Un giorno qualunque

17 May 2012

Una volta si diceva “Io non ho nulla contro i gay, ho un sacco di amici gay” (su questa cretineria, per esempio, Gianni Morandi ha costruito l’intero Festival di Sanremo ...

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Il gioco dei ricordi

16 May 2012

E’ vero… si fa fatica a crederlo, eppure la gente si divertiva stando insieme anche prima dell’avvento di Facebook e del mondo digitale. Ci si riuniva comunque, e si passava il ...

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La sacrosanta solitudine dello scrittore

14 May 2012

Bevetevi un bel romanzo. O un saggio, o una poesia. Sì perché… secondo quanto dichiarato al Salone del Libro da Vincenzo Russi, direttore generale del Cefriel, il futuro dell’editoria starà ...

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Obama sarà il mio testimone di nozze

10 May 2012

Quelli che, solo per il fatto di avere un profilo Facebook, amano commentare e cercare di mettersi in mostra facendo sempre i bastian contrari possono continuare a insistere sul fatto ...

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Vivi e selvaggi come 2 Cavalli

9 May 2012

La primavera è ormai definitivamente arrivata, dunque noi di DISCORING siamo pronti ad uscire dagli studi radiofonici in cui siamo rimasti chiusi per tutto l’inverno e concederci qualche scampagnata vintage ...

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Archivio del 2010

L’Italia è nazione nota nel mondo per l’età avanzatissima della sua classe dirigente, matusalemme incollati alla poltrona e disposti a tutto pur di non cedere il passo alle generazioni sulla carta destinate a sostituirli. Non succede solo a Palazzo Chigi, o nelle stanze dei bottoni della macroeconomi; capita anche negli studi professionali di avvocati, notai, medici o affini, con ottuagenari che, anziché investire nel loro futuro leggendo un bel libro di preghiere per prepararsi all’aldilà, continuano ad esercitare e a comportarsi come se avessero tutta la vita davanti.
Capita negli ospedali, nelle aziende di servizi, nelle società private di trading.
Di recente, mi è capitato di comprare i mobili della sala da pranzo da due quasi novantenni che, anziché cedere l’attività agli eredi e lasciare largo ai giovani (i loro figli ultracinquantenni, s’intende), si ostinano a cercare di capire come funzionino internet e la posta elettronica.
Inutile dire che a ricevere la mia consolle e le mie sedie ci sono voluti circa sei mesi, visto che questi Sandra e Raimondo del rovere hanno sbagliato l’ordinativo una dozzina di volte.

Insomma.. si sa che questo non è un paese per le nuove leve, ma mai avrei pensato che l'ostinazione degli anziani potesse colpire anche il mondo del porno.
Ieri sera ero lì, sul mio divano di casa, e facevo zapping sui canali generalisti in cerca di qualche programma che mi conciliasse il sonno. La trasmissione più eccitante e vivace era “Elisir” di Michele Mirabella, dedicata al tema del colesterolo e dell’ipertensione.
Così, come faccio abitualmente la sera, ho ceduto alla tentazione di pescare a caso tra il mio nutritissimo archivio di dvd hard core, e ho infilato nel lettore un film che ancora non avevo visto, vale a dire “Intimacy 2” di Rocco Siffredi. Mi sembrava un titolo adattissimo a questo periodo prenatalizio, anche perchè, come porcata, era molto più scandalosa la serie “Paura d’amare” in onda su Raiuno.

Ebbene… quale dolore e afflosciamento emotivo, nell’accorgermi che, ahimé, la tendenza al poltronismo degli anziani tipica di Montecitorio è diventata costume anche sui set a luci rosse!
Perché, per quanto mi dolga ammettere una sì cruda verità, oltre ad essere noioso, per nulla arrapante e girato con la tecnica di un amatoriale da Fermo Posta, “Intimacy 2” mette a nudo tutta la decadenza fisica di quel monumento (un obelisco, ovviamente) alla virilità italiana che da sempre Rocco è. In questa produzione – che peraltro è già vecchia di due anni – il nostro eroe sfoggia infatti una pancia molle e due pettorali cadenti degni delle nostre vite sessuali reali, non certo di un mito del tutto-sodo come lui.

Per carità, il talento grazie al quale Siffredi si è costruito una carriera lunga e durevole non sembra minimamente soffrire di rilassamenti, ma fatto sta che, abituati come ormai siamo a vedere corpi perfetti ovunque, nella cinematografia per adulti ma anche ad Amici di Maria De Filippi o tra i ballerini ospiti del papa, il girovita molle di Siffredi e quel suo essersi allargato come un comodino Rocco-cò, comunica a noi fan storici una certa tristezza, perché ci ricorda di come il crollo fisico sia sempre lì in agguato dietro la valigetta dei vibratori.

