"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Archivio del 2010

Tradizionale ultimo post dell’anno con i soliti auguri, banali ma sinceri, per le parole che verranno. Da grafomane e divoratore di pagine scritte, non posso infatti che auspicare per me e per tutti i miei lettori un 2011 pieno di trame avvincenti, di frasi scritte come si deve, di verbi azzeccati e di emozionanti narrazioni (termine che io, bisogna ammetterlo, utilizzavo già molto prima di Nichi Vendola).

Come di consueto, in occasione dell’incipit di un nuovo anno, chiudo la baracca di questo blog per una manciata di giorni, e mi ritiro a ricaricar le pile in modo da poter tornare, il dieci gennaio, con la mente rinnovata e la punta delle dita bramose di tornare a digitare sui tasti del computer portatile.
Senza contare che, come già anticipato in più di un’occasione, per il buon Vecchiotti il 2011 dovrebbe anche essere l’anno giusto in cui portare in bella copia una consistente quantità di bozze giacenti da tempo sulla scrivania.

Ho dunque due principali auguri da fare, e con l’egoismo che mi contraddistingue li faccio entrambi a me stesso. Il primo, irrinunciabile, è quello di trovare, anche nell’anno che comincia, nuove ragioni e nuovi spunti per mettere in fila nero su bianco tanti bei sostantivi, verbi ed aggettivi, a formare un pensiero che mi rappresenti. Il secondo, piacevolissimo ma non fondamentale, quello che magari ci sia, anche nel futuro prossimo, qualcun altro a cui, per curiosità, per piacere o per mancanza di alternative migliori, venga la tentazione di leggerle, quelle mie frasi, e di trascorrere insieme a me un attimo del suo 2011.

Mi auguro un anno con meno Facebook e più Balzac, non troppo affollato di suonerie del cellulare ma più pieno di belle pagine di diario intimo condiviso.
Insomma, parafrasando una canzonetta degli anni ’80, mi auguro un 2011 con più silenzio, e magari con qualcosa degno di essere ascoltato.

Il mio 2010 si chiude con una full-immersion creativa di tre giorni. Rinchiuso in un teatro della provincia toscana, mi metterò al lavoro per cominciare a dare una terza dimensione a quel progetto – già anunciato qui e altrove – per ora esistente solo sulla carta: uno spettacolo teatrale che racconti gli anni ’80 del secolo scorso.

Le basi ci sono tutte: esistono i personaggi, esiste l’ambientazione, e ho già buttato giù una bozza completa del copione. Da oggi, con gli attori Ilaria Pardini e Marco Pasquinucci cercheremo di trasformare il mio canovaccio in una vera e propria storia fatta di ricordi, oggetti e canzoni dell’epoca mescolati insieme a costruire una trama capace di tenere il pubblico seduto in platea per circa un’ora e mezza, e magari di fargli pensare che è addirittura valsa la pena di spendere i soldi del biglietto d’ingresso.

A distanza di quasi quindici anni dalla stesura del mio primo testo teatrale, seppur assai ricalcitrante e pieno di timori, mi sono lasciato tirar dentro questa idea altrui per provare a vedere se ne verrà fuori qualcosa e, in caso affermativo, quale sarà il risultato.

L’attività creativa del romanziere o quella del blogger sono per definizione solitarie, ascetiche, onanistiche, roba che si fa tra sè e sè nell’isolamento della propria stanzetta. Il teatro invece ha meccanismi del tutto diversi, non può trascendere dall’idea di gruppo, di collaborazione, di tavola rotonda in cui ciascuno mette le proprie idee ed ognuna di esse viene discussa, criticata, scartata, approvata così com’è o modificata in base al gusto e alle intenzioni comuni.
Insomma un bel banco di prova, per chi è abituato a interfacciarsi solo e soltanto con se stesso.

