"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Categoria: l’ultimo spettacolo

Cinema_Wide_Night by Chris Duncan cutL’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria di molti dei pochi esercizi indipendenti rimasti, e il conseguente accentuarsi dello strapotere dei complessi multisala) mi fa tornare alla mente uno dei miei più ricorrenti sogni proibiti e irrealizzabili: quello di poter un giorno comprarmi e gestire un piccolo Cineclub in cui il film diventi un’occasione di incontro (e magari anche di scontro) per un ristretto gruppo di persone che abbia ancora voglia di sedere al buio accanto a perfetti estranei (magari evitando addirittura di lasciar squillare il telefonino o di commentare ogni battuta ad alta voce come ormai tutti, abituati alla televisione, finiamo col fare).

Feci un timido tentativo qualche anno fa, provando a mettere insieme un gruppo di amici volutamente malassortiti e costruendo un programma di quindici incontri nel salotto di casa mia trasformato per due sere al mese in una sala cinematografica. Battezzai l’esperimento “Il Cineclan”, proprio a voler sottolineare l’intenzione di mischiare settima arte e spirito di gruppo. Speravo di poter così sperimentare anch’io, seppur rivisitata, l’esperienza di quel “Seguirà dibattito” tipica degli anni in cui “il privato era politico”, l’essenza del vivere veniva identificata con l’atto di incontrare gli altri, e la parola “condivisione” non aveva ancora subito la distorsione di significato apportata dai social networks.
Completammo il ciclo previsto dal cartellone, ma alla fine della stagione sentivo che qualcosa non aveva funzionato come mi sarei aspettato. C’era insomma stato il “cine” senza che si fosse creato il “clan”; così l’anno successivo pensai che non valesse la pena ripetere l’esperimento.
Comprai comunque un videoproiettore HD e un maxischermo – sproporzionato rispetto alla metratura della stanza ma perfetto per dare l’impressione di essere davvero in una piccola sala d’essai – però non riuscii più a trovare la voglia e le energie per fare un secondo tentativo. Oggi i film a dimensione gigante me li vedo da solo, e il mio Cineclub ha un sapore incompleto di un gioco giocato a metà.

A dispetto dell’insuccesso, infatti, la fantasia non mi ha abbandonato, e torna più insistente di prima oggi che, andata in pensione la pellicola, mi rendo conto che un Cineclub nel mio salotto non avrebbe poi specifiche tecniche troppo distanti da quelle di un luogo nato per questo. Così mi lascio andare alla fantasia di ospitare in casa mia non più amici selezionati, ma una dozzina di sconosciuti alla volta, avventori ideali per spegnere la luce e lasciare che la proiezione abbia inizio. Nella speranza che questa volta poi il dibattito segua davvero.

Chris Duncan, "Cinema Wide Night"

Ai nostri giorni non fa elegante,per un fintointellettuale come il sottoscritto, parlare di cinematografia pornografica, tantomeno se di genere “all-male”, vale a dire “per soli uomini” proprio nel senso che le fanciulle non sono ammesse né in platea né tantomeno dentro la pellicola.
Ma esattamente quarant’anni fa – nella primavera del 1972 – un film hard core gay ruppe tutti gli equilibri della scena artistica newyorkese, diventando un assoluto must per tutti i maschi e le femmine di alta levatura culturale che volessero darsi un tono da persone “à la page”.

Il luogo comune eterodominante vuole che sia stato “Gola profonda” il primo grande successo destinato a lanciare il vietato-ai-minori come fenomeno di massa, ma la realtà dei fatti è che il celeberrimo film con Linda Lovelace debuttò solo il 12 Giugno 1972, e cioè mentre il vero capostipite del cinema per adulti era già in programmazione da oltre venti settimane.
Il 29 Dicembre del ‘71, infatti, aveva debuttato al 55th Street Playhouse Theater (lo stesso che proiettava le pellicole di Andy Warhol e Paul Morrisey), “Boys in the sand”, vale a dire il primo vero e proprio lungometraggio pornografico omosessuale, firmato da Wakefield Poole, allora stimatissimo ballerino e coreografo di Broadway.

In quel periodo di forte curiosità generale, voglia di esplorare nuovi orizzonti sociali e totale libertà artistica, nessuno si scandalizzò più di tanto; al contrario: si faceva la fila per comprare il biglietto e partecipare a uno degli eventi di cui tutti parlavano.
Fu insomma con quel film (e appunto non con “Deep Throat”, come vorrebbe la leggenda) che l’America inaugurò la breve stagione del porno-chic in cui il sesso a sedici o trentacinque millimetri era considerato arte per intenditori e non squallore per onanisti.
Certo.. viene da sorridere, oggi, vedendo poi come tutto sia degenerato; ma bisogna cercare di immaginare il clima di rivoluzione e libertà che si respirava nell’aria all’inizio degli anni ’70.

