartphone e per errore i miei occhi incontrano gli occhi di un altro essere digitante, entrambi siamo colti da un ansiogeno senso di invasione, di stupro, di vergogna che invece, sputtanandoci sui social network, avvertiamo come meravigliosa autoaffermazione, spesso addirittura corredata da un’illusione di partecipazione e appartenenza.
Finché userò un post per vomitare dolore, depressione, rabbia, gioia, noia, nessuno si accorgerà di me, confondendomi nella gran babele del rigurgito generale, e i miei scritti segreti buttati online rimarranno perfettamente inediti, anonimi, nudi e liberi. Al contrario, smettendo di comparire correrei il pericolosissimo rischio di attirare l’attenzione di qualcuno che, turbato dalla diversità del mio star fuori, si sentirebbe autorizzato a parlare anche in mia vece, con la mia voce, violentandomi l’individualità, negando la mia esistenza e cannibalizzando la mia anima nella più feroce e disumana delle maniere.

Sono arrivato ieri a Londra per passare come d’abitudine tre giorni tra gli scaffali della Fiera del Libro Internazionale che qui si svolge ogni anno ad Aprile. Ma, prima ancora di iniziare il mio peregrinar selvaggio tra scaffali di editori e conferenze di autori più o meno celebri, ho avuto un shock emotivo.
Pensavo di star andando semplicemente a cena, e invece avevo un appuntamento con l’ angoscia del tempo che passa, e con un grumo di malinconia che mi aspettava lì a Soho.

Esattamente 365 giorni fa, in questo post raccontavo della mia affezione per il Café Emm, un ristorantino-bettola di Frith Street che era un po’ la mia casa londinese, visto che da quando ho iniziato a frequentare la capitale britannica (e parliamo della metà degli anni ’90) è sempre stato qui che ho scelto di venire a mangiare, con compagnie di amici e ancora più spesso da solo, nei miei viaggi di lavoro.
Ormai ogni volta in cui mi ritrovavo nel centro di Londra non curiosavo nemmeno più nei menù degli altri ristoranti – d’altronde si sa che, al di là delle proprie passioni personali, c’è sempre ben poco da curiosare, quando si tratta di cibo, in Inghilterra. Senza nemmeno bisogno di chiedermi “dov’è che mangio stasera?” camminavo sicuro verso il Café Emm, e mi godevo il mio Chicken Divan o il mio stufatino stile Jane Austen in attesa di andare a teatro, o bevendo un bicchiere insieme a qualcuno dei miei friends.

Ebbene… ieri sera non riuscivo a crederci. Arrivato davanti al civico 17 di Frith Street, pensavo di essermi confuso, di aver sbagliato inavvertitamente strada. Ho fatto il giro del circondario tre volte, preso da una leggera forma d’ansia, e sperando che la mia memoria mi stesse facendo difetto.
Ma ahimé no, era proprio così: il Café Emm non esiste più.

E non c’è niente da fare, io sono un melanconico di natura, ma mi sono sentito come se mi fosse venuto a mancare un amico, un compagno di giovinezza, o come se una piccola, minuscola parte di me si fosse spenta per sempre. Non ho potuto fare a meno di ripercorrere le tante immagini legate ai tavolini avvolti nel buio delle luci basse, rivedere la grossa lavagna con l’elenco dei musical in cartellone, ripensare alle cartoline lasciate sul tavolo con cui si offriva a tutti i clienti, in cambio di un commento e di un indirizzo email lasciato, la possibilità di vincere una cena per due.
Ho rivissuto in pochi minuti tutte le sere passate al mio minitavolino da viaggiatore solitario che chiede sempre “a table for one, please”, ho avvertito ancora una volta il calore dei sorrisi dei camerieri, l’atmosfera accogliente creata dalle candele accese e dalle abat jour a luce soffusa, e mi sono sentito un po’ più vecchiotto del solito. Il mio presente si stava inesorabilmente trasformando in passato, una parte piacevole della mia vita diventava ricordo immateriale, senza più un logo fisico in cui ritrovare se stesso, e la mia giovinezza si faceva oggi un po’ più vintage di ieri.

Sognavo da anni di portarci presto anche il mio compagno David per raccontare a lui – che per problemi di visto non è mai stato nel Regno Unito – un pezzo importantissimo della città straniera che mi appartiene più di qualunque altra, e invece nulla. Il Chicken Divan e la Chocolate Pot rimarranno nelle tante pagine dei taccuini Moleskine che lì dentro ho riempito, e nei miei tanti ricordi, un po’ più belli o un po’ più brutti a seconda dei momenti in cui, per stare in compagnia o per sentirmi un po’ meno solo, varcavo la soglia della vetrina con gli infissi blu.
Goodbye, Café Emm!

