"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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tastier-jukebox

Archivio del 2013

Champagne woman bean by Tos KostermansA un passo dallo scoccare dell’anno nuovo, anche io voglio fare un augurio, a me stesso e a tutti coloro che, ogni tanto, transitano da questo blog.

Per il 2014, mi piacerebbe che ognuno di noi avesse la forza ed il coraggio non tanto di buttare giù dalla finestra i vecchi piatti e gli stracci ormai inutilizzabili, quanto di rovesciar giù in strada direttamente se stesso, con tutte le identità, i vizi e le virtù che lo caratterizzano. Sarebbe insomma bello se ci fosse regalata l’opportunità di trasformarci, per i dodici mesi a venire soltanto, in qualcun altro. Riuscire, allo scoccare della mezzanotte, a liberarsi di ogni porzione di sé, della propria faccia, del proprio corpo, della voce, di ogni aspetto della personalità esteriore ed interiore, per ritrovarsi addosso gli attributi psicofisici di un perfetto sconosciuto.
Diventare un estraneo, veder stravolto il proprio profilo, avere così una volta tanto l’occasione di guardare il mondo davvero con occhi diversi, da un punto di vista magari diametralmente opposto a quello che ci siamo faticosamente costruiti fino ad oggi. Ovviamente non si tratterebbe di scegliersi chi essere il prossimo anno, magari avverando sogni ed ambizioni, ma, al contrario, di lasciare decidere al destino, e vada come vada.
Distruggere tutto e, mettendo in pausa fino alla prossima notte di San Silvestro la persona e la personalità a cui siamo abitati, vivere il 2014 di qualcuno distante anni luce da noi, non necessariamente migliore, più felice o più compiuto, anzi… ben vengano le retrocessioni, i peggioramenti e i demoni che ancora ci sono ignoti.

Ci auguro di scivolar fuori dai nostri confini, dal nostro solito io sempre uguale, di riuscire a decostruirci in una sola notte e, nell’attimo esatto in cui il tappo della bottiglia salterà, di spogliarci di noi stessi entrando anima e corpo in panni altrui. Ci auguro di formattarci il cervello cancellando tutte le sovrastrutture, di guardarci nello specchio e, una volta tanto, sentirci soddisfatti e incuriositi proprio perché non ci riconosciamo più. Sarà un modo per fare un test, per vedere se, con questo repentino cambio di prospettiva, riusciamo a sconnetterci dall’egocentrismo patologico in cui, volenti o nolenti, siamo tutti intrappolati. E chi lo sa che non ci capiti di imparare in un solo anno ciò che difficilmente riusciamo ad imparare in tutta una vita.

Insomma.. . ve lo auguro con tutto il cuore. Buon 2014 a tutti gli altri da voi!

(Tos Kostermans, "Champagne, Woman, Bean)

Bum Painting by Gillian Carnegie«Come mai non hai più scritto nulla?»
Ogni tanto capita anche a me che qualcuno mi rivolga la terribile domanda, incubo di qualunque romanziere, dal dilettante inedito fino a Stephen King.
Si tratta però di un quesito mal posto, perché sarebbe più corretto chiedermi il perché ho smesso di pubblicare, visto che chi ha passato scrivendo all’incirca tre quarti della sua vita vissuta difficilmente smette di farlo, al massimo cambia la maniera e l’obiettivo del suo passar le ore alla tastiera.

Ho smesso di pubblicare, e di mettere insieme pagine pensate per essere poi lette da qualcuno, a causa di tutti i caotici e contraddittori cambiamenti che hanno stravolto il mondo del libro negli ultimi quindici anni: la fine dell’autorevolezza culturale dei grandi marchi (i quali, per tentare di sopravvivere, sono costretti a rincorrere le mode del momento come una volta facevano solo le riviste “Debby” e “Cioè”) mescolatasi, in un paradosso diventato realtà, con un sempre crescente sovraffollamento dell’offerta e il conseguente moltiplicarsi del numero di piccoli editori pronti a regalare a chiunque (me compreso) la possibilità di finire per almeno una decina di giorni in libreria, trasformando quello che dovrebbe essere per antonomasia un mondo in mano a un’intellighenzia meritocratica in un gran bazar in cui vince chi sa urlare con voce più potente degli altri.