Fa un certo effetto, ripensare al ventiquattrenne tutto d’un pezzo che Siffredi era in assoluti capolavori come “Una moglie infedele”, “Fantastica Moana” o “La zia in calore” e poi vederlo lì, a riprendersi da solo dall’alto verso il basso mentre una ragazza gli pratica una fellatio e lui deve tenere la pancia in dentro perché la sua dimensione artistica appaia in tutto il suo splendore.

Hanno ragione gli Abba quando dicono che riunirsi dopo tanti anni servirebbe solo a mostrare a tutto il mondo quanto l’antico splendore sia ineluttabilmente scomparso. E al caro Rocco suggerirei di continuare pure a girarsi i suoi filmettini privati come facciamo tutti, ma di lasciare a noi, poveri onanisti mortali, l’immagine perfetta dell’adone arrapato e arrapante che è stato e non è più.

La consuetudine del periodo prenatalizio vuole che tutti i media – internet in primis – si sprechino in ogni forma di consiglio per gli acquisti in modo da venire in soccorso a tutti coloro che, nella corsa agli acquisti dell’ultimo minuto, fanno regali un po’ come ci siamo abituati a farli, senza cuore né significato, così, pro forma, per sdebitarsi, per il terrore di trovarsi a mani vuote nel caso qualcuno si presenti con un pacchettino.
Quanto è più bello, più reale e, di conseguenza, più nobile e più chic non regalare assolutamente nulla laddove il dono non sia davvero sincero e generato da un profondo desiderio di condividere qualcosa con l’altro! Quanto sono deprimenti i “pensierini”, le “sciocchezzuole” e le “scematine” buone solo per essere scartate (in entrambi i sensi del termine) o, nei peggiori di case, riciclate a qualcuno di cui non ci importa un emerito nulla!

Visto che però è per tutti difficilissimo, svincolarsi dalle regole del contratto sociale natalizio e sgusciar via da questi pacchi che sotto le feste siamo soliti tirarci a vicenda, non mi esimerò nemmeno io dal dare un suggerimento a chi si trovasse a corto di idee e, coerentemente con la facciata da fintointellettuale letterato che mantengo tutto l’anno, regalerò ai visitatori di questo blog l’unica vera imbeccata che possa assicurar loro una bella figura nel scegliere un libro da mettere sotto l’albero di amici poco amici e parenti molto serpenti.

Non ci sono titoli “giusti” o titoli “sbagliati”, quando si tratta di decidere quale romanzo, saggio o raccolta fotografica comprare. Né debbono esistere liste di “must” in base alle segnalazioni di quel l’autorevole critico o quel simpatico blogger. L’unico criterio che ha valore, nella scelta di un libro da utilizzarsi come presente, è il fatto che voi per primi lo abbiate letto e conosciuto, e che pertanto lo regaliate con cognizione di causa.
Quale sarebbe il senso di donare il tale best seller solo perché va molto di moda o il tal altro tomo in quanto consigliato da Alessandro Baricco? Bello è donare qualcosa che si è prima sperimentato di persona, vissuto, affrontato, e che quindi, insieme alla consegna del pacchetto, fa passare un messaggio.

Io, per esempio, adoro omaggiare chi mi sta antipatico con romanzacci brutti ed illeggibili, trame che mi hanno annoiato e infastidito tanto quanto mi annoia e infastidisce il destinatario del mio dono. Ça va sans dire che il accade l’esatto contrario con persone che amo e a cui voglio dimostrare il mio affetto.

Il discorso è insomma sempre il solito, quello che riciclo tutti gli anni come gli swarovski che ricevo in dono da chi non mi conosce neanche un po’: o il regalo racconta qualcosa di voi – nel bene e nel male, nel rosa e nel nero, nell’amore o nell’odio – oppure si fa molta più bella figura a lasciar perdere.

Dopo un primo romanzo tutto incentrato su un uomo solo in mezzo a uomini (“Il cosmo secondo Agnetha”), un secondo libro costruito sulla figura di una donna sola in mezzo a donne (“La sofferenza è gratis”), sto ora tentando di scrivere una storia che abbia come protagonista un’intera famiglia piuttosto numerosa.
La letteratura abbonda di grandi saghe che, seguendo splendori e miserie di più generazioni, colgono l’occasione per ampliare lo sguardo e raccontare una fetta di Storia e di mondo che cambia.
Non so ancora come si svilupperà il mio progetto, quale struttura e quali ambizioni avrà, ma già dalle primissime pagine della stesura mi rendo conto che gli ostacoli da superare non sono pochi.
Quello della banalità prima di tutto.

