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10 June 2014

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Categoria: La Ragazza del Festivalbar

SofaIl grosso problema dello scrivere un romanzo vintage coincide con quello che ne è anche l’aspetto più affascinante, vale a dire l’inevitabile entrare nel tunnel senza fine della ricerca.
Documentarsi su un certo determinato periodo storico che non si è vissuto ma che, nonostante ciò o forse proprio per questo, si vuole raccontare, significa intraprendere la strada per una destinazione che, via via, si sposta sempre più avanti come la linea dell’orizzonte.

Ogni porta aperta su un momento di passato dà accesso a una stanza all’interno della quale è disponibile un’altra mezza dozzina di porte chiuse su altrettanti luoghi da scoprire.
Insomma è un labirinto dal cui, una volta cadutici dentro, può essere assai complicato uscire. Col risultato che si rischia di finire a perdersi in migliaia di risvolti, di dettagli che catturano l’attenzione, trascurando però l’intento iniziale nonché scopo finale: quello di costruire la propria storia.

Ebbene… io al momento sono in piena fase di smarrimento. Accumulo libri da leggere, pubblicazioni d’epoca, oggetti di modernariato più adatti al bidone della spazzatura che non alla scrivania di un romanzo in fieri, dischi e videoregistrazioni, siti web che, continuamente, mi propongono altri link da scoprire risucchiandomi dentro l’abisso di piccolezze fondamentali per me che subisco la fascinazione di tutto ciò che profuma di retrò.

Insomma mi sono accomodato nel passato. E, come sempre accade quando ci si rilassa in una situazione che ci regala un caldo e coccolante torpore, faccio fatica a venirne fuori, ma anzi, completamente assuefatto e dipendente da cultura vintage, entro in astinenza non appena mi trovo costretto a rendermi conto che, volente o nolente, non sto affatto vivendo nel 1976.
Ma è il prezzo da pagare. Sono gli scherzi del lasciarsi andare ai propri richiami della foresta. E’ il rovescio della medaglia un po’ obnubilante di quando si cerca di comprendere meglio la realtà astraendosi da essa e osservandola da fuori.

Quando, più o meno venticinque anni fa, un po’ per istinto naturale un po’ per la ricerca di identità tipica dell’adolescenza, decisi di pensare a me come a “uno che scrive”, l’obiettivo mio e dei miei analoghi era quello di essere pubblicati.
Oggi, in tempi di migliaia di mini case editrici, print-on-demand a go-go ed ebook fai-da-te, gli scribacchini di ogni età, generazione e livello di talento, si prefiggono uno scopo che già a priori è certezza matematica: pubblicare.
Il verbo che identifica l’editoria è insomma passato dalla forma passiva, sinonimo di filtro, di selezione, di qualcuno titolato a valutare che sceglie sulla base di parametri almeno in teoria meritocratici, a quella attiva, equivalente di democrazia dal basso, di indipendenza, di autogestione ma anche, ahimè, di caos totale.

Ancora un po’ di tempo e la confusione sarà assoluta: migliaia di titoli riversati sul mercato ogni giorno, con un vociare delirante di romanzieri intenti solo a promuovere se stessi sui social network alla disperata ricerca di un Like.
Andrà a finire che ognuno di noi avrà almeno un’operina che lui e lui solo considera un capolavoro, recensita con cinque stellette da amici e conoscenti che si sperticheranno in critiche entusiastiche in cambio di una critica entusiastica a cinque stellette di ritorno.
Sempre di più i “grandi romanzieri” saranno coloro in grado di fare del buon marketing di se stessi; sempre di più la qualità del loro lavoro si rivelerà un dettaglio trascurabile.
Oh sì… non è certo una scoperta il fatto che tutti gli scrittori siano dei narcisisti… L’elemento di novità è che però adesso, grazie alla tecnologia, tutti i narcisisti possono essere scrittori.

Questa evoluzione al contrario potrebbe all’apparenza mettere in crisi la motivazione di chi scrive per urgenze differenti da quella di essere visibile e applaudito ad ogni costo; eppure io credo che, invece, chi è romanziere di suo, narratore di per sé, non dovrebbe lasciarsi minimamente  distrarre dal rumoroso  marmaglione di impostori in cerca di un quarto d’ora di letterarietà.

