La storia italiana, si sa, è piena zeppa di enigmi irrisolti e ancora aperti.
Abbiamo avuto Ustica, Piazza Fontana, Gladio, la Uno Bianca, Ilaria Alpi e Michele Sindona. Ci siamo interrogati per decenni e abbiamo speso fiumi di parole sul caso-Moro, sull’affaire-Calvi e sul delitto-Pecorelli. C’erano e ancora ci sono le stragi del 1993.
Ma c’è un mistero d’Italia che, a tutt’oggi, risulta ancora inesplorato e non sufficientemente approfondito: Albano.
E’ infatti notizia recentissima che il Signor Carrisi è tra i quattordici eletti che, nel prossimo febbraio, avranno l’onore di partecipare alla sessantunesima edizione del Festival di Sanremo, quella che, sotto la guida di un Morandi amato in maniera bipartisan da ormai cinquant’anni, cercherà di risollevare le sorti di una kermesse da troppo tempo in odore di cimitero.
Ed effettivamente il Gianni nazionale, aiutato dal suo irresistibile sorriso e da una crisi discografica sempre più cancerogena, è riuscito a realizzare il miracolo che tante volte Baudo ha tentato, vale a dire quello di portare sul palco dell’Ariston un interessante cocktail di pop giovanile e cantautori-pilastro, mettendo insieme un cast che spazia da Emma e i Modà a Battiato e Vecchioni, passando per una Oxa che fa sempre glamour e una abituale Strambelli, gettone pagato alla crescente comunità di telefanatici di icone gay i quali, quando si tratta di racimolare gruppi d’ascolto per fare audience, sono una garanzia assoluta.
C’è anche l’outsider padano, tal Davide Van De Sfroos, in nome di un sano federalismo canzonettaro, che, fedele alla linea bossiana, si dovrebbe presentare con un brano di pop-duro.
A difendere il martoriato sud resta solo la sexy monnezza di Anna Tatangelo, e anche questa già appare una mossa calderoliana per dimostrare l’inutilità parassita del mezzogiorno.
C’è una spruzzata di ex da talent show e c’è persino un riesumato Pezzali che in tutti noi, adolescenti all’epoca di “Hanno ucciso l’uomo ragno”, scatena l'irresistibile curiosità di vedere se, a 43 anni suonati, Mr. 883 sia finalmente uscito dalla poetica da età delle pugnette in cui era recluso fino all’ultimo album uscito.
Insomma tutte le scelte di Morandi sono abbastanza comprensibili e inquadrabili in quell’ottica da minestrone per tutti i gusti che da sempre Sanremo è. Solo un mistero rimane, ed è appunto l’ennesima presenza di Albano.
Perché se una volta il Sig. Rominopower teneva alta la bandiera del nazional-popolare, e delle fasce alte di età, oggi come oggi, abbandonando il melò per darsi al sociale e a pezzi contro la violenza sulle donne, non riesco proprio a capire quale fetta di pubblico Albano sia chiamato a rappresentare.
Sebbene si ostini a cantare per il papa e non perda occasione per dichiararsi devoto di Padre Pio, da quando ha lasciato anche la Lecciso e si è dato ai sermoni pseudocelentaneschi Albano non piace nemmeno più alla mia nonna ottantaseienne, che gli preferisce Biagio Antonacci fotografato con il cd di fuori sulla copertina di Vanity Fair, o Nevruz perché ricanta Modugno.
Capivo il fascino di Albano quando, insieme alla sua prima moglie, era l’emblema dell’amore-cuore e della nostalgia canaglia, la sua allure da contadino di balera che cantava per la gente semplice e per i puri di spirito stava in piedi e aveva un senso. Ma oggi, con la fine del mito della figura del cantante e la compressione di ogni divo pop nello spazio impalpabile di un mp3, trovo che Albano sarebbe da considerarsi un ricordo molto e sepolto. E non posso dunque fare a meno di chiedermi quale inafferrabile mistero si nasconda dietro il suo continuo rimaterializzarsi con irritanti do di petto quando è assai evidente il fatto che, oramai, non ha proprio più un bel niente da dare.