Il nostro immaginario da fruitori di trame contemporanei è sovraffollato di famiglie alle prese con le intricate complicazioni della vita, e quasi sempre si tratta di riferimenti televisivi. Le casalinghe di Wisteria Lane, i Fisher, becchini di “Six Fit Under” e, più recentemente i Walker di “Brothers and sisters”. Per non parlare dei grandi classici del lessico famigliare, come gli Ewing di Dallas, i Carrington di Dynasty, i Cunningham di Happy Days e chissà quante altre potrebbero venirmene in mente.

Con buona pace di Papa Genoveffo XVI, infatti, la vera famiglia tradizionale del terzo millennio è quella che esce dallo schermo tivù e che miliardi di telespettatori di tutto il mondo hanno eretto a loro modello di riferimento esistenziale. Perché, essendo spesso scritti benissimo (soprattutto quelli di più recente produzione), i serial-tv si dimostrano una perfetta rappresentazione della realtà romanzata, e hanno definitivamente sostituito il feuilletton popolare nel suo intento otto-novecentesco di intrattenere le masse dando loro qualcosa in qui riconoscersi e, allo stesso tempo, su cui sognare.

Proprio per questo motivo, oggi, scrivere un romanzo famigliare è particolarmente complesso. Perché, se è vero che la narrativa dovrebbe avere sempre un linguaggio tutto suo, diverso da quello di altre forme di racconto come ad esempio quella televisiva, è altissimo il rischio di finire invece a mettere insieme nient’altro che un’ennesima serie-tv in parole scritte nero su bianco anziché recitate. E’ il temibile effetto-Walker, quello che porta tanti romanzieri a pensare ai loro personaggi come se fossero protagonisti di una fiction-tv, e come tali a farli parlare, imbastendo i capitoli del libro sulla falsa riga degli storyboard delle puntate, quasi lasciando degli spazi nei momenti di maggiore suspance quasi ci si dovessero inserire gli spot pubblicitari.

Come tutti gli intellettuali della mia generazione, sono ovviamente anch’io un divoratore di sceneggiati americani, ma nonostante ciò - anzi, proprio per questo - credo che, nel concepire una trama da buttare in un libro, ogni autore debba staccarsi il più possibile dai format buoni per il piccolo schermo, e raccontare sì la stessa cosa, ma in tutt’altro modo, con un ritmo più congeniale alla lettura che allo zapping. Altrimenti la narrativa rischia davvero di scomparire per sempre, annientata da tutte le altre forme di intrattenimento che dovrebbero imitarla e che, invece, sempre di più è lei ad inseguire.

Per questo ve lo giuro che, dovesse mai un giorno arrivare a un albero genealogico completo e magari edito, la mia famiglia immaginaria assomiglierà il meno possibile a tutte quelle che, uscendo dagli schermi al plasma in salotto, sono già diventate le vostre decine di famiglie adottive.

Ieri sera ho visto “Howl”, il film sulla vita e le poesie di Allen Ginsberg, e scrivere un post dopo una tale esperienza mi risulta piuttosto difficile.
Non capisco nulla di poesia e non conoscevo l’opera di Ginsberg, ma la potenza dei suoi versi unita alla efficacissima lettura che ne danno i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, nonché all’ottima prova d’attore di James Franco, ha agito sul mio inconscio come una schiacciasassi frullante, e mi si è riproposta nel corso di tutta la notte impedendomi di riposare e riempiendomi il cervello e l’anima di domande e rodimenti.

Scrivo da oltre quindici anni, non so quante volte le mie parole, messe l’una in fila all’altra, potrebbero ricoprire la circonferenza della terra, ma stamattina ho come la sensazione che l’insieme di tutte le mie frasi non abbia l’intensità di un solo rigo di Ginsberg.
Ma a turbarmi non è tanto questo – so far pace velocemente con la mia mancanza di talento – quanto il potere che la poesia ha di farti sentire un idiota superficiale intorpidito dai narcotici del vivere sociale.
Le parole di Ginsberg e le straordinarie animazioni che le accompagnano nel film (da vedere al cinema, non certo nello spazietto castrato di uno schermo tv), senza che quasi tu te ne accorga, ti sbattono addosso un senso del reale allo stesso tempo meraviglioso e inquietante, ti svegliano addormentandoti, e tu acquisti lucidità mentre perdi il senso dell’orientamento.

