Un giorno qualunque

17 May 2012

Una volta si diceva “Io non ho nulla contro i gay, ho un sacco di amici gay” (su questa cretineria, per esempio, Gianni Morandi ha costruito l’intero Festival di Sanremo ...

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Il gioco dei ricordi

16 May 2012

E’ vero… si fa fatica a crederlo, eppure la gente si divertiva stando insieme anche prima dell’avvento di Facebook e del mondo digitale. Ci si riuniva comunque, e si passava il ...

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La sacrosanta solitudine dello scrittore

14 May 2012

Bevetevi un bel romanzo. O un saggio, o una poesia. Sì perché… secondo quanto dichiarato al Salone del Libro da Vincenzo Russi, direttore generale del Cefriel, il futuro dell’editoria starà ...

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Obama sarà il mio testimone di nozze

10 May 2012

Quelli che, solo per il fatto di avere un profilo Facebook, amano commentare e cercare di mettersi in mostra facendo sempre i bastian contrari possono continuare a insistere sul fatto ...

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Vivi e selvaggi come 2 Cavalli

9 May 2012

La primavera è ormai definitivamente arrivata, dunque noi di DISCORING siamo pronti ad uscire dagli studi radiofonici in cui siamo rimasti chiusi per tutto l’inverno e concederci qualche scampagnata vintage ...

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Archivio del 2009

Prepariamoci: da domani vedremo apparire di nuovo sui nostri schermi con reti televisive unificate la faccia di Papi che, ostentando le ferite patite sul campo, tornerà a lanciare a spron battuto la sua candidatura a Premio Nobel per la pace.
Effettivamente, il premier di uno stato che utilizza il proprio esercito per spalare la neve, sembra perfetto per quel riconoscimento.

Anche questo blog, come qualunque attività si svolga in Italia, ha subito un fortissimo ritardo a causa dell’ondata di gelo che ci ha travolti. Tre ore di treno per percorrere trenta chilometri di percorso da pendolare hanno un sapore grottesco, oltre che un retrogusto di sottosviluppo.

“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”, recitava quel famoso film. Ebbene, il celeberrimo replicante Rutger Hauer avrà anche assistito allo spettacolo inquietante, dei raggi B che balenano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, ma di certo mai avrebbe immaginato di incontrare – cosa che è invece è accaduta a me stamattina alle ore otto – un gruppo di passeggeri diretti a Napoli, partiti ieri sera all’ora di cena da Milano, costretti a trascorrere tutta la notte fermi alla stazione di Genova Brignole, e del tutto ignari circa il loro destino e la loro destinazione.
E il tutto dopo che il Presidente delle Ferrovie Nazionali aveva vantato in diretta tivù l’efficienza del suo operato, per poi rimangiarsi tutto con la faccia di tolla e intimare ai passeggeri di autogestirsi munendosi di coperte e generi di conforto per la sopravvivenza.

E dire che era già tutto previsto, perché la nostra intelligence e i servizi segreti l’avevano scoperto con largo anticipo, che a dicembre fa freddo e può addirittura nevicare. Invece nulla, ogni allerta dei metereologi non è bastata a salvare il paese dalla paralisi totale per qualche fiocco caduto e per un po’ di acqua solidificatasi sulle strade. Non ci sono dubbi che il nostro capo del governo declinerà qualsiasi responsabilità, farà spallucce dichiarando fiero che lui non era stato avvisato, del fatto che in inverno arrivano venti freddi, cavalcherà a briglie sciolte anche questa occasione di facile populismo televisivo dicendo che questo è un tipico freddo sovietico, e che quindi non ci sono dubbi sulle sue origini comuniste; e si coglierà l’occasione a modificare la costituzione tutta di sinistra, vera responsabile delle gelate in val padana.

Speriamo solo che tutto passi entro due giorni, altrimenti potremmo passare tutti un 25 dicembre senza regali, visto che Babbo Natale rischia di non trovare nemmeno un aeroporto aperto per atterrare con la slitta.

Quando ero adolescente, andava di moda prendersi burla del mondo intero divertendosi a scrivere sui muri, sui diari scolastici dei compagni, e ovunque un pennarellone Uni-Posca consentisse di farlo, la frase-scherzo “Scemo chi legge”.
In quell’epoca in cui ancora non esistevano i social network, i telefonini, e le mille forme di scherno digitale che oggi spopolano, la mania di imbrattare qualunque superficie libera con quello slogan che, in automatico, sbeffeggiava chiunque avesse la curiosità di guardarsi intorno divenne una vera e propria moda globale di un mondo giovanile che – per quanto oggi l’idea possa sorprendere – riusciva a divertirsi con pochissimo.

Qualche anno dopo una campagna paraministeriale stile Pubblicità Progresso sfrutto quell’idea e la rigirò, lanciando lo slogan “Furbo chi legge”, nel tentativo di sensibilizzare le giovani generazioni stimolandole alla letteratura.

Tre giorni fa, infine, nel mio consueto pendolarismo ferrotranviario, mi sono scoperto a fissare con una certa insistenza una viaggiatrice seduta di fronte nel mio scompartimento, e a provare una certa attrazione erotica, dovuta non tanto alla sua avvenenza fisica (certo non degna di nota) ma scatenata proprio dal fatto che teneva in mano un grosso tomo, ed era palpabile il suo essere concentratissima nelle pagine, persa nella trama, lontana anni luce dal triste contesto reale in cui entrambi ci trovavamo perché completamente immersa nel mondo parallelo di quelle parole scritte.
Ecco quindi che mi è balzata alla mente un’ennesima versione di quello slogan dei tempi che furono: “Sexy chi legge”.