Insomma… a pubblicare un romanzo oramai son capaci tutti, e allora che gusto c’è?
Potrebbe avere un senso se essere presente con la tua operina nel catalogo Amazon servisse ancora a farti incontrare delle persone, a scambiare idee con un lettore, a partecipare a una serata-dibattito, a discutere con qualcuno a cui ciò che hai scritto non è proprio andato giù; ma in quest’epoca di mobilità ossessiva e condivisioni virtuali nessuno incontra più nessuno, quindi tanto vale evitarsi lo sbattimento.

Un romanziere finisce sempre col volere molto bene ai personaggi a cui prova a dar vita, e sbatterli nella baraonda di una folla dove posso solo smarrirsi non è certo un atto di amore, specie quando – come accade per il 99,99% dei libri vomitati sul mercato in questi anni di publishing selvaggio – non sono nemmeno in grado di stare in piedi sulle loro gambe abbozzate.
Il modo migliore per valorizzare il proprio lavoro – indipendentemente dalla sua qualità – è quello di non metterlo mai e poi mai a servizio di un narcisismo egocentrico da quattro soldi per soddisfare il quale non è certo necessario dare alle stampe 300 sudate pagine di un romanzo: pubblicare su Facebook una foto del proprio culo garantisce più o meno lo stesso indice di gradimento, ma con una fatica incommensurabilmente inferiore.

Insomma… non è affatto vero che non ho più scritto nulla. Da oltre un anno – quando gli impegni lavorativi coi quali mi guadagno il pane me lo consentono – sto lavorando a costruire i personaggi, l’ambientazione e l’intreccio di quel romanzo che sento per me necessario. Ma pubblicare tanto per farlo è un bisogno che non ho più da tempo. Magari prima o poi la voglia tornerà, se un giorno mi capiterà di considerare un romanzo davvero finito, davvero compiuto, chiuso, portato al massimo del suo potenziale narrativo e stilistico. Chissà. Fino ad allora, ogniqualvolta avrò bisogno di trenta secondi di visibilità, potrò sempre pubblicare una foto del culo.

"Bum painting", by Gillian Carnegie

Miami Beach Outside in by Andrew Roy ThackerayDi passaggio a Miami, ho cercato di vincere gli stupidi preconcetti da turista che, per darsi un tono, gira alla larga da qualunque attività confezionata per croceristi o famigliole da catalogo Valtour e, considerate le poche ore a disposizione, ho ceduto all’indecorosa tentazione di salire su un autobus scoperchiato sightseeing con tanto di guida dalle velleità cabarettistiche. Fedele nelle intenzioni al comportamento standard dello straniero medio, il quale arriva nella città del vizio con l’intento di commettere tutte le nefandezze che mai oserebbe confessare in patria, mi ero ovviamente ripromesso di tenere questo terribile segreto per me stesso, perché non sia mai che la mia reputazione di viaggiatore solitario, indipendente e sempre fuori dagli schemi venisse macchiata dall’infamia di una visita a pacchetto; ma poi il senso di scandalo che provavo verso me stesso è stato superato da quello scaturito nei confronti dei tour operator e dalle loro oscene scelte; quindi, alla fine, ecco che, per denunciare i loro peccati sono più che felice di mettere a nudo anche i miei.

Come gran parte delle visite guidate alle città degli Stati Uniti, anche il giro in double-decker per Miami è un pellegrinaggio attraverso i luoghi sacri dell’entertainment: edifici che sono stati set di film celebri, locali notturni gestiti divi, divetti e divini, luoghi rimasti nell’immaginario collettivo recente in quanto cattedrali della vera cultura globale contemporanea: il gossip.
Scendendo dal mio bus alla fermata di Ocean Drive, ho potuto raggiungere il top della tristezza da turista banale e senza compagnia concedendomi autoscatti davanti agli hotel in cui sono stati girati “Scarface” e “Piume di struzzo”; seduto al tavolo del ristorante di Gloria Estefan in cui Jennifer Lopez conobbe il suo primo marito che lì faceva il cameriere, giusto a pochi passi dalla villa in cui, più o meno nello stesso periodo, Gianni Versace veniva colpito a morte da Andrew Cunanan.
Insomma un trionfo del pop, in una specie di full immersion dentro il patrimonio iconico degli ultimi quarant’anni che poi è quello di cui il nostro DNA si nutrito molto più di quanto non abbia fatto con i veri capolavori della storia dell’arte.

