"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Categoria: Juke Box

Andre Beaulieu, Vintage VinylNegli anni ’80, per il bambino che ero, i dischi erano il regalo di compleanno, di Natale, magari l’eccezionale premio in cambio di qualche performance scolastica particolarmente buona. Potevo insomma scegliere due/tre 33 giri ogni dodici mesi e, per tutti gli altri miei desiderata, limitarmi a sperare che qualche amico più fortunato me ne facesse una copia (sulla stessa audiocassetta continuamente riciclata) o passare pomeriggi interi a ruotare la manopolina della radio in attesa di trovare i brani e registrarli, seppur con una mozzatura all’inizio e una alla fine, quando cioè lo speaker entrava con la voce apposta per sporcare i brani.

Negli anni ’90, diventato adulto e conquistata una mia indipendenza economica, ho compensato le frustrazioni adolescenziali spendendo cifre da capogiro in compact disc senza negarmi più nulla e dando un forte contributo al rallentamento della crisi della discografia internazionale.

Nel primo decennio del 2000 sono stato anch’io un’entusiasta di Napster, di Emule e della pirateria digitale; ho riempito decine di hard disk con le discografie complete di chiunque, finendo poi, frastornato da quelle infinite possibilità gratuite, con l’ascoltare sempre la solita musica (il più delle volte corrispondente con quella contenuta negli album acquistati in precedenza).

Oggi compro tutto su iTunes, ben contento di pagare per qualcosa che potrei con tranquillità avere anche senza spendere un centesimo, perché incapace di liberarmi di quel retropensiero per cui tutto ciò che non mi è costato nulla è automaticamente privo di valore.

E, da feticista del padellone di vinile nero, mi fa piacere vedere che sempre più novità discografiche vengono stampate anche su trentatré giri a beneficio dei puristi del suono analogico, al punto che spesso – quando si tratta di artisti a me particolarmente cari di cui posseggo magari l’intera produzione su supporto fisico – una voce interiore mi spingerebbe a restare coerente alla mia identità di collezionista-conservatore e spendere un bel po’ più di denaro per portarmi a casa la limited edition.
Se non cedo alla tentazione è solo perché poi finisce sempre che qualcosa mi suona stonato, quando vedo girare sul piatto un successo del momento. E’ come se il tempo si mescolasse facendomi perdere le coordinate della mia biografia. Perché ascoltare un album di adesso con la tecnologia di venti o trent’anni fa mi sembra una violenza fatta alla naturale evoluzione del tutto. Il passato è bello quando rimane se stesso, appiccicato a doppia mandata ai ricordi e ad una nostalgica, sana sensazione di perdita; altrimenti si tratta solo di ottuso incaponimento, ostinata negazione dello scorrere delle epoche. Idoli rock/pop di oggi suonati su un supporto di ieri hanno la stessa mancanza di credibilità di una signora agée che continui a vestire la taglia di quando era ragazzina.
Su vinile si può ascoltare il sound degli anni ’60 e ’70, mica Lady Gaga. Avere un’anima vintage e non saper rinunciare al piacere di conservazione dei ricordi significa, se proprio si vuole rivivere quell’emozione  di allora come fosse nuova, acquistare su ebay o, meglio, su una bancarella dell’usato la prima edizione di un disco concepito per quel supporto, non certo spendere cifre da capogiro per una ristampa in vinile 180 grammi, fasulla e tarocca tanto quanto lo è un download pirata, perché ingannevole e fuori tempo massimo.

(Andre Beaulieu, Vintage Vinyl)

Gli ultimi giorni d’estate si portano addosso un senso di malinconia e di tempo che passa inesorabile.
“Sto diventando grande, lo sai che non mi va”, cantavano i Righeira in una struggente ballad settembrina che poi, invece, i discografici decisero di trasformare in una sgambettante filastrocca estiva (lasciando la versione slow per il lato B del 45 giri con il chiarificatore titolo “Prima dell’estate” a far intuire quale fosse la versione originaria del pezzo).
Ed effettivamente quando le vacanze si trasformano in un ricordo e tutti torniamo al lavoro, a scuola, alle nostre vite abituali, è un po’ come ritrovarsi all’improvviso meno giovani, più adulti, rituffati controvoglia nelle responsabilità.

Se iTunes e gli altri negozi di musica digitale traboccano di album con i migliori tormentoni dell’estate di ieri e di oggi, curiosamente nessuna casa discografica – nemmeno ai tempi d’oro delle compilation su vinile – ha mai pensato di riunire in un’unica raccolta tutti i brani ideali per lasciarsi piovere addosso qualche lacrimuccia quando arrivano le prime nubi e le fotografie coi sorrisi da spiaggia vengono archiviate.

