Un giorno qualunque

17 May 2012

Una volta si diceva “Io non ho nulla contro i gay, ho un sacco di amici gay” (su questa cretineria, per esempio, Gianni Morandi ha costruito l’intero Festival di Sanremo ...

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Il gioco dei ricordi

16 May 2012

E’ vero… si fa fatica a crederlo, eppure la gente si divertiva stando insieme anche prima dell’avvento di Facebook e del mondo digitale. Ci si riuniva comunque, e si passava il ...

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La sacrosanta solitudine dello scrittore

14 May 2012

Bevetevi un bel romanzo. O un saggio, o una poesia. Sì perché… secondo quanto dichiarato al Salone del Libro da Vincenzo Russi, direttore generale del Cefriel, il futuro dell’editoria starà ...

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Obama sarà il mio testimone di nozze

10 May 2012

Quelli che, solo per il fatto di avere un profilo Facebook, amano commentare e cercare di mettersi in mostra facendo sempre i bastian contrari possono continuare a insistere sul fatto ...

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Vivi e selvaggi come 2 Cavalli

9 May 2012

La primavera è ormai definitivamente arrivata, dunque noi di DISCORING siamo pronti ad uscire dagli studi radiofonici in cui siamo rimasti chiusi per tutto l’inverno e concederci qualche scampagnata vintage ...

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Archivio del 2011

Un terribile virus propagatosi tra i meccanismi del vecchio Wurlitzer che fa da sfondo al nuovo Vecchiotti.it ha bloccato il sito per quasi un mese, costringendomi a una pausa forzata.

Mai mi era capitato, negli ultimi sei anni, di rimanere più di un weekend in astinenza da blog, e devo dire che è stata assai dura, per me, passare un periodo così lungo senza ricevere quotidiani aggiornamenti da me stesso.

Insomma… mi sono mancato un casino.

Per fortuna in buon Babbo Natale (che nel mio caso, sotto la barba finta, ha le sembianze del mio fido consulente informatico Roberto Pravisani) mi ha riportato le mie pagine web – ripulite e ricostruite ex novo – proprio alla vigilia della vigilia.

Grazie dunque a lui e a tutti quelli che, nonostante lo stop e i casini che il bacillo può aver creato sul loro browser, hanno continuato a tornare periodicamente su queste pagine, ben sapendo che mai e poi mai mi sarei arreso.

Adesso, finalmente, si ricomincia, tutto come prima. E giuro che stavolta, prima di pubblicare qualunque post, mi premurerò di indossare il preservativo.

Il nuovo Vecchiotti.it è in fase di rodaggio e, ne siamo consapevoli, dà ancora qualche problemino di visualizzazione e navigazione, in modo particolare per i visitatori che utilizzano Internet Explorer nelle versioni 7 e 8 (a quanto ci risulti, non ci sono intoppi con Firefox, Safari o altri browser).

Per fortuna c’è un uomo che mi mantiene (il sito, s’intende), e che in queste ore sta cercando di smontarlo pezzetto a pezzetto e di capire - proprio come si faceva con i juke box wurlitzer a cui queste pagine sono ispirate - di capire quale sia l’interruttorino che dà problemi e fa saltare le selezioni.

In ogni caso, grafomane e blogdipendente come sono, ho intenzione di continuare ad inserire nuovi post in attesa della definitiva risoluzione dei problemi. Voi, dal canto vostro, continuate a passare a trovarmi.

Non sono certo un tipo da musei. La mia scarsissima cultura in fatto di arte o storia mi impediscono di apprezzare a fondo capolavori o reperti inscatolati dietro una teca e spiegati da una voce registrata nella guida automatica. Così, nel mio peregrinar ramingo per il mondo, il più delle volte salto tutte le tappe dovute del turista perfetto, e mi perdo in meravigliose visite a luoghi periferici, localacci pop-trash e ritagli di metropoli da cui, spesso, gli stessi autoctoni si tengono alla larga.