Il titolo riecheggiava il celeberrimo film mainstream “The Boys in the Band” (tradotto in italiano come “Festa di compleanno per il caro amico Harold”) amarissima fotografia della realtà omosessuale degli anni ’60, ma Poole si proponeva di presentare un’idea tutta diversa e mai vista prima della vita gay, vale a dire raccontandola come un’esperienza piena di gioia, positività e bellezza.
Abituato a curare i dettagli estetici delle sue mises-en-scene, il regista cercò davvero di confezionare un film d’arte, in cui la visione di sesso esplicito – magari coadiuvata dall’assunzione di una pasticca di LSD – aiutasse gli spettatori a viaggiare all’interno della loro sessualità e dei misteri che essa si porta addosso. E il pubblico del tempo apprezzò moltissimo.

Certo.. rivedere “Boys in the sand” oggi può far sorridere – o annoiare – per le ingenuità e le rozzezze tecniche di cui è imbevuto. Ma a me sembra importante sottolineare come quei ragazzotti – oggi defunti o ottuagenari – spogliandosi davanti alla cinepresa e facendo sesso in spiaggia, abbiano lasciato sulla sabbia, oltre ai loro vestiti, anche l’impronta del primo passo di quello che sarebbe stato il cammino verso il nostro presente di uomini e donne – gay e etero – più sereni e più liberi.

Nel 1981, in una notte di Novembre, mi apparve in sogno Alberto Camerini (mio idolo musicale all’epoca) predicendomi che un giorno sarei salito sul palco di un grande ed importantissimo teatro americano. Sembrava una vera e propria premonizione, una chiamata del destino, l’epifania di quella che avrebbe potuto rivelarsi come la mia vocazione professionale ed esistenziale. Fu così che iniziai a pensare di dedicarmi alla scrittura di commedie e, a dispetto della mia inesperienza in fatto di spettacolo e di vita in generale, cominciai a buttar giù le prime pièces preparandomi ai futuri successi profetizzatimi dall’arlecchino del pop-rock. «I sogni non mentono mai», pensai sicuro di me e della carriera che mi si preannunciava, «specie quando prendono forma con la faccia di Alberto Camerini». Tronfio cominciai a fantasticare sul mio domani tra Neil Simon e Andrew Lloyd Webber (anche se, a quel tempo, ignoravo chi fosse sia l’uno che l’altro).

Qualcuno potrà pensare che non bisogna mai fidarsi degli oracoli e delle divinazioni, specie di quelle verificatisi durante i sonni infantili, ma questi miei giorni statunitensi mi hanno dimostrato che invece no, Camerini non ha affatto mentito, semplicemente mi ero sbagliato io nell’interpretazione.

La foto che accompagna questo post l’ho scattata ieri dal mio telefono cellulare Samsung, e ritrae i duemilaseicento posti a sedere di uno dei più belli, antichi e prestigiosi teatri del mondo, il Chicago Theatre in State Street. Solo che io non l’ho scattata durante le prove della versione americana di una delle mie opere ma, in maniera molto più ordinaria, durante una visita guidata alle meraviglie dell’edificio, aperta non solo ai drammaturghi geni come il sottoscritto ma a qualunque comune mortale disposto a pagare i dodici dollari del biglietto d’ingresso ai tour settimanali.

Insomma Camerini aveva detto il vero, limitandosi a prevedere che sarei salito su un palco prestigiosissimo. Si era dimenticato di precisare che l’avrei fatto da turista e non da grande star. E io, ragazzino ambizioso, ho finito col peccare di presunzione.

Che poi per carità, anche così l’emozione è stata enorme, perché se non altro ho avuto la grande fortuna di essere l’unico a decidere di ritagliarsi un’ora tra mezzogiorno e l’una del martedì per immergersi tra i velluti, e dunque ho avuto la guida tutta per me, non ho dovuto subire la deprimente compagnia di altri adepti del viaggio organizzato. Ho insomma potuto fingere di essere davvero una grande personalità dello show business con platea, galleria, buca dell’orchestra e camerini a sua totale disposizione, e per un attimo sognare ancora, a trent’anni di distanza da quella prima visione onirica, di star facendo un giro di ricognizione prima del debutto del mio ultimo capolavoro.

Peccato solo che poi il sipario sia calato, sulla mia visita e su tutti i miei sogni di bambino entusiasta. Mi resta una decina di foto sulla memoria del mio Samsung, il ricordo di quella immensa, meravigliosa platea vista dal palcoscenico, il rumore delle tavole sotto le suole, la puzza di polvere e muffa respirata ne gli squalliducci camerini (stavolta nel senso di stanze per il trucco, non di Alberto) in cui passarono, tra gli altri, Frank Sinatra, Julie Andrews, Prince, Liza Minnelli e Dean Martin. Mi resta l’emozione di quello straordinario teatro vuoto tutto per me, e la bella consolazione che ogni tanto i sogni, anche se solo a metà, si avverano.

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