C’è “Celeste nostalgia” di Riccardo Cocciante (in realtà non immediatamente riconducibile al tema ma passata alla storia per il finale del film “Sapore di mare” dei Fratelli Vanzina). C’è “Un’estate fa” di Mina e dei Delta V. E ci sarebbero anche chicche dimenticate come “L’ultimo ballo d’estate” incisa da Lolita nel 1969, “La fine d’agosto” di Little Tony (’64), o “Quando se ne va l’estate” di Betty Curtis (’59).

Ma soprattutto c’è la capostipite di tutte le hit dedicate al saluto alla spiaggia tipico di queste settimane, e cioè il capolavoro del ballo liscio “Ciao Mare” con cui, nel 1973, l’Orchestra Spettacolo Raoul Casadei fece il botto al Festivalbar scatenando in tutta Italia la febbre del sabato in balera.

Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
anche se c’è tanto freddo
io ti vengo a salutare.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
il ricordo dell’estate
si risveglia nel mio cuore.
Il vento cancella
dalla sabbia i ricordi
ma dal cuore, no il vento non può.

Lo racconta lo stesso Casadei nella sua piacevolissima autobiografia “Bastava un grillo (per farci sognare)” recentemente pubblicata da Piemme: l’intuizione di quel valzerino dalla melodia allegra ma dal testo addolorato gli regalò un successo straordinario, inatteso, e in quegli anni di esterofilia discografica dilagante rappresentò una vera e propria riscossa per la tradizione folk di casa nostra.
“Ciao mare” anticipava di un decennio la più cantautorale “Il mare d’inverno” scritta da Enrico Ruggeri ed affidata alla voce rotta di Loredana Bertè. Ma, con ogni probabilità, la hit del Casadei è stata suonata e cantata molto di più.

Si può magari riderne sotto i baffi o guardarla con uno snobismo ricolmo di stupidi preconcetti fintointellettuali, eppure “Ciao mare” aveva allora e mantiene intatta ancora oggi, a quarant’anni esatti di distanza, l’efficacia emotiva dei racconti semplici ma, a loro modo, perfetti. Probabilmente i migliori per descrivere stati d’animo universali e noti a chiunque come la malinconia di un piovoso giorno di Settembre.

La mia passione smodata e un po’ ossessiva per l’estate, i suoi simboli e le sue colonne sonore pop, nasce nel Luglio 1983, e si radica definitivamente nella mia anima nel Giugno successivo.
Il luogo di questa chiamata vocazionale della mistica in vinile era il marciapiede davanti alla vetrina del negozio di dischi “Le Note” (oggi, ovviamente, chiuso) dove la mia anima ed il mio corpo vennero ammaliati da un canto delle sirene a 33 giri arrangiato dai fratelli La Bionda, e da una mora intenta a prender la tintarella sotto le palme con l’alterità di una pantera da spiaggia.
Sì.. perché… ancora prima di cadere innamorato cotto della Ragazza del Festivalbar che sarebbe rimasta il sogno romantico per il resto della mia vita, con largo anticipo sulla pubertà, ebbi una compilation di turbamenti erotico-discografici pre-adolescenziali che vedevano come protagoniste assolute le cover-girls delle raccolte Mixage.

La prima appunto nell’estate ’83, quando mi pressi una scuffia per la fanciulla con la cuffia – occhi a mandorla e sguardo vitreo – del primo numero della serie. Spalle scoperte a far intuire la nudità del corpo tutto, background ghepardato come nei migliori privé delle balere di Cesenatico dove si cominciava a ballare l’italodisco persino sui divanetti, e soprattutto quel microfono così accostato alle labbra carnose da lasciar intuire performances da vocalist del desiderio. L’album dentro la busta, una volta poggiato sul piatto, suonava le suadenti note di pianoforte di “I like Chopin”, hit delle hit in quell’anno; seguivano i Righeira di “Vamos a la playa” e la versione tarocca di “Dolce vita”. Insomma il sottofondo musicale perfetto per colpire con la freccia  il cuore carico di ormoni di un bambino che già si credeva grande.

Dopo una rapida e insignificante sbandata per la bionda sugli sci della versione invernale del disco, signorina algida e smaccatamente falsa come la versione di “Flashdance – What a feeling” contenuta nel long playing, eccomi l’estate successiva di nuovo lì, davanti alla vetrina di “Le note” a fissare imbambolato l’a-ah-abbronzatissima (sotto i raggi del sole) ragazza immagine di “Mixage 3”. Lei neanche mi degnava di uno sguardo (ma, d’altronde, si comportava nella stessa identica maniera anche con tutti gli altri acquirenti del disco), e io mi struggevo consumando la prima traccia del lato A, quella in cui gli inglesi Masquerade – due baracconi che cantavano vestiti e truccati da mimo – piagnuccolavano insieme a me che, come loro mi sentivo “falling apart, ‘cos I know I’ve lost my Guardian Angel”.
Le altre canzoni incluse nella compilation erano un trionfo di farlocco e posticcio, con tutti i successi di quelle vacanze intrepretati da voci non ufficiali in modo da far risparmiare alla casa discografica i diritti d’autore necessari per l’utilizzo dei brani originali. Così “Self control”, hit sbancaclassifiche che lanciò Raf, sul mio disco era cantata da Staff. Proprio come il successo degli Alphaville “Big in Japan” a me arrivava dalla voce dissenteLica di Stefano Pulga. C’erano di nuovo i fratelli La Bionda, l’onnipresente artista Baby Records Gilbert Montagné, e addirittura si rispolverava dallo scaffale Mal dei Primitives che tirava fuori dalla naftalina un vecchio successo mieloso come “Coming home (Tornerò)”.

Insomma… quella compilation era un vero e proprio schifo, ma io, cotto dall’infatuazione per la signorina alla melatonina sulla copertina, non me ne resi minimamente conto (come tra l’altro accadde a un’enorme quantità di italiani, visto che la compilation, aiutata da un martellamento pubblicitario spaventoso, vendette circa un milione di copie).

Presto le cose cambiarono. Da lì a due estati dopo diventai definitivamente adulto, un uomo maturo: con i miei dodici anni di vita suonati e una trentina di puntine di diamante già consumate mi sentivo pronto per lasciarmi alle spalle le infatuazioni estive per le anonime donne disegnate sulle compilation usa e getta e iniziai la mia relazione seria, profonda, e non a caso destinata a durare trent’anni con la Ragazza del Festivalbar.
Eppure ancora oggi, ogni volta che torna l’estate, mi piace concedermi un momento di nostalgia e ricordare quei miei primi flirt a 33 giri grazie ai quali caddi in questo tunnel della mania della compilation vacanziera che, per quanto tutto ciò possa suonare un po’ assurdo e farlocco come le tracce di Mixage, racconterà per sempre parecchie cose di me.

Quando ero bambino, e l’acquisto di un disco rappresentava un grande avvenimento che coincideva con le ricorrenze importanti dell’anno, un 33 giri o anche un semplice 45 giri assumevano l’importanza sacrale di oggetti-totem. Attorno a quel padellone di plastica nera appoggiato sul piatto ruotavano tutte le mie fantasie di ragazzetto, così andava a finire che un vinile diventava un mondo da conoscere a tutto tondo, un microcosmo su microsolco che bisognava esplorare con l’attenzione di una Giovane Marmotta.
Gira che ti rigira, le canzoni non erano più il solo ingrediente a rendere il disco così interessante e prezioso.

L’etichetta, per esempio, aveva un’importanza fondamentale.
Sapere quale fosse la casa discografica che lanciava un determinato cantante, o che pubblicava una compilation, costitutiva un elemento-base dal quale non si poteva prescindere. Perché portarsi a casa il disco di una major (RCA, EMI, CBS, WEA, CGD) aveva un certo sapore, mentre comprare una produzione di un editore indipendente (Durium, Baby Records, Yep, It e mille altri) ne aveva tutto un altro.
Per i grandi marchi incidevano tutti gli artisti sostenuti da forti investimenti promozionali, quelli che vedevi trattati come ospiti d’onore nelle trasmissioni-tv e che, complice il marketing, un posto nella top 50 di “Sorrisi e Canzoni” se lo sarebbero aggiudicato di sicuro.
Presso le case minori incidevano invece i cantanti derelitti alla disperata ricerca di una loro carriera, ma spesso accadeva che proprio qualche artista prodotto da un’etichetta indipendente facesse il botto e superasse tutti gli altri, tenendo in piedi da solo le sorti dell’intera azienda.

