Tradizionale ultimo post dell’anno con i soliti auguri, banali ma sinceri, per le parole che verranno. Da grafomane e divoratore di pagine scritte, non posso infatti che auspicare per me e per tutti i miei lettori un 2011 pieno di trame avvincenti, di frasi scritte come si deve, di verbi azzeccati e di emozionanti narrazioni (termine che io, bisogna ammetterlo, utilizzavo già molto prima di Nichi Vendola).
Come di consueto, in occasione dell’incipit di un nuovo anno, chiudo la baracca di questo blog per una manciata di giorni, e mi ritiro a ricaricar le pile in modo da poter tornare, il dieci gennaio, con la mente rinnovata e la punta delle dita bramose di tornare a digitare sui tasti del computer portatile.
Senza contare che, come già anticipato in più di un’occasione, per il buon Vecchiotti il 2011 dovrebbe anche essere l’anno giusto in cui portare in bella copia una consistente quantità di bozze giacenti da tempo sulla scrivania.
Ho dunque due principali auguri da fare, e con l’egoismo che mi contraddistingue li faccio entrambi a me stesso. Il primo, irrinunciabile, è quello di trovare, anche nell’anno che comincia, nuove ragioni e nuovi spunti per mettere in fila nero su bianco tanti bei sostantivi, verbi ed aggettivi, a formare un pensiero che mi rappresenti. Il secondo, piacevolissimo ma non fondamentale, quello che magari ci sia, anche nel futuro prossimo, qualcun altro a cui, per curiosità, per piacere o per mancanza di alternative migliori, venga la tentazione di leggerle, quelle mie frasi, e di trascorrere insieme a me un attimo del suo 2011.
Mi auguro un anno con meno Facebook e più Balzac, non troppo affollato di suonerie del cellulare ma più pieno di belle pagine di diario intimo condiviso.
Insomma, parafrasando una canzonetta degli anni ’80, mi auguro un 2011 con più silenzio, e magari con qualcosa degno di essere ascoltato.