Sono arrivato a Glasgow, dove passerò l’intera settimana per uno dei miei viaggi in solitaria per il mondo.
Molti mi dicono che non riuscirebbero mai a partirsene tra sé e sé, e mi chiedono come faccio, a girare in paesi stranieri senza qualcuno accanto.
Non so.. sarà che grazie al cielo (e grazie soprattutto al mio compagno) nella mia vita di ogni giorno mi sento tutt’altro che solo; sarà che quando sono altrove amo sempre fare di testa mia, vedere ciò che mi va, disporre del mio tempo libero come meglio mi aggrada, e in questo il condividere l’esperienza con altri può rappresentare un vero ostacolo, ma ho sempre pensato che, quando ci si sposta per lavoro come avviene nel mio caso, non c’è mai miglior compare di viaggio di se stessi.

Eppure ieri sera, dopo una passeggiate in riva al Fiume Clyde con l’ipod come unico accompagnatore, mi sono ritrovato in una brasserie a spartire la mia onion soup con un dubbio amletico.

La cliente del ristorante seduta nel tavolo di fronte al mio (vedi foto), anch’ella senza qualcuno a tenerle compagnia se non un hamburger di manzo scozzese DOC, aveva deciso di farsi accompagnare a cena fuori da un romanzo, e ha condiviso l’intero pasto con un thriller in edizione paperback.
Così io, che sono un notorio onnivoro di narrativa capace di leggere ovunque, mi sono chiesto se fosse una buona idea, quella di uscire a cena con qualche bravo autore (nel mio caso, si sa, rigorosamente in versione kindle). E dopo aver assaggiato tutti i pro e i contro della questione (con quell’ottimo retrogusto di cipolla e pepe nero), ho deciso che No, la letteratura e il cibo sono due piaceri che non vanno mischiati, si rischia di confondere i sapori, e di non godersi più né l’uno né l’altro.

Insomma continuerò per tutta la settimana ad andare a cena da solo, e a lasciare Maupassant e Philip Roth in albergo, pronti sul letto, in attesa che io, sazio di me stesso, ritorni in camera a cercar la loro compagnia.

Non sono certo un tipo da musei. La mia scarsissima cultura in fatto di arte o storia mi impediscono di apprezzare a fondo capolavori o reperti inscatolati dietro una teca e spiegati da una voce registrata nella guida automatica. Così, nel mio peregrinar ramingo per il mondo, il più delle volte salto tutte le tappe dovute del turista perfetto, e mi perdo in meravigliose visite a luoghi periferici, localacci pop-trash e ritagli di metropoli da cui, spesso, gli stessi autoctoni si tengono alla larga.

Quando sono negli Stati Uniti, per esempio, adoro fare un megastrappo alle rigidissime regole di regime alimentare che mi impongo di routine per respirare tutto l’odore di muffa, salsa barbeque rappresa, e profonda America che trasuda dalle pareti e dai grandi tavoli con sedili-separé che trasuda dai diners open-24-hours.

Colazioni a base di triplice razione di uova, salsicce e patate; cheeseburger che grondano colesterolo; insalate “dietetiche” con condimenti burrosi da seimila calorie; e soprattutto fette di torta, biscotti e brownies salutari quanto una stecca di sigarette fumata in due minuti. Litri di Coca Cola, nuvole di panna ovunque, e biglietti da un dollaro lasciati come mancia alla cameriera che, agitando il suo sederone, cammina avanti e indietro continuando a versare caffè annacquato dentro tazze ancora un po’ sporche di rossetto e tabacco. Insomma un vero paradiso.

Non sono certo un tizio da musei, e io la cultura di un paese preferisco sperimentarla così, dentro scenografie decadenti ma sincere, lontane anni luce dal glamour e dal glitter dei ristoranti a cinque stelle e dalle vie dello shopping.

Ogni metropoli del mondo, da New York a Tokyo ad Amsterdam fino al Cairo, ha la sua strada del cento ridotta a centro commerciale in cui “Visa” non è più un visto per conoscere un paese ma la carta di credito per fare spese e sentirsi vivi. Vetrine uguali identiche in Sudamerica come in Belgio, in Portogallo come a Hong Kong. Per questo, a mio parere,  il vero gusto di una nazione si sente dove il profumo del denaro è coperto dall’odore del cibo che cola grasso. Per questo gli Stati Uniti li conosci meglio in un Tom’s Diner che non sulla Fifth Avenue o in cima all’Empire State Building.


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