Giracchiando su Amazon con il mio Kindle per trovare non ricordo più quale scrittore celebre, la settimana scorsa ho inserito nel motore di ricerca una qualche parola-chiave (è il caso di dirlo) grazie alla quale sono finito dritto-dritto tra le cosce di un’autrice italiana di short stories per adulti che si firma con lo pseudonimo “Bionda Fama” (sono io a dedurre che si tratti di un nom-de-plum, e di una donna, ma cercherò di informarmi meglio al riguardo).
Non è narrativa pubblicata da qualche casa editrice e poi riversata in ebook per il mercato digitale, ma un’opera messa direttamente in vendita dall’autrice attraverso il tanto discusso sistema di self-publishing offerto da un numero sempre crescente di siti web, quello che consente a chiunque di commercializzare a costo zero il proprio romanzo rimasto per anni nel cassetto, il diario segreto, la lista della spesa di due giorni prima.
Malato di pornografia e letteratura come sono, ho deciso di vincere i miei pregiudizi da scrittorucolo snob e di lasciarmi tentare dalla lussuria di Bionda Fama. Ogni tanto è bello superare i propri preconcetti, le barriere mentali, e vedere se per caso non si scopre qualcosa di buono laddove mai ci si sarebbe aspettati di trovarlo. Speravo insomma che, se anche non sarebbe stato un romanzo che poi avrei citato, quanto meno, lì per lì, mi avrebbe eccitato.
Bionda Fama, tra l’altro, propone su Amazon un catalogo di titoli piuttosto variegato, che spazia dai generici “Racconti Erotici” alle “Storie porno gay” passando ovviamente per gli immancabili “Lesbo”, in una pansessualità molto egualitaria, politically correct e contemporanea.
Io però ho scelto “Gang Bang”, perché l’immagine di copertina (palesemente rubata da internet e modificata solo apponendo sopra il titolo con in banale accessorio “paint” di Windows) mi pareva particolarmente invitante. Avevo la sensazione che quello, di tutti, fosse il libro più rappresentativo dell’autrice in quanto molto probabilmente completo di ogni opzione e incastro sessuale, una specie di antologia “best-of” delle altre autopubblicazioni dell’autrice.
Mi ha sempre divertito la letteratura erotica; finché si trovavano in edicola, ho comprato parecchi dei vecchi libretti da una mano sola Olympia Press, quelli che spopolavano tra gli onanisti della parola negli anni ante-Internet. A mio parere, un buon racconto erotico, anche se lontano anni luce da un reale valore letterario, può regalare ottimi momenti di sano svago, e rivelarsi uno scacciapensieri migliore del solito thriller di cassetta o del romanzetto rosa ironico rassicurante alla Andrea Vitali.
E i racconti di Bionda Fama sono anche divertenti, efficaci nel loro stuzzicare la fantasia. Proprio come in un film porno, anche qui si salta tutto il petting dialettico e si passa subito al dunque, ma questo è proprio il bello. Perché noi lettori maschi (di qualunque sesso siamo) ogni tanto abbiamo bisogno anche di una sveltina narrativa.
Peccato però che, come quasi tutti i libri figli dell’autopubblicazione, “Gang bang” sia pieno di enormi sviste editoriali (refusi, interi paragrafi ricopiati due volte, spaventose ingenuità da dilettanti) e che questo, per chi decide di leggere una storia porno anziché vedersi un video sul web, sia un errore davvero imperdonabile in quanto smorza del tutto l’eccitazione e fa ammosciare l’entusiasmo.
Se decido di comprare un e-book porcellone anziché masturbarmi al volo su youporn, è perché buona parte del feticismo che mi mette in moto gli ormoni è scatenato da un rapporto perverso con la frase scritta, con la parola eiaculata nero su bianco. E quindi l’autore di narrativa erotica dovrebbe stare attentissimo e fare in modo che l’uso improprio della lingua sia solo un attività dei suoi personaggi, non una caratteristica del suo stile. Altrimenti invalida tutti i suoi sforzi.
Dunque mi permetto un piccolo consiglio per Bionda Fama e per chiunque deciderà di pubblicare in digitale le proprie fantasie: anche quando ci si autopubblica un racconto porno, è fondamente far rivedere a qualcuno le bozze del proprio lavoro. Altrimenti si trasmette solo un forte senso di impotenza e amatorialità pecoreccia.
Quando si tratta di narrativa zozza, il fai-da-te deve insomma essere l’obiettivo finale, non la metodologia di lavoro.