Quando sono negli Stati Uniti, per esempio, adoro fare un megastrappo alle rigidissime regole di regime alimentare che mi impongo di routine per respirare tutto l’odore di muffa, salsa barbeque rappresa, e profonda America che trasuda dalle pareti e dai grandi tavoli con sedili-separé che trasuda dai diners open-24-hours.

Colazioni a base di triplice razione di uova, salsicce e patate; cheeseburger che grondano colesterolo; insalate “dietetiche” con condimenti burrosi da seimila calorie; e soprattutto fette di torta, biscotti e brownies salutari quanto una stecca di sigarette fumata in due minuti. Litri di Coca Cola, nuvole di panna ovunque, e biglietti da un dollaro lasciati come mancia alla cameriera che, agitando il suo sederone, cammina avanti e indietro continuando a versare caffè annacquato dentro tazze ancora un po’ sporche di rossetto e tabacco. Insomma un vero paradiso.

Non sono certo un tizio da musei, e io la cultura di un paese preferisco sperimentarla così, dentro scenografie decadenti ma sincere, lontane anni luce dal glamour e dal glitter dei ristoranti a cinque stelle e dalle vie dello shopping.

Ogni metropoli del mondo, da New York a Tokyo ad Amsterdam fino al Cairo, ha la sua strada del cento ridotta a centro commerciale in cui “Visa” non è più un visto per conoscere un paese ma la carta di credito per fare spese e sentirsi vivi. Vetrine uguali identiche in Sudamerica come in Belgio, in Portogallo come a Hong Kong. Per questo, a mio parere,  il vero gusto di una nazione si sente dove il profumo del denaro è coperto dall’odore del cibo che cola grasso. Per questo gli Stati Uniti li conosci meglio in un Tom’s Diner che non sulla Fifth Avenue o in cima all’Empire State Building.

Poco più di due mesi fa ero ad Atene, e camminando per raggiungere il mio hotel in Amalia Avenue mi sono ritrovato nel bel mezzo degli scioperi, tra cassonetti dell’immondizia incendiati, vetrine spaccate e slogan contro il governo. Oggi sono a Denver, Colorado, e per fortuna non ci sono atti di violenza o vandalismo urbano, eppure la parata di protesta che attraversa le strade per provare ad alzare un coro di No ai poteri di politica e finanza è altrettanto forte e impressionante. Schiere di ragazzi marciano pacificamente per le vie del centro desiderosi di mettere bene in mostra i loro cartelli contro quel precariato che sta distruggendo un’intera generazione, e che assai poco promette anche per quelle a venire.

Ora.. o io ho una particolare predisposizione ad andare a ficcarmi in mezzo al casino, oppure nel mondo sta davvero succedendo qualcosa.

Perché ero convinto di essere semplicemente diretto verso il Paramount Cafè sulla 16ma strada a godermi un po’ di sanissimo junk-food, e invece, proprio come il protagonista dell’ultimo romanzo di Stephen King, mi sono ritrovato immerso anima e corpo nel passato.

La voce dei ragazzi che urlavano nei megafoni costruendo frasi in rima subito ripetute dalla folla dei manifestanti, la coinvolgente energia che saliva su da quel gruppo di giovani d’ogni età (due-trecento persone in tutto, sette secondo la questura), la loro voglia di stare uniti e di ribellarsi insieme, senza aggressività ma con tanta rabbia in corpo, e la bellezza scaturita dalla trasformazione del dolore e del senso di umiliazione in un movimento che sogna di distruggere tutto per poi ricostruire da capo, mi hanno ricordato immagini viste sì tante volte, ma sempre e solo nei documentari dell’History Channel: quelle della contestazione della fine degli anni ’60. Così, per un attimo, ho avuto l’impressione di essere anche io parte di un progetto sociale e politico, e di poter avere anch’io una speranza, una speranza di lotta prima ancora che di conquista.

Sembrava davvero di essere di nuovo all’epoca di John Lennon e del “Give peace a chance”, anche se questa volta il nemico numero uno non è più la guerra, ma l’arroganza delle lobbies e la morte della dignità dei lavoratori.

Insomma è stato emozionante, uno spettacolo ancora più intenso e mozzafiato di quello offerto, sullo sfondo, dalle Montagne Rocciose innevate sotto il cielo terso di Novembre. Tenendo una mano sugli occhi per non farsi abbagliare dalla luce accecante di quei cartelli, all’orizzonte, in coda a quel corteo così odoroso di passato, sembrava quasi di vedere il futuro, ed è stata una straordinaria emozione inedita l’accorgersi che, chissà, forse c’è ancora una folle scalata che vale la pena di essere intrapresa.

Nel 1981, in una notte di Novembre, mi apparve in sogno Alberto Camerini (mio idolo musicale all’epoca) predicendomi che un giorno sarei salito sul palco di un grande ed importantissimo teatro americano. Sembrava una vera e propria premonizione, una chiamata del destino, l’epifania di quella che avrebbe potuto rivelarsi come la mia vocazione professionale ed esistenziale. Fu così che iniziai a pensare di dedicarmi alla scrittura di commedie e, a dispetto della mia inesperienza in fatto di spettacolo e di vita in generale, cominciai a buttar giù le prime pièces preparandomi ai futuri successi profetizzatimi dall’arlecchino del pop-rock. «I sogni non mentono mai», pensai sicuro di me e della carriera che mi si preannunciava, «specie quando prendono forma con la faccia di Alberto Camerini». Tronfio cominciai a fantasticare sul mio domani tra Neil Simon e Andrew Lloyd Webber (anche se, a quel tempo, ignoravo chi fosse sia l’uno che l’altro).

Qualcuno potrà pensare che non bisogna mai fidarsi degli oracoli e delle divinazioni, specie di quelle verificatisi durante i sonni infantili, ma questi miei giorni statunitensi mi hanno dimostrato che invece no, Camerini non ha affatto mentito, semplicemente mi ero sbagliato io nell’interpretazione.

La foto che accompagna questo post l’ho scattata ieri dal mio telefono cellulare Samsung, e ritrae i duemilaseicento posti a sedere di uno dei più belli, antichi e prestigiosi teatri del mondo, il Chicago Theatre in State Street. Solo che io non l’ho scattata durante le prove della versione americana di una delle mie opere ma, in maniera molto più ordinaria, durante una visita guidata alle meraviglie dell’edificio, aperta non solo ai drammaturghi geni come il sottoscritto ma a qualunque comune mortale disposto a pagare i dodici dollari del biglietto d’ingresso ai tour settimanali.

Insomma Camerini aveva detto il vero, limitandosi a prevedere che sarei salito su un palco prestigiosissimo. Si era dimenticato di precisare che l’avrei fatto da turista e non da grande star. E io, ragazzino ambizioso, ho finito col peccare di presunzione.

Che poi per carità, anche così l’emozione è stata enorme, perché se non altro ho avuto la grande fortuna di essere l’unico a decidere di ritagliarsi un’ora tra mezzogiorno e l’una del martedì per immergersi tra i velluti, e dunque ho avuto la guida tutta per me, non ho dovuto subire la deprimente compagnia di altri adepti del viaggio organizzato. Ho insomma potuto fingere di essere davvero una grande personalità dello show business con platea, galleria, buca dell’orchestra e camerini a sua totale disposizione, e per un attimo sognare ancora, a trent’anni di distanza da quella prima visione onirica, di star facendo un giro di ricognizione prima del debutto del mio ultimo capolavoro.

Peccato solo che poi il sipario sia calato, sulla mia visita e su tutti i miei sogni di bambino entusiasta. Mi resta una decina di foto sulla memoria del mio Samsung, il ricordo di quella immensa, meravigliosa platea vista dal palcoscenico, il rumore delle tavole sotto le suole, la puzza di polvere e muffa respirata ne gli squalliducci camerini (stavolta nel senso di stanze per il trucco, non di Alberto) in cui passarono, tra gli altri, Frank Sinatra, Julie Andrews, Prince, Liza Minnelli e Dean Martin. Mi resta l’emozione di quello straordinario teatro vuoto tutto per me, e la bella consolazione che ogni tanto i sogni, anche se solo a metà, si avverano.