Quando penso a uno scrittore vero, qualcuno che, al di là del proprio talento, senta la creatività come un bisogno di ricerca, di conoscenza di sé e del mondo, un bisogno insomma slegato da quello di applausi e di condivisione obbligatoria, immagino autori che, approfittando delle opportunità offerte dal web, scrivono rispondendo solo ed esclusivamente alla loro esigenza di disvelare la realtà interpretandola secondo il loro punto di vista poi, una volta giunti al termine del lavoro, lo inviano ad un editore, o se lo autopubblicano in digitale, lo lanciano nel disordine ordinato di cento piattaforme, e poi se ne dimenticano del tutto, non curandosi di ciò che accade dopo, degli entusiasmi, delle reazioni contrastanti o dell’assoluta indifferenza conseguenti.
Romanzi come messaggi in bottiglia, scritti per necessità, compiuti nel loro giungere all’ultima pagina, privi di un post, lanciati nel mare magnum del nulla mediatico e poi scordati del tutto in modo che, se poi, per puro caso, magari a distanza di decenni, qualcosa accade, qualcuno entra in contatto, quel singolo, isolato riscontro valga più di mille stupidi, inutili Like.

Gli ultimi giorni d’estate si portano addosso un senso di malinconia e di tempo che passa inesorabile.
“Sto diventando grande, lo sai che non mi va”, cantavano i Righeira in una struggente ballad settembrina che poi, invece, i discografici decisero di trasformare in una sgambettante filastrocca estiva (lasciando la versione slow per il lato B del 45 giri con il chiarificatore titolo “Prima dell’estate” a far intuire quale fosse la versione originaria del pezzo).
Ed effettivamente quando le vacanze si trasformano in un ricordo e tutti torniamo al lavoro, a scuola, alle nostre vite abituali, è un po’ come ritrovarsi all’improvviso meno giovani, più adulti, rituffati controvoglia nelle responsabilità.

Se iTunes e gli altri negozi di musica digitale traboccano di album con i migliori tormentoni dell’estate di ieri e di oggi, curiosamente nessuna casa discografica – nemmeno ai tempi d’oro delle compilation su vinile – ha mai pensato di riunire in un’unica raccolta tutti i brani ideali per lasciarsi piovere addosso qualche lacrimuccia quando arrivano le prime nubi e le fotografie coi sorrisi da spiaggia vengono archiviate.

C’è “Celeste nostalgia” di Riccardo Cocciante (in realtà non immediatamente riconducibile al tema ma passata alla storia per il finale del film “Sapore di mare” dei Fratelli Vanzina). C’è “Un’estate fa” di Mina e dei Delta V. E ci sarebbero anche chicche dimenticate come “L’ultimo ballo d’estate” incisa da Lolita nel 1969, “La fine d’agosto” di Little Tony (’64), o “Quando se ne va l’estate” di Betty Curtis (’59).

Ma soprattutto c’è la capostipite di tutte le hit dedicate al saluto alla spiaggia tipico di queste settimane, e cioè il capolavoro del ballo liscio “Ciao Mare” con cui, nel 1973, l’Orchestra Spettacolo Raoul Casadei fece il botto al Festivalbar scatenando in tutta Italia la febbre del sabato in balera.

Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
anche se c’è tanto freddo
io ti vengo a salutare.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
il ricordo dell’estate
si risveglia nel mio cuore.
Il vento cancella
dalla sabbia i ricordi
ma dal cuore, no il vento non può.

Lo racconta lo stesso Casadei nella sua piacevolissima autobiografia “Bastava un grillo (per farci sognare)” recentemente pubblicata da Piemme: l’intuizione di quel valzerino dalla melodia allegra ma dal testo addolorato gli regalò un successo straordinario, inatteso, e in quegli anni di esterofilia discografica dilagante rappresentò una vera e propria riscossa per la tradizione folk di casa nostra.
“Ciao mare” anticipava di un decennio la più cantautorale “Il mare d’inverno” scritta da Enrico Ruggeri ed affidata alla voce rotta di Loredana Bertè. Ma, con ogni probabilità, la hit del Casadei è stata suonata e cantata molto di più.

Si può magari riderne sotto i baffi o guardarla con uno snobismo ricolmo di stupidi preconcetti fintointellettuali, eppure “Ciao mare” aveva allora e mantiene intatta ancora oggi, a quarant’anni esatti di distanza, l’efficacia emotiva dei racconti semplici ma, a loro modo, perfetti. Probabilmente i migliori per descrivere stati d’animo universali e noti a chiunque come la malinconia di un piovoso giorno di Settembre.