Ebbene.. in tutto questo trionfo di splendori e miserie, di patinato misto a pecoreccio, c’è un imperdonabile omissis che, nel consueto tentativo di salvare le apparenze, sporca la coscienza della proloco made in Florida. Perché, nello sbrodolare l’immenso elenco di pellicole e vip che hanno reso luccicante la città, è ingiusto, incoerente ed offensivo non citare il primo film di enorme successo che, interamente girato in una Miami ancora sconosciuta ai più, ha contribuito a far nascere il mito di questa terra come una delle più calde e spassose del globo: “Gola profonda”.
Quando infatti, nel 1972, il regista Gerard Damiano e la sua troupe finanziata dalla mafia newyorkese decisero di utilizzare Miami come ambientazione per una pellicola destinata a cambiare per sempre la storia del cinema (e non solo quella), scelsero il loro set solo per i bassi costi garantiti da questi luoghi ancora poco affollati, frequentati non da vip ma da hippies, territori giovani per costituzione amministrativa e età dei residenti. Miami non esisteva, per l’immaginario collettivo mondiale, prima di “Deep Throat”, quindi un piccolo tributo viene spontaneo aspettarselo.

Invece niente. Il pullman della City Bus passa per Collins Avenue senza che la guida si preoccupi di far notare che questa è la strada in cui, nei celeberrimi titoli di testa del film, Linda guida la sua auto passando tra palme e grattacieli; si fa tappa nel verdissimo quartiere chic di Coconut Grove ma nessuna visita è programmata per chi volesse magari vedere dal vero la villetta appartenuta al Barone libertino Joseph “Sepy” De Bicske Dobronyi dove venne girata la storica scena della “visita medica” in cui il Dottor Jayson scopre la particolarità fisica della protagonista, e trova il rimedio all’infelicità dei suoi mancati orgasmi. Né, tantomeno, ai turisti paganti è data l’opportunità di passare sul Biscayne Boulevard, allora sede del Voyager Motel, in cui furono girate altre scene-chiave del film.

Insomma, nonostante “Gola profonda” abbia fatto da apripista all’immagine della città come mecca del divertimento e del vizio, dando il via alla sua fortuna economica, Miami sceglie di non pagare il debito di riconoscenza, e lascia “Deep Throat” fuori dai must-see per turisti, perdendo l’occasione di dimostrarsi coerente con la sua fama di capitale del peccato e dimostrandosi, al contrario, medaglia d’oro di bigottismo.

Per fortuna esistono siti web specializzati con tutti gli indirizzi esatti, e il navigatore dell’Iphone per trovarseli da soli, i veri luoghi storici di Miami. Per fortuna la formula del City Bus è quella hop-on/hop-off, che ti permette di salire e scendere quando e dove preferisci. Per fortuna un viaggiatore solitario può trovarseli da sé, i luoghi cult del cinema pornografico e, gira che ti rigira, finire col mandarle a farsi fottere comunque, le moraliste (e quindi amorali) compagnie di visite preconfezionate.

(Andrew Roy Thackeray, "Miami Beach Outside in")

99 rimostranze a DioApre i battenti oggi una nuova realtà editoriale, Ottolibri, e lo fa con un progetto di crowdfounding (modello di autofinanziamento fortissimamente à la page in tempi di cultura social) che mette insieme 99 brevi lettere di reclamo al Creatore scritte da altrettanti autori che hanno aderito al progetto inviando una loro lamentela personale.
Da buon genovese, in questo marmaglione di mugugnoni sono finito anch’io, postando per caso una battuta su una conversazione Facebook e vedendomi poi recapitare il contratto di licenza con la quale cedo i diritti di utilizzo delle mie tre righe.
Ho accettato volentieri, perché è bello prendere parte alla follia totale del lancio di un nuovo progetto in una affollatissima giungla di marchi e marchietti che rende assai ardua la sfida di riuscire a distinguersi dicendo qualcosa di nuovo (che gusto c’è ad aderire a un’idea di successo a priori?).