A dire il vero stavo quasi per gettare la spugna, e pochi giorni prima della data fissata per l’inizio delle prove ho cercato di chiamarmi fuori dal gioco, stremato alla sola idea di tutto il tempo e le energie che quelle riunioni, quel cercare un punto comune, quel tentare a vuoto e ricominciare da capo mi avrebbero portato via.
Con le bozze di un romanzo da rivedere, un altro romanzo in stesura, un blog da tenere costantemente aggiornato e un mestiere da venditore di libri giramondo che anche nel 2011 mi farà dondolare qua e là per venti città del mondo tra Tokyo e San Diego, aggiungere alla mia lista di impegni anche gli incontri periodici con la compagnia teatrale mi sembrava una specie di suicidio creativo.
Poi però, come al solito, la tentazione è stata più forte del senso di fatica aprioristica, dunque eccomi qui, con un trolley in mano, in una gelida mattina di fine dicembre, a salire su un intercity con destinazione anni ’80.

Mica sono ancora sicuro, di aver fatto la scelta giusta, e dentro di me la vocina dell’angioletto diabolico continua a dirmi che me ne pentirò. Ma come diceva Jorge Amado, la vita val la pena di essere vissuta solo quando si ha il coraggio di rischiare e andare a vedere le carte altrui, e a me, nonostante le paure, piace tentare la sorte, quindi salgo su questo treno e non ci sono santi: vedo.

Chissà che, la prossima estate, anche a voi non capiti di venire a vedere il nostro spettacolo sugli anni ’80.

Ultimissime ore per il rush finale ai regali di Natale.
Quest’anno non sono stato particolarmente generoso, in termini di suggerimenti ai sei lettori del mio blog, ma il fatto è che odio ripetermi e, più o meno, ogni 25 dicembre si somiglia a quelli precedenti . Di conseguenza, chi se li fosse persi, può andare a ripescarsi tutti i post pubblicati sul tema negli anni passati.

D’altro canto è anche vero che un dono è chic anche quando è a passo coi tempi, legato alle mode del periodo in cui viene pensato e infiocchettato, e quindi è doveroso dare anche una piccola imbeccata che possa rimanere nella storia come il dono à la page del 2010.
E se è vero che per stupire la scarsa fantasia e la mancanza di immaginazione di un uomo e accontentarlo la tecnica migliore è quella di comprargli il più banale degli oggetti  (un portafoglio, un dopobarba, due giochini della Wii) in modo da non dovergli appesantire le festività con la fatica di capire a cosa serve ciò che ha ricevuto, le donne pretendono sempre la sorpresa, il coupe de theatre, e la dimostrazione concreta che l’altro ha perfettamente compreso le loro esigenze e la loro profonda sensibilità.
Dunque io non ho dubbi: a tutte le mie più care amiche, single e non, farò il regalo più cool e più adatto alle loro reali esigenze: un buono valido per un’ora con un gigolo.

A capire come mai sia proprio questo il regalo più consono per chiudere il 2010 non servono molte parole: basta ricordare a tutti come l’anno che volge al termine sia stato all’insegna della prostituzione sdoganata un po’ ovunque. E certo non dovrò sprecarmi in lunghe elucubrazioni nemmeno per spiegare in quale modo quello di un professionista dell’erotismo possa essere il miglior pacco da scartare per ogni Signora (di qualunque sesso ella sia).

A tutti gli uomini che leggono questo blog do quindi questo consiglio: se volete far contenta la vostra lei – si tratti di una moglie, di una fidanzata, di un’amica, di una sorella o di una mamma – regalatele un breve spazio di felicità con un maschio pagato per esser tale.
Sceglietelo secondo il vostro gusto, come piace a voi, in base ai vostri canoni estetici. E, se proprio siete eterosessuali incallitissimi, privi di qualunque briciola di anima bisex, di quelli che si intendono di uomini come io me ne capisco di spinterogeni, sfogliate il catalogo dell’agenzia e fate cadere la scelta non su quello che più vi attira, ma su quello a cui vi piacerebbe somigliare.

Lasciate poi che la destinataria del regalo (che, lo ribadisco, può ovviamente anche essere un altro maschio, meglio se mai sfiorato da pensieri di omosessualità) scelga come utilizzare la sua ora d’aria in compagnia del bell’adone. Che lo usi per farsi sollazzare come la più maiala delle pornodive, o per vendicarsi dei soprusi subiti prendendolo a frustate, o magari solo per fargli stirare le camicie del marito non è affar vostro. Poco vi sarà dato sapere, di come il vostro dono verrà utilizzato, ma di sicuro sarete certi di aver azzeccato il regalo, una volta tanto.

Chiudo quest’ultima considerazione prenatalizia con la banale risposta a una domanda altrettanto banale domanda che forse qualche lettore si farà. Per quale motivo questo regalo vale solo se si regala un escort maschio, e non si può tenere buono anche regalando una accondiscendente signorina?
Sono sicuro che ci siete già arrivati da soli ma, a beneficio dei più pigri, lo spiego comunque.
Non sarebbe affatto un’idea innovativa, regalare una prostituta a un uomo, né un pensiero particolarmente natalizio visto che, come si sa, i maschi eterosessuali a puttane ci vanno già tutto l’anno.

Buon Natale a tutte.

La storia italiana, si sa, è piena zeppa di enigmi irrisolti e ancora aperti.
Abbiamo avuto Ustica, Piazza Fontana, Gladio, la Uno Bianca, Ilaria Alpi e Michele Sindona. Ci siamo interrogati per decenni e abbiamo speso fiumi di parole sul caso-Moro, sull’affaire-Calvi e sul delitto-Pecorelli. C’erano e ancora ci sono le stragi del 1993.
Ma c’è un mistero d’Italia che, a tutt’oggi, risulta ancora inesplorato e non sufficientemente approfondito: Albano.
E’ infatti notizia recentissima che il Signor Carrisi è tra i quattordici eletti che, nel prossimo febbraio, avranno l’onore di partecipare alla sessantunesima edizione del Festival di Sanremo, quella che, sotto la guida di un Morandi amato in maniera bipartisan da ormai cinquant’anni, cercherà di risollevare le sorti di una kermesse da troppo tempo in odore di cimitero.

Ed effettivamente il Gianni nazionale, aiutato dal suo irresistibile sorriso e da una crisi discografica sempre più cancerogena, è riuscito a realizzare il miracolo che tante volte Baudo ha tentato, vale a dire quello di portare sul palco dell’Ariston un interessante cocktail di pop giovanile e cantautori-pilastro, mettendo insieme un cast che spazia da Emma e i Modà a Battiato e Vecchioni, passando per una Oxa che fa sempre glamour e una abituale Strambelli, gettone pagato alla crescente comunità di telefanatici di icone gay i quali, quando si tratta di racimolare gruppi d’ascolto per fare audience, sono una garanzia assoluta.

C’è anche l’outsider padano, tal Davide Van De Sfroos, in nome di un sano federalismo canzonettaro, che, fedele alla linea bossiana, si dovrebbe presentare con un brano di pop-duro.
A difendere il martoriato sud resta solo la sexy monnezza di Anna Tatangelo, e anche questa già appare una mossa calderoliana per dimostrare l’inutilità parassita del mezzogiorno.
C’è una spruzzata di ex da talent show e c’è persino un riesumato Pezzali che in tutti noi, adolescenti all’epoca di “Hanno ucciso l’uomo ragno”, scatena l'irresistibile curiosità di vedere se, a 43 anni suonati, Mr. 883 sia finalmente uscito dalla poetica da età delle pugnette in cui era recluso fino all’ultimo album uscito.

Insomma tutte le scelte di Morandi sono abbastanza comprensibili e inquadrabili in quell’ottica da minestrone per tutti i gusti che da sempre Sanremo è. Solo un mistero rimane, ed è appunto l’ennesima presenza di Albano.
Perché se una volta il Sig. Rominopower teneva alta la bandiera del nazional-popolare, e delle fasce alte di età, oggi come oggi, abbandonando il melò per darsi al sociale e a pezzi contro la violenza sulle donne, non riesco proprio a capire quale fetta di pubblico Albano sia chiamato a rappresentare.
Sebbene si ostini a cantare per il papa e non perda occasione per dichiararsi devoto di Padre Pio, da quando ha lasciato anche la Lecciso e si è dato ai sermoni pseudocelentaneschi Albano non piace nemmeno più alla mia nonna ottantaseienne, che gli preferisce Biagio Antonacci fotografato con il cd di fuori sulla copertina di Vanity Fair, o Nevruz perché ricanta Modugno.

Capivo il fascino di Albano quando, insieme alla sua prima moglie, era l’emblema dell’amore-cuore e della nostalgia canaglia, la sua allure da contadino di balera che cantava per la gente semplice e per i puri di spirito stava in piedi e aveva un senso. Ma oggi, con la fine del mito della figura del cantante e la compressione di ogni divo pop nello spazio impalpabile di un mp3, trovo che Albano sarebbe da considerarsi un ricordo molto e sepolto. E non posso dunque fare a meno di chiedermi quale inafferrabile mistero si nasconda dietro il suo continuo rimaterializzarsi con irritanti do di petto quando è assai evidente il fatto che, oramai, non ha proprio più un bel niente da dare.

Lo dice Bersani in diretta con Lucia Annunziata, lo ribadisce Fini a “Che tempo che fa”, e lo conferma anche Casini, ovviamente a “In famiglia” su Raidue. Lo urla Di Pietro ad “Annozero” e tutti fanno a fatica a decifrare la frase perché quattro verbi su cinque sono sbagliati. Per fortuna a “L’infedele” c’è Vendola che rispiega il concetto in italiano corretto. Ne parla la Cabello a "Victor Victoria", e lo ribadisce Chiambretti mentre la ballerina di burlesque Eve La Plume si toglie il reggiseno: l’Italia è un paese in mutande.

Qualche sera fa, a cena, un’amica che di mestiere si fa in quattro per ritrovare un lavoro a soggetti ai margini della società che l’hanno perso, mi raccontava di come la sua schiera di utenti, storicamente composta da quasi-barboni ed ex mignotte in cerca di redenzione, si sia di recente allargata a macchia d’olio rinfoltendosi con persone che fino a un lustro fa neanche ti saresti immaginato di veder elemosinare un impiego qualunque negli uffici comunali per il collocamento borderline.

Insomma l'unico che non ne parla è Minzolini al TG1, e questa è la più attendibile prova del fatto che, in Italia, la crisi economica c’è eccome.

Eppure io sabato scorso, compiendo l’insano gesto di gettarmi nel delirio di un centro commerciale nell’ultimo weekend prenatalizio, non riuscivo davvero a crederci, che la nazione stia affrontando una fase di debacle in cui ogni giorno abbondanti manciate di persone perdono il lavoro. Assistere allo spettacolo degli oggetti inutili che venivano venduti a spron battuto dava casomai l’idea di trovarsi nel paese dei balocchi.
Perché, per quanto si sappia che è vera, non ci si crede alla storia dell’aumento esponenziale della cassa integrazione, quando si vedono fiumi di uomini e donne che comprano il cofanetto dei film di Nino D’Angelo in Blue Ray, o dodici tubetti di crema snellente pancia alla caffeina e olii di jojoba, o il libro di Paolo Fox.
Quell’immagine di denaro sprecato, di spesa compulsiva e fine a se stessa, era il trionfo dell’ottimismo, il non-plus-ultra del bengodi, e non poteva avere nulla a che vedere con ciò che ci raccontano quei millantatori Floris e Santoro.

Per non parlare del regalo più trendy e cool del Natale 2010. Ma quale schermo al plasma! Ma quale e-reader! Il vero must per quest’anno è l’indispensabilissimo, irrinunciabile cuscino vibromassaggiatore elettrico da adagiare sulle vostre poltrone di casa (o su quelle dell’auto) per godervi meravigliosi trattamenti shatsu mentre guardate “Kalispera” di Alfonso Signorini in tivù.
E dire che io ero rimasto ai tempi in cui il massaggio era un bene di lusso, un sinonimo di benessere e totale comfort. Che mi risulti, non si eseguono moltissimi massaggi ayurveda, durante le guerre o le carestie.
Ebbene.. sabato scorso, in soli dieci minuti, di quei cuscini ne ho visti vendere almeno una quindicina, pagati con Mastercard alla modica cifra di centocinquantanove euro a pezzo. 
Dunque non posso fare di pensare che, per essere una crisi, con tutti quei massaggi, per lo meno deve essere rilassatissima.

Insomma i casi sono due: o la crisi è effettivamente un’invenzione della tivù, oppure siamo tutti preda di un bipolarismo delirante e, piuttosto che di un massaggiatore shatsu, avremmo bisogno di un bravo psichiatra.


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