La mia passione smodata e un po’ ossessiva per l’estate, i suoi simboli e le sue colonne sonore pop, nasce nel Luglio 1983, e si radica definitivamente nella mia anima nel Giugno successivo.
Il luogo di questa chiamata vocazionale della mistica in vinile era il marciapiede davanti alla vetrina del negozio di dischi “Le Note” (oggi, ovviamente, chiuso) dove la mia anima ed il mio corpo vennero ammaliati da un canto delle sirene a 33 giri arrangiato dai fratelli La Bionda, e da una mora intenta a prender la tintarella sotto le palme con l’alterità di una pantera da spiaggia.
Sì.. perché… ancora prima di cadere innamorato cotto della Ragazza del Festivalbar che sarebbe rimasta il sogno romantico per il resto della mia vita, con largo anticipo sulla pubertà, ebbi una compilation di turbamenti erotico-discografici pre-adolescenziali che vedevano come protagoniste assolute le cover-girls delle raccolte Mixage.

La prima appunto nell’estate ’83, quando mi pressi una scuffia per la fanciulla con la cuffia – occhi a mandorla e sguardo vitreo – del primo numero della serie. Spalle scoperte a far intuire la nudità del corpo tutto, background ghepardato come nei migliori privé delle balere di Cesenatico dove si cominciava a ballare l’italodisco persino sui divanetti, e soprattutto quel microfono così accostato alle labbra carnose da lasciar intuire performances da vocalist del desiderio. L’album dentro la busta, una volta poggiato sul piatto, suonava le suadenti note di pianoforte di “I like Chopin”, hit delle hit in quell’anno; seguivano i Righeira di “Vamos a la playa” e la versione tarocca di “Dolce vita”. Insomma il sottofondo musicale perfetto per colpire con la freccia  il cuore carico di ormoni di un bambino che già si credeva grande.

Dopo una rapida e insignificante sbandata per la bionda sugli sci della versione invernale del disco, signorina algida e smaccatamente falsa come la versione di “Flashdance – What a feeling” contenuta nel long playing, eccomi l’estate successiva di nuovo lì, davanti alla vetrina di “Le note” a fissare imbambolato l’a-ah-abbronzatissima (sotto i raggi del sole) ragazza immagine di “Mixage 3”. Lei neanche mi degnava di uno sguardo (ma, d’altronde, si comportava nella stessa identica maniera anche con tutti gli altri acquirenti del disco), e io mi struggevo consumando la prima traccia del lato A, quella in cui gli inglesi Masquerade – due baracconi che cantavano vestiti e truccati da mimo – piagnuccolavano insieme a me che, come loro mi sentivo “falling apart, ‘cos I know I’ve lost my Guardian Angel”.
Le altre canzoni incluse nella compilation erano un trionfo di farlocco e posticcio, con tutti i successi di quelle vacanze intrepretati da voci non ufficiali in modo da far risparmiare alla casa discografica i diritti d’autore necessari per l’utilizzo dei brani originali. Così “Self control”, hit sbancaclassifiche che lanciò Raf, sul mio disco era cantata da Staff. Proprio come il successo degli Alphaville “Big in Japan” a me arrivava dalla voce dissenteLica di Stefano Pulga. C’erano di nuovo i fratelli La Bionda, l’onnipresente artista Baby Records Gilbert Montagné, e addirittura si rispolverava dallo scaffale Mal dei Primitives che tirava fuori dalla naftalina un vecchio successo mieloso come “Coming home (Tornerò)”.

Insomma… quella compilation era un vero e proprio schifo, ma io, cotto dall’infatuazione per la signorina alla melatonina sulla copertina, non me ne resi minimamente conto (come tra l’altro accadde a un’enorme quantità di italiani, visto che la compilation, aiutata da un martellamento pubblicitario spaventoso, vendette circa un milione di copie).

Presto le cose cambiarono. Da lì a due estati dopo diventai definitivamente adulto, un uomo maturo: con i miei dodici anni di vita suonati e una trentina di puntine di diamante già consumate mi sentivo pronto per lasciarmi alle spalle le infatuazioni estive per le anonime donne disegnate sulle compilation usa e getta e iniziai la mia relazione seria, profonda, e non a caso destinata a durare trent’anni con la Ragazza del Festivalbar.
Eppure ancora oggi, ogni volta che torna l’estate, mi piace concedermi un momento di nostalgia e ricordare quei miei primi flirt a 33 giri grazie ai quali caddi in questo tunnel della mania della compilation vacanziera che, per quanto tutto ciò possa suonare un po’ assurdo e farlocco come le tracce di Mixage, racconterà per sempre parecchie cose di me.

