"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Categoria: Salse Miste

Bevetevi un bel romanzo. O un saggio, o una poesia. Sì perché… secondo quanto dichiarato al Salone del Libro da Vincenzo Russi, direttore generale del Cefriel, il futuro dell’editoria starà nella creazione di prodotti fluidi, mutevoli ed adattabili alle esigenze del pubblico. Un libro che potrà cambiare forma a seconda del supporto in cui verrà utilizzato, e il cui utilizzatore finale (ormai è obsoleto anche parlare di lettore) sarà parte attiva.

Sono da sempre un sostenitore dell’innovazione e della tecnologia, ho più volte pubblicato su questo blog apologie dell’ebook e delle possibilità da esso offerte. Ma adesso comincio anche ad avere un po’ di timore. Perché se da un lato la rivoluzione digitale aumenta per tutti le possibilità, dall’altro rischia di mettere a repentaglio una caratteristica che, da secoli, è l’ingrediente-base dell’essenza dello scrittore, vale a dire la sua sacrosanta, fondamentale solitudine.
Sì perché.. è indubbio che gli uomini di lettere che più hanno contribuito a far evolvere la cultura e che meglio hanno saputo interpretare la società per aiutarla a modificarsi sono stati quelli che riuscivano a osservarla dall’interno senza farsene però contaminare.
Lo scrittore è l’uomo che guarda il mondo che lo circonda e poi lo racconta per le reazioni che esso gli suscita, e fa tutto ciò senza minimamente preoccuparsi dei commenti altrui né, tantomeno, dell’eventuale consenso raccolto.

Se insomma il libro diventa liquido, multimediale, interattivo, si rischia di perdere l’idea di bene totalmente soggettivo e soggettivamente sincero. Il lavoro d’equipe necessario per la realizzazione di una storia che si possa sì leggere, ma anche ascoltare, vedere, magari modificare in base al proprio gusto darebbe il colpo di grazia all’indipendenza dello scrittore, e in più renderebbe il social sovrano assoluto, distruggendo la peculiarità dell’individuo, che dovrebbe invece essere la vera grande meraviglia del nostro essere uomini e donne.

Non voglio insomma un romanzo o un saggio in cui poter continuamente cliccare “Mi piace” o aggiungere commenti che mi facciano sentire protagonista; non lo voglio perché crederci tutti legittimati a stare sempre sotto i riflettori, per paradosso, ci rende infinitamente più invisibili e isolati.
Voglio qualcuno che mi racconti il suo punto di vista, il suo mondo, le sue reazioni emotive a ciò che accade. Voglio sentirmi libero di essere d’accordo o contrario senza però avere la stupida illusione di poter ogni volta dire anche la mia.
Insomma non voglio sempre partecipare.
Voglio anche essere costretto ad ascoltare senza che mi sia data la libertà di alzare ogni volta la mano per aprire il mio becco mettendomi sullo stesso piano di chi sta parlando.
Voglio, al limite, potermi alzare ed andarmene in silenzio senza che nessuno si accorga della mia dipartita, senza sentire tutte le volte il bisogno di far casino con le sedie perché il rumore da me provocato sia più forte della parola altrui.
Voglio fare delle scelte personali, avere delle idee, delle emozioni, delle gioie e dei dolori senza che queste diventino necessariamente una piazza in cui tutti dicono la loro e nessuno ascolta più nulla.

I blog, facebook, twitter e tutti gli altri social network sono la forma più contemporanea e trendy di cronaca diaristica. Sui nostri profili pubblici raccontiamo la nostra vita, le relazioni, i vari modi in cui trascorriamo il tempo. E il luogo comune vuole che tutto questo abbia portato alla morte della privacy, alla condivisione dell’intimità, ma io non ci credo mica. A mio parere, il primo grande (e terribile) effetto che la digitalizzazione del sé ha causato è stata la scomparsa dei segreti.

Buona parte di coloro che oggi hanno un blog o postano costantemente le loro esperienze e le loro emozioni in luoghi d’incontro virtuale (sottoscritto incluso), prima che tutto ciò fosse possibile erano abituati a tenere un diario, o una qualche altra forma di memoria storica con cui appagare quel naturale, umano desiderio che abbiamo tutti di conservare noi stessi attraverso la registrazione dei fatti e delle reazioni che essi ci hanno scatenato. Adesso il racconto personale si è trasferito in digitale, ed è diventato pubblico, di immediata fruizione per amici, conoscenti e sconosciuti. Così è inevitabile che dalle proprie pagine personali scompaiano tutte le componenti che ci causano vergogna, imbarazzo, paura, vale a dire tutti quei lati nascosti e inconfessabili che, invece, del diario erano la componente essenziale.