Certo, fosse stato per me, io le mie rimostranze le avrei inviate non tanto a Dio quanto ai religiosi di qualunque confessione, visto che gli ostacoli alla mia quotidiana serenità li mettono molto più gli integralisti della morale o i finti tali che non l’Illustrissimo stesso (il quale, non essendosi mai manifestato presso di me in alcun modo, non mi scatena dentro nessun rancore specifico). Ma è comunque interessante avere la scusa per seguire il lavoro di una casa editrice che, ben sapendo di essersi messa nei pasticci gettandosi in un mare magnum dominato dal caos, anziché fare come tutti gli altri, e cioè iniziare a prendersela con nemici banali quali il mercato, la mancanza di interesse verso la cultura, le major editoriali, le catene librarie, decide di bypassare la lamentela con interlocutori terra-terra, e se la prende subito con il Grande Capo.
A me è sembrato un segno di incoraggiante ambizione, ed è per questo che, sebbene in genere preferisca tenere per me i miei brontolii da frustrato, una volta tanto ho accettato di renderli pubblici.

Per questo Natale, regalare e regalarsi un libro che, da sotto l’albero, urla invettive rivolto verso il Presepe mi sembra la più originale delle idee.

Per chi volesse unirsi alla lagnanze generale, l’e-book di “99 rimostranze a Dio” è acquistabile qui, qui e qui.

Andre Beaulieu, Vintage VinylNegli anni ’80, per il bambino che ero, i dischi erano il regalo di compleanno, di Natale, magari l’eccezionale premio in cambio di qualche performance scolastica particolarmente buona. Potevo insomma scegliere due/tre 33 giri ogni dodici mesi e, per tutti gli altri miei desiderata, limitarmi a sperare che qualche amico più fortunato me ne facesse una copia (sulla stessa audiocassetta continuamente riciclata) o passare pomeriggi interi a ruotare la manopolina della radio in attesa di trovare i brani e registrarli, seppur con una mozzatura all’inizio e una alla fine, quando cioè lo speaker entrava con la voce apposta per sporcare i brani.

Negli anni ’90, diventato adulto e conquistata una mia indipendenza economica, ho compensato le frustrazioni adolescenziali spendendo cifre da capogiro in compact disc senza negarmi più nulla e dando un forte contributo al rallentamento della crisi della discografia internazionale.

Nel primo decennio del 2000 sono stato anch’io un’entusiasta di Napster, di Emule e della pirateria digitale; ho riempito decine di hard disk con le discografie complete di chiunque, finendo poi, frastornato da quelle infinite possibilità gratuite, con l’ascoltare sempre la solita musica (il più delle volte corrispondente con quella contenuta negli album acquistati in precedenza).

Oggi compro tutto su iTunes, ben contento di pagare per qualcosa che potrei con tranquillità avere anche senza spendere un centesimo, perché incapace di liberarmi di quel retropensiero per cui tutto ciò che non mi è costato nulla è automaticamente privo di valore.

E, da feticista del padellone di vinile nero, mi fa piacere vedere che sempre più novità discografiche vengono stampate anche su trentatré giri a beneficio dei puristi del suono analogico, al punto che spesso – quando si tratta di artisti a me particolarmente cari di cui posseggo magari l’intera produzione su supporto fisico – una voce interiore mi spingerebbe a restare coerente alla mia identità di collezionista-conservatore e spendere un bel po’ più di denaro per portarmi a casa la limited edition.
Se non cedo alla tentazione è solo perché poi finisce sempre che qualcosa mi suona stonato, quando vedo girare sul piatto un successo del momento. E’ come se il tempo si mescolasse facendomi perdere le coordinate della mia biografia. Perché ascoltare un album di adesso con la tecnologia di venti o trent’anni fa mi sembra una violenza fatta alla naturale evoluzione del tutto. Il passato è bello quando rimane se stesso, appiccicato a doppia mandata ai ricordi e ad una nostalgica, sana sensazione di perdita; altrimenti si tratta solo di ottuso incaponimento, ostinata negazione dello scorrere delle epoche. Idoli rock/pop di oggi suonati su un supporto di ieri hanno la stessa mancanza di credibilità di una signora agée che continui a vestire la taglia di quando era ragazzina.
Su vinile si può ascoltare il sound degli anni ’60 e ’70, mica Lady Gaga. Avere un’anima vintage e non saper rinunciare al piacere di conservazione dei ricordi significa, se proprio si vuole rivivere quell’emozione  di allora come fosse nuova, acquistare su ebay o, meglio, su una bancarella dell’usato la prima edizione di un disco concepito per quel supporto, non certo spendere cifre da capogiro per una ristampa in vinile 180 grammi, fasulla e tarocca tanto quanto lo è un download pirata, perché ingannevole e fuori tempo massimo.

(Andre Beaulieu, Vintage Vinyl)

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