Quando ero bambino, e l’acquisto di un disco rappresentava un grande avvenimento che coincideva con le ricorrenze importanti dell’anno, un 33 giri o anche un semplice 45 giri assumevano l’importanza sacrale di oggetti-totem. Attorno a quel padellone di plastica nera appoggiato sul piatto ruotavano tutte le mie fantasie di ragazzetto, così andava a finire che un vinile diventava un mondo da conoscere a tutto tondo, un microcosmo su microsolco che bisognava esplorare con l’attenzione di una Giovane Marmotta.
Gira che ti rigira, le canzoni non erano più il solo ingrediente a rendere il disco così interessante e prezioso.

L’etichetta, per esempio, aveva un’importanza fondamentale.
Sapere quale fosse la casa discografica che lanciava un determinato cantante, o che pubblicava una compilation, costitutiva un elemento-base dal quale non si poteva prescindere. Perché portarsi a casa il disco di una major (RCA, EMI, CBS, WEA, CGD) aveva un certo sapore, mentre comprare una produzione di un editore indipendente (Durium, Baby Records, Yep, It e mille altri) ne aveva tutto un altro.
Per i grandi marchi incidevano tutti gli artisti sostenuti da forti investimenti promozionali, quelli che vedevi trattati come ospiti d’onore nelle trasmissioni-tv e che, complice il marketing, un posto nella top 50 di “Sorrisi e Canzoni” se lo sarebbero aggiudicato di sicuro.
Presso le case minori incidevano invece i cantanti derelitti alla disperata ricerca di una loro carriera, ma spesso accadeva che proprio qualche artista prodotto da un’etichetta indipendente facesse il botto e superasse tutti gli altri, tenendo in piedi da solo le sorti dell’intera azienda.

Oh certo… succede la stessa identica cosa anche oggi, con pochissimi players a spartirsi la torta del mercato e migliaia di produttori domestici o poco più che provano a metter su una ciliegina. Non c’è grossa differenza, in questo, tra ieri e oggi.
Eppure qualcosa di diverso, di andato perduto per sempre, purtroppo c’è.
Il cambiamento sta nel fatto che, mentre oggi, con il digitale, scegliamo la musica senza incuriosirci granché se il responsabile della sua immissione sul mercato sia un gigante del mercato o una piccolissima indie, all’epoca del vinile questa distinzione saltava agli occhi già tirando fuori il disco dalla busta di carta: il colore dell’adesivo e il marchio stampato sopra immediatamente davano una riconoscibilità al progetto musicale, e un sapore all’ascolto che cambiava a seconda di quel pezzetto di carta appicciato sopra.
Senza contare che ogni casa discografica aveva la sua linea editoriale ben precisa, e che, ad esempio, se il tuo vinile era marchiato RCA significava probabilmente ascoltare un artista italiano approvato dalla Curia; o se sul giradischi compariva il bimbo col cilindro della Baby Records novantanove su cento era dance fatta in casa da un cantante farlocco che imitava i brani di successo, mentre se il tuo long playing aveva sul il logo della Fonit Cetra non c’erano dubbi: si trattava di un cantante in odore di lottizzazione RAI TV.

Insomma.. come gli intenditori di vino, anche noi amanti della canzonetta davamo un’importanza fondamentale all’etichetta, che riusciva a dirci molto della musica che stavamo per ascoltare ancor prima di aver abbassato il braccetto sulla prima traccia.

Ho sempre adorato studiare le labels: a dodici anni sapevo tantissime cose sulle aziende che dietro ad esse si nascondevano, al punto che uno dei miei giochi preferiti era immaginarmi discografico e creare delle compilations registrando le canzoni dalla radio per poi passare pomeriggi interi a decidere quale editore avrebbe potuto produrre quella mia cassetta pirata.
Per questo oggi mi mancano un po’, le etichette sulla musica che compro. Per questo ha perso parecchio fascino, per me, il gesto di acquistare un disco.
Non essendoci nessuna etichetta appiccicata sopra un file mp3, io, adesso, mentre ascolto una canzone, a che cosa gioco?


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