Una volta, insomma, parlare a un quaderno intimo costituiva il modo migliore per liberarsi dai pesi e allo stesso tempo fare una qualche forma di percorso interiore. Adesso, invece, spendendo su Facebook e cugini vari le energie prima dedicate all’autoconfessione, va a finire che inneschiamo il meccanismo opposto, vale a dire che più ci mettiamo in mostra nelle nostre componenti socialmente accettabili, piacevoli e “simpa”, più ci allontaniamo da quella parte di noi che, invece, sarebbe la più degna di essere esplorata.

Un uomo e una donna senza segreti, senza inconscio, senza sentimenti sgradevoli e angoli del carattere repellenti perdono la più grossa fetta della loro componente umana, diventano gradevolissimi manichini da vetrina senza più una vera interiorità.
E, che ce ne si accorga o meno, tutto ciò che non è almeno un lato oscuro e magari poco lineare, non è nemmeno granché interessante.

In una delle sue folgoranti interviste televisive (scovata sull’onnipotente, ahimé imprescindibile Youtube), Pier Paolo Pasolini rispondeva alla domanda “Che senso attribuisce ancora alla funzione dello scrittore?” con queste testuali parole:
«Mah.. senso.. nessuno. Mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad esser scrittore per forza di inerzia, per abitudine. Ho cominciato a scrivere poesie a sette anni e mezzo, e non mi son chiesto perché lo facessi. Ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia e tutta l’adolescenza ed eccomi qui a scrivere ancora. Quindi l’unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine a esprimersi, come c’è l’abitudine di mangiare o di dormire.»

E a me sembra che, più si passeggia in mezzo alle tonnellate di novità da una botta e via che ogni settimana arrivano in libreria, più si frequentano gli uffici degli editor responsabili di collana, più non si può far altro che dar ragione a Pasolini, e rendersi conto che il vero senso dello scrivere è completamente staccato da quello di essere poi letti o, ancora peggio, commercializzati.

Questa settimana ha fatto scalpore e suscitato indignazione il “Festival dell’Inedito” una manfestazione “letteraria” in cui ai tre quarti di italiani che hanno un romanzo nel cassetto veniva offerta la possibilità di leggere in pubblico e davanti a una giuria di esperti il loro capolavoro, previo pagamento di una quota di iscrizione di centotrentaeuro più IVA.
Autori, editori e enti pubblici hanno ritirato la loro adesione al progetto come se, di punto in bianco, avessero scoperto che non si trattava di una nobile operazione culturale ma di mero meretricio. E fa strano pensare che a dissociarsi dal progetto siano state le stesse case editrici (Rizzoli, Mondadori) che poi rifiutano gli inediti perché “non hanno un mercato”.

Personalmente ritengo non ci sia niente di strano, né di poco etico, a chiedere dei soldi a chi vuole mettere in mostra la propria presunta arte. Al contrario, mi sembra piuttosto naturale che, in una nazione in cui tutti si sentono meritevoli di emergere grazie al loro talent, qualcuno provi a trarre profitto da una mania collettiva che, tolto il denaro che essa può fruttare, non ha nient’altro di interessante.
Dovrebbero essere gli autori inediti, casomai, a rifiutarsi di pagare pur di avere qualcuno che li ascolti. Poi se un cliente ama credere che la prostituta goda davvero durante la prestazione sessuale, quella che finge non è certo lei, e quindi il dito non va mai puntato contro chi vende un bene inutile e mendace quanto, casomai, contro chi lo compra e costituisce il vero motore dell’inganno.

Tornando a Pasolini, quando la scrittura pretende di avere un senso, e magari anche un valore pubblicamente riconosciuto, allora è inevitabile che, considerati i parametri fondanti della società contemporanea, abbia anche un prezzo, per chi vuole usufruirne e – perché no? – per chi vuole esserne protagonista dal palcoscenico.

L’essere riconosciuti come “bravi” non centra nulla con la scrittura, ha solo a che fare con il bisogno di sentirsi vivi e partecipanti. Però che male c’è se, a tale fine, si è disposti a versare un contributo economico? Si può acquistare tutto, di questi tempi in cui il tendere alla prostituzione non è certo un inedito; ogni tipo di esperienza è disponibile in mercato. Non vedo perché non si dovrebbe vendere anche uno spazio in cui uno – povero lui! – possa comprarsi l’illusione di avere davvero qualcosa di interessante da dire.

Ho passato gli ultimi vent’anni della mia vita – che poi corrispondono a più della metà di essa – chino su una pagina da leggere o da scrivere, investendo la maggior parte delle mie energie e del mio tempo libero nello studio e nell’esercizio della buona scrittura.
Due romanzi e una manciata di racconti editi, milletrecentotrentasette post di questo blog, valanghe di agende moleskine con diari personali e cronache di viaggio, un numero impressionante di lettere e email private, nonché infiniti paragrafi di varia natura rimasti a metà. Quattro intere librerie Billy Ikea riempiete e svuotate e ririempite e risvuotate con volumi diversi almeno una decina di volte.

