Un giorno qualunque

17 May 2012

Una volta si diceva “Io non ho nulla contro i gay, ho un sacco di amici gay” (su questa cretineria, per esempio, Gianni Morandi ha costruito l’intero Festival di Sanremo ...

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Il gioco dei ricordi

16 May 2012

E’ vero… si fa fatica a crederlo, eppure la gente si divertiva stando insieme anche prima dell’avvento di Facebook e del mondo digitale. Ci si riuniva comunque, e si passava il ...

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La sacrosanta solitudine dello scrittore

14 May 2012

Bevetevi un bel romanzo. O un saggio, o una poesia. Sì perché… secondo quanto dichiarato al Salone del Libro da Vincenzo Russi, direttore generale del Cefriel, il futuro dell’editoria starà ...

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Obama sarà il mio testimone di nozze

10 May 2012

Quelli che, solo per il fatto di avere un profilo Facebook, amano commentare e cercare di mettersi in mostra facendo sempre i bastian contrari possono continuare a insistere sul fatto ...

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Vivi e selvaggi come 2 Cavalli

9 May 2012

La primavera è ormai definitivamente arrivata, dunque noi di DISCORING siamo pronti ad uscire dagli studi radiofonici in cui siamo rimasti chiusi per tutto l’inverno e concederci qualche scampagnata vintage ...

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Categoria: Juke Box

Nella postfazione a “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Domenico Scarpa, raccontando la scelta dell’autrice di far iniziare la sua saga familiare nel 1900, vale a dire 24 anni prima della sua nascita, spiega come sia naturale il provare curiosità e fascinazione per il periodo storico che ci ha immediatamente preceduti e generati. Volendo capire “chi siamo e da dove veniamo” è insomma piuttosto comprensibile e fisiologica l’attrazione che si prova per quelle decadi che non abbiamo vissuto direttamente ma che ci hanno generati.

Io, infatti, nutro una specie di maniacale, inspiegabile ossessione per tutto ciò che viene dal periodo 1967-1976. Appena posso colleziono oggetti, immagini, memorabilia di ogni genere. Leggo valanghe di libri sul tema, indosso solo abiti rigorosamente originali, ascolto la musica nel juke box anziché utilizzare l’ipod e, per guardare i film, alla modernità dell’home video in HD  preferisco un proiettore super 8. Trascorro dunque ogni giornata nella disperata ricerca di un modo per realizzare il mio sogno impossibile: quello di vivere almeno un giorno in un periodo storico che mi chiama e mi emoziona.

Adesso, per esempio, mi sono messo in testa di scrivere un romanzo ambientato proprio in quell’epoca, e vivo costantemente in una specie di macchina del tempo che mi allontana dal presente e mi spinge ad utilizzare ogni espediente per ricostruire la miscela di atmosfere un po’ figli dei fiori un po’ disco-nights che dettavano legge allora.

E stamattina, mentre girovagavo su ebay controllando il prezzo di alcune locandine di film porno d’annata che mi piacerebbe tanto attaccare sul muro dello studio in cui scrivo, digitando login e password sul profilo del sito mi sono reso conto di quanto io porti un cognome che, a pensarci bene, era già un presagio inequivocabile della mia personalità.
Sì perché.. questo termine che adesso va per la maggiore ed è il top del trendy, “Vintage”, non ha mai trovato una sua traduzione nella nostra lingua che ne renda a dovere il senso inglese, e allora io ho deciso che in Italiano “Vintage” si dice “Vecchiotti”. E dunque è lapalissiano, non ci sono obiezioni possibili… vivere il presente in un giorno di quarant’anni fa è il mio inevitabile destino.

In sette anni di blog, ho sempre scelto di non linkare i video presi da Youtube.
L’avvenimento di oggi vale l’eccezione.

Lucio Dalla – Anna e Marco

Ciao Lucio! E buona traversata per i prossimi Viaggi Organizzati.

..ma sì , è la vita che finisce, 
ma lui non ci pensò poi tanto
anzi, si sentiva già felice
e ricominciò il suo canto.

 

 

In maniera frenetica, caotica e discontinua come da mia abitudine, sto prendendo appunti per un nuovo romanzo che mi piacerebbe ambientare tra l’inizio degli anni ’60 e la fine dei ’70. E’ un lavoro difficile, nuovo per me, perchè comporta il dovermi documentare a fondo su atmosfere, ambienti e modi di pensare che non ho conosciuto. Bisogna leggere libri, vedere film e documentari, girovagare su internet alla ricerca di dettagli apparentemente insigificanti eppure fondamentali, quando si vuole dare profondità ad una scena scritta. Il rischio, però, è spesso quello di finire col non sentirsi mai abbastanza preparati sul tema, continuare quindi ad approfondire, aumentare le ricerche e, allo stesso tempo, ritrovarsi addosso quel terribile sospetto di non poter raccontar davvero qualcosa che non si è vissuto in prima persona. Puoi anche ritrovarti a raccogliere dati all’infinito senza mai avere il coraggio di inziare a scrivere davvero.

Così ho deciso di lasciare momentaneamente perdere i documenti scritti e lasciarmi ispirare dalla musica dell’epoca. Sono dunque andato a scartabellare nel mio archivio di LP in vinile, catalogati in rigoroso ordine alfabetico, alla ricerca di una colonna sonora che fosse giusta per accompagnare la stesura di questi primi tentativi di trama old fashion.  Nella vastissima gamma di possibilità che la mia discoteca offriva, ho pensato bene di lasciar perdere tutti i grandi nomi dell’epoca – i Beatles, Gino Paoli, i Bee Gees, De Gregori, Santana, Iglesias e tutti i must di quel periodo che sono diventati evergreen perdendo una vera e propria collcazione temporale – e ho messo su due bei 33 giri di Fausto Papetti.

Perchè se c’è un suono che fa sbiadire i colori della stanza e ti mette sopra gli occhi una patina di vintage portando il tempo indietro a un giorno qualunque compreso tra il 1965 e il 1977, questo suono è senza dubbio quello del Sax Alto e Ritmi del Dr. Faustus dell’easy listening pop-jazz italiano. Le mitiche raccolte di Fausto Papetti oramai non se le ricorda più nessuno, ma sono state un vero e proprio cult per tutta una generazione di playboy dal gusto musicale semplice. Tutte le canzoni di successo del momento private della parte vocale e riproposte in versione instrumental con un sensuale, suadente sax a ripercorrere la linea melodica. Adesso suona tragicamente demodé, ma in quegli anni i dischi di Papetti si vendevano come il pane, e accompagnavano le cene (ma soprattutto i dopocena) di centinaia di migliaia di italiani.

Negli anni ’70, poi, con il boom del cinema erotico e del porno soft ovunque, la casa discografica Durium con la quale Papetti aveva un contratto di esclusiva, ebbe la geniale idea di cominciare a mettere in copertina delle belle figliuole con le poppe e le chiappe al vento, accentuando l’aspetto erotico della musica lì contenuta e facendo arrivare più di un disco al numero uno della hit parade (lontana assai era l’orgia di pornografia a cui siamo abituati, e anche comprare un disco poteva avere la valenza di un gesto proibito). Dando un’occhiata alla classifica degli album più venduti nel 1975, tanto per fare un esempio, salta subito all’occhio come, insieme a Barry White, Fausto Papetti sia l’unico artista ad avere ben due album in classifica: la 19ma raccolta in posizione numero 5 (sopra “Sabato Pomeriggio” di Baglioni, “Anima latina” di Battisti, “Vol. VIII” di De Andrè e “Yuppi du” di Celentano), e alla posizione numero 11 con la 20ma raccolta (che batte in copie vendute Mina, Riccardo Cocciante, Patty Pravo e Ornella Vanoni).

Insomma non ci sono proprio dubbi: i vecchi padelloni di vinile nero con il sexy sax di Fausto Papetti incise nei microsolchi e la copertina a base di nude tettine lontane anni luce dall’epoca delle protesi al silicone sono davvero la migliore colonna sonora, per un romanzo come io vorrei che fosse quello che sto provando a scrivere: sensuale, pieno di atmosfere fuori moda, un po’ tamarro, e assolutamente irresistibile.