Così è durissima tornare allo scrivere posticcio e usa-e-getta di un blog, al linguaggio plastificato, televisivo e fasullo che tutti ci siamo abituati a leggere, e che a volte ci appare persino geniale, quando in realtà è comunicazione fatta per coprire e occultare anziché per svelare e rivelare.

E messo di fronte alla palese verità che uno come il sottoscritto, per quanto bene possa scrivere, non avrà mai la potenza dirompente di un poeta come Ginsberg, mi viene da chiedermi se possa esistere, oggi, qualche scrittore capace di raggiungere quei livelli di forza evocativa. Perché, con il progressivo svuotamento del senso primo della scrittura e dell’opera letteraria, con la trasformazione dell’editoria in industria filotelevisiva che mutua il linguaggio e le idee anziché crearlo, e che prende in prestito le idee di successo per farne soldo anziché esplorare l’ancora sconosciuto, sarà difficile che un nuovo Ginsberg, anche esistesse da qualche parte nel mondo, possa essere conosciuto dalle masse.

E la cosa un po’ deprimente e spiazzante è che, paradossalmente,i bigotti anni ’50, con tutte le loro censure e le loro repressioni, permettevano a un Ginsberg di venir fuori e a un Ferlinghetti di condurre una battaglia giudiziaria e politica per pubblicarlo, mentre al contrario questi nostri anni di libertà, aperture mentali e occasioni date a tutti, cancellano l’individuo appiattendo tutto per trasformarlo in merce di consumo.

E’ ufficialmente iniziato quel grande festival del sentimento che è il periodo prenatalizio e, come di consueto, in puro stile dickensiano, si sprecano le raccolte fondi in favore di ogni genere di maltrattati del mondo.
Memore del fantasma incatenato di Jacob Marley e degli spiriti dei Natali passato, presente e futuro, i quali notoriamente la notte della vigilia fanno visita ai duri di cuore, chi per tutto l’anno si è comportato da grande stronzo guardando solo i propri biechi interessi e non curandosi minimamente delle esistenze altrui, cerca di bilanciare il male perpetrato facendo vetrina con qualche beau jest.
E in un paese in cui nessuno di coloro che hanno la coscienza sporca ha mai il coraggio di cantare le proprie zozze verità, ecco che, puntualmente, in occasione delle feste, veniamo inondati di dischi incisi per operazioni molto più venefiche che benefiche.

Si è cominciato con la riesumazione sul web del video di “Onorevole dia il là”, penosa copia del vecchio “We are the world” di Michael Jackson, il quale, di fronte all’oscenità dell’accostamento tra il suo gruppo di All-American-Stars (Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Tina Turner, Bob Dylan, Diana Ross, Ray Charles e altri miti della musica USA) e gli orrori della destra italiana (Alemanno, Santanché, La Russa, Schifani, Mastella, Bondi, Verdini e altri vomitevoli individui), si è rivoltato nella tomba al punto di riuscire addirittura a pubblicare un album di inediti post-mortem.

In aggiunta a ciò, a partire da oggi, come superstrenna per tutti i buoni di animo, è disponibile nei negozi di dischi uno straordinario cd con due pezzi inediti scritti apposta da Gigi D’Alessio per la meravigliosa voce di Valeria Marini.
Il ricavato delle vendite andrà ovviamente a favore di azioni umanitarie, ma io ho il forte sospetto che in questo caso ci sia sotto il trucco, e che la disgraziata destinataria dell’operazione sia la stessa Marini, con la quale – ne sono certo – l’80% dei mendicanti e dei barboni non sarebbe mai disposto a barattare la propria esistenza.
Da quel che risulta a me, D’Alessio, non contento della sua già copiosa prole, ha adottato Valeriona e per l’intero 2010 se l’è portata dietro nelle sue tournée tipo bagaglio ingombrante, dunque mi sembra chiaro che anche questo cd è un modo per dare un reddito minimo e un passatempo ad una donna che ha avuto milioni di occasioni per sistemarsi ma che, essendo completamente priva di qualunque talento, è riuscita a sprecarle tutte.

Tra l'altro, uno dei due brani della poliedrica artista (giuro che da qualche parte ho letto questa definizione, ma ovviamente ho rimosso dove) ha un titolo decisamente natalizio, “Seduzione di donna”, e io non posso fare a meno di immaginarmi il grande abete a casa Marini tutto addobbato con reggiseni e mutande, in un trionfo di biancheria intima che, effettivamente, è un bene sempre molto apprezzato e richiesto in tutte le Caritas del paese.