Cosa ne ho ricavato? Tanta competenza in fatto di narrativa, certo, e una buona padronanza lessicale, nonché la capacità di mettere nero su bianco in pochissimi minuti una frase pulita, chiara e con tutte le virgole a posto. Ma anche un dolore cervicale atroce, la schiena un po’ ingobbita e completamente incriccata, i tendini di tutto il corpo che, se solo provo a toccarmi appena sotto le ginocchia con la punta delle dita, mi fanno gridare di dolore come se una strega mi stesse facendo un voodoo conficcandomi migliaia di spilli nei muscoli.

Insomma avrei bisogno di sciogliermi un po’.
Ma non ci riesco a fare stretching sui morbidi, comodissimi ergonomici cuscini creati ad hoc e resi disponibili dall’esclusivo centro “Io Fitness” in cui vado a far finta di allenarmi due/tre sere a settimana. Vedermi così impedito, assalamato, e rigido mi fa causa un terribile imbarazzo, nel luogo pubblico di una sala pesi in cui tutti sembrano essere solidissimi, super slegati, e in perfetta armonia col loro statuario corpo a base di aminoacidi ramificati ed altri integratori gonfiapettorali.
Sogno piuttosto sedute di terapia di allungamento su un lettino, con un’insegnante (con o senza apostrofo) che mi si dedichi senza farmi sentire il protagonista di un episodio di Fantozzi, che mi aiuti a vincere le tensioni muscolari e quelle psicologiche e a prendere maggiore confidenza con parti del corpo che neanche so di avere.

E non potendo certo permettermi i 40-50 euro l’ora una-due volte la settimana necessari per questi trattamenti personalizzati, in conformità col fatto che, vista la disoccupazione crescente, presto ci ritroveremo tutti senza un reddito e riscopriremo la potenza commerciale del baratto, sogno di scambiare le lezioni di stretching con la mia esperienza in fatto di scrittura, e di incontrare magari qualcuno disposto a prendersi cura del mio corpo perché io mi prenda, di rimando, cura della sua mente, raccontandogli le storie che ho letto e amato, trasmettendogli quel po’ di bagaglio culturale che ho acquisito e magari, nel caso ce ne fosse bisogno, insegnandogli/le a mettere insieme una frase di senso compiuto su un social network senza che questa contenga K sostitutive di CH, errori di ortografia o astrusità di senso che ne impediscano la comprensione agli eventuali lettori.

E’ solo un sogno, una fantasia, ma mi piace pensare che si possa, anche senza spendere un soldo, incrociare competenze diverse per riuscire ad allungare tutti i propri orizzonti.

Fabio Fazio dice il vero quando, chiudendo la puntata domenicale di “Che tempo che fa”, ricorda l’imminente scadenza del pagamento per il canone RAI e commenta affermando che centododici euro non sono poi tanti.
Effettivamente il suo ragionamento non fa una piega: sono sicuro che, per lui, centododici euro rappresentino una cifra risibile, e comunque meritevole di essere pagata, specie se si considera che su quei centododici euro ha costruito il proprio benessere.

Più interessante che ascoltare il suo parere personale, però, sarebbe stato aprire il dibattito e sentire anche punti di vista diversi. Confrontare il giudizio del conduttore con il pensiero delle centinaia di migliaia di italiani che stanno perdendo il loro lavoro, o dei giovani che non ne hanno mai trovato uno. Intavolare un confronto per conoscere il parere di chi magari crede possa non valere la pena, di spendere una cifra che è sì ridotta, ma che ormai ha iniziato ad avere un peso specifico enorme nella contabilità mensile di moltissime famiglie.

Centododici euro.
112.
Proprio come il celebre numero di telefono breve che si compone sulla tastiera per denunciare furti, ingiustizie e soprusi.

Tra l’altro, l’ironia della sorte ha voluto che, a casa mia, il promo fazioso andasse in onda proprio quando, complice un po’ di naturale maltempo di Gennaio, il tecnologicissimo sistema di trasmissione in digitale terrestre faceva squadrettare tutta l’immagine, e sparava dei terribili fischi a volume assordante. Roba che ai tempi di mia nonna e del retrogado bianco e nero catodico non succedeva mai.
Insomma… se anche avessi condiviso l’opinione secondo cui centododici euro non sono poi tanti, avrei subito dovuto cambiare idea davanti a quello schifo di segnale audiovideo, perché persino pochi centesimi sono malspesi, quando retribuiscono un disservizio.

Sia chiaro: non mi accoderò mai alle campagne populiste contro il pagamento dell’abbonamento RAI, e anche quest’anno, come in tutta la mia vita di contribuente, verserò ogni singolo spicciolo dovuto all’erario (anche se oramai guardo i programmi della tv cinque sere all’anno, e solo in occasione del Festival di Sanremo).
Ma certo non posso esimermi dall’evidenziare quanto il prezzo più alto che si paga adempiendo ai propri doveri di cittadino onesto non siano tanto i centododici euro, quanto quel brutto, triste sospetto che ti rimane addosso, e cioè la netta sensazione di essere stato preso per il culo. Da Fabio Fazio e da tutti gli altri.

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