Oh certo… succede la stessa identica cosa anche oggi, con pochissimi players a spartirsi la torta del mercato e migliaia di produttori domestici o poco più che provano a metter su una ciliegina. Non c’è grossa differenza, in questo, tra ieri e oggi.
Eppure qualcosa di diverso, di andato perduto per sempre, purtroppo c’è.
Il cambiamento sta nel fatto che, mentre oggi, con il digitale, scegliamo la musica senza incuriosirci granché se il responsabile della sua immissione sul mercato sia un gigante del mercato o una piccolissima indie, all’epoca del vinile questa distinzione saltava agli occhi già tirando fuori il disco dalla busta di carta: il colore dell’adesivo e il marchio stampato sopra immediatamente davano una riconoscibilità al progetto musicale, e un sapore all’ascolto che cambiava a seconda di quel pezzetto di carta appicciato sopra.
Senza contare che ogni casa discografica aveva la sua linea editoriale ben precisa, e che, ad esempio, se il tuo vinile era marchiato RCA significava probabilmente ascoltare un artista italiano approvato dalla Curia; o se sul giradischi compariva il bimbo col cilindro della Baby Records novantanove su cento era dance fatta in casa da un cantante farlocco che imitava i brani di successo, mentre se il tuo long playing aveva sul il logo della Fonit Cetra non c’erano dubbi: si trattava di un cantante in odore di lottizzazione RAI TV.

Insomma.. come gli intenditori di vino, anche noi amanti della canzonetta davamo un’importanza fondamentale all’etichetta, che riusciva a dirci molto della musica che stavamo per ascoltare ancor prima di aver abbassato il braccetto sulla prima traccia.

Ho sempre adorato studiare le labels: a dodici anni sapevo tantissime cose sulle aziende che dietro ad esse si nascondevano, al punto che uno dei miei giochi preferiti era immaginarmi discografico e creare delle compilations registrando le canzoni dalla radio per poi passare pomeriggi interi a decidere quale editore avrebbe potuto produrre quella mia cassetta pirata.
Per questo oggi mi mancano un po’, le etichette sulla musica che compro. Per questo ha perso parecchio fascino, per me, il gesto di acquistare un disco.
Non essendoci nessuna etichetta appiccicata sopra un file mp3, io, adesso, mentre ascolto una canzone, a che cosa gioco?

All’inizio degli anni ’70, epoca in qui l’ideologia hippy, il flower-power e le teorie (ma soprattutto le pratiche) sull’amore libero uscirono dalle comuni ed invasero il pensiero mainstream, contaminandosi con la moda, il corpo ed il sesso divennero protagonisti di scenari che li avevano visti rimanere, fino ad allora, dietro le quinte. Le sale cinematografiche furono sommerse da una lunga ondata di commedie sexy e drammi a tinte erotiche, e anche la discografia cercò in qualche modo di adeguarsi.

Fu così che, per la prima volta, le tette comparvero sulle copertine degli LP.

Con le vendite dei 33 giri in calo – già si parlava di crisi del disco, senza neanche poter immaginare la tragedia scritta nei decenni a venire – gli editori pensarono di dare una rinvigorita alle “tirature” rendendo i vinili e i nastri Stereo8 più stuzzicanti grazie a splendide ragazze disinvolte che, con la scusa di promuovere le canzoni da spiaggia, si mostravano nature sulle compilations per l’estate.

In anni in cui ancora la pornografia era difficilmente fruibile, e con un comune senso del pudore ancora troppo alto per permettere sia ai ragazzi che ai signori sopra gli –anta di acquistare “Playboy” nell’edicola sotto casa, l’improvvisa comparsa nei negozi di dischi di questo meraviglioso connubio di pop-e-poppe rappresentò per molti maschi un po’ inibiti un’occasione da non perdere. Ti portavi a casa una donnina con le zinne al vento, ma poi la coscienza tornava tranquilla, gli equilibri venivano ristabiliti, quando, mettendo il disco sul piatto, la voce che usciva dalle casse era quella di Orietta Berti.
Non era poi così inusuale, all’epoca, vedere impianti hi-fi sistemati nelle stanze da bagno, e ragazzini che il Disco per l’Estate ’71 andavano ad ascoltarselo dietro la tranquillità di una porta chiusa a chiave.

Il sassofonista Fausto Papetti e la casa discografica (ne abbiamo già parlato qui) costruirono una vera e propria fortuna sui dischi con le curve e sulla magica commistione di sax & sex: le copertine delle Raccolte di Successi diventarono proverbiali, una vera e propria presenza fissa in tutti gli autogrill delle vacanze. In quegli anni, il sassofono alto era infatti un vero e proprio must nella cultura musicale di migliaia di virilissimi camionisti che sostituirono la donnina nuda appesa alla cabina di guida con quella dentro l’autoradio.

Era un’altra Italia, più bigotta forse, più democristiana, sessualmente ancora repressa e con tanta strada da fare in termini di modernizzazione. Ma ciò non toglie che rivedere oggi quelle ragazze col seno al vento in copertina riesce forse a scatenare un’eccitazione genuina e una decameroniana, appetitosa goliardia delle quali, abituati al porno ovunque, ci siamo dimenticati il piacevolissimo sapore.


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