Perché al di là delle caratteristiche fisiche, indipendentemente dalla presenza o meno di labbra carnose, occhi blu o gambe che si agitano come un richiamo sessuale, chi riesce ad estraniarsi perché completamente assorto in un libro ha sempre un fascino erotico che trascende la sua bellezza o bruttezza. Ha l’allure eccitante del mistero, chi sa perdersi dentro una lettura, la maggior parte delle volte scatena più ormoni di quanto riuscirebbe a fare indossando vestiti attillati o profumi a base di feromone.
Leggendo un classico della letteratura si può diventare sexy anche se si hanno venti chili di troppo, o due misure di reggiseno in meno.

A volte per scatenare l’interesse e l’eccitazione di uno sconosciuto, di qualcuno che si desidera come amante, ma anche di un marito o di una moglie, sfogliare Balzac è più efficace che spogliare il proprio corpo, e aumentare la pagine ha conseguenze più carnali che diminuire i vestiti.

A differenza dell’italiano standard, ritengo che sia sempre meglio confessare i propri peccati e ammettere ogni malefatta che sporchi la nostra fedina morale. Le macchie – di qualunque natura esse siano – vanno lavate via dalla coscienza, le proprie infamie vanno portate alla luce del sole, e questo non tanto in nome della giustizia o del trionfo pubblico del bene sul male, quanto della pace interiore e del senso di liberazione e serena leggerezza che sempre segue ogni autodenuncia.

E io che tanto me la tiro da scrittore allergico alla tivù e alla sottocultura mediatica, oggi, giorno d’uscita di tutte le pellicole natalizie, sento il dovere etico di dire la verità, ed ammettere di fronte al plotone d’esecuzione dei miei sette lettori che sì, sono un abituale spettatore pagante dei cinepanettoni con Christian De Sica. Insomma anche quest’anno (ovviamente da solo e ben camuffato con occhiali da sole e passamontagna) mi recherò nella multisala a due passi da casa e sborserò i miei sette euro e mezzo di biglietto per assistere alla volgarità di “Natale a Beverly Hills” di Neri Parenti.

Certo può sembrare incoerenza pura per uno che, appena due settimane fa, su queste stesse pagine sbrodolovava un predicozzo a proposito della cretineria di Checco Zalone e delle sue razziste produzione cinetelevisive; il fatto è che, proprio come accade per il Festival di Sanremo, la mia fedeltà al più nazionalpopolare e trash degli intrattenimenti non è ovviamente dovuta a una passione per i suoi contenuti o le sue forme, quanto per l’incontrollabile attaccamento emotivo a qualcosa che, piaccia o no, rappresenta la tradizione.

E’ che faccio parte della generazione di quel primissimo “Vacanze di Natale” di Carlo Vanzina, perché nel 1983 avevo otto anni, non conoscevo ancora né Almodovar né Woody Allen, ragione per cui Gerry Calà e Karina Huff erano il top del divertimento e della settima arte, ai miei occhi di cinefilo inesperto. E da allora, da quella pellicola che comunque fece epoca e condizionò tutto il cinema a venire, volente o nolente, non sono più riuscito a liberarmi di questa tradizione che, ogni anno, mi spinge ad arricchire le già fiorenti tasche di De Sica e della Filmauro.

Sia chiaro: non è che quei film mi piacciano davvero, o che mi facciano ridere sguiatamente come accade allo spettatore tipico del cinepanettone; il mio è solo un discorso di morboso attaccamento alla consuetudine delle feste, a tutto ciò che, insieme al torrone e alle lucine sull’albero, mi fa tornare bambino per tre giorni all’anno.
Certo in me c’è anche un po’ di quella perversione mostruosamente umana del sentirsi attratti dall’orrido, dallo squallido e da tutto ciò che ha il fascino del basso livello, ma queste sono tutte intellettualizzazioni, sovrastrutture mentali costruite ad hoc per giustificarsi, e inventarsi una nobile ragione con cui coprire di profumo il fetore.

Ad essere vero però è solo il fatto che possiamo anche cucirci addosso dei personaggi coerenti e tutti d’un pezzo, ma nulla è più umano e naturale della contraddizione che, a dispetto di tutti i nostri sforzi, sempre ci scorre nelle vene.

Laureati di tutta Italia, preparatevi a tirar fuori le palle.
In una nazione sempre più machista e virgulta, in cui le donne sono giudicate solo in base alla loro avvenenza e alla loro disponibilità sessuale, e con un presidente del consiglio che, anziché le proprie doti politiche, nonostante i settantatrè suonati, ancora esalta coram populo la sua prestanza erotica, niente di meglio che adeguarsi alle tendenze del momento, e preparasi alla professione del futuro, vale a dire il manichino umano mutandato.
L’immagine qui a sinistra (ripresa dal sito web di Repubblica) parla chiaro: il mestiere del nuovo decennio sarà quello di bonazzo da esposizione per capi di biancheria intima e abbigliamento in genere.

La foto che vedete sopra è stata scattata a Madrid in questi giorni ma, a dire il vero, a me era già capitato, lo scorso luglio, di passeggiare sulla 5th Avenue a New York e di trovarmi di punto in bianco davanti agli occhi un adone di forse sedici anni con tutti i muscoli definitissimi in bella vista e mille di punteggio sul pippometro (vedere altra foto qui a destra, scattata dal sottoscritto in persona). No.. non era un body-builder appena uscito dalla palestra senza ricordarsi di vestirsi, ma uno dei testimonial “buttadentro” della catena di vestiario gggiovane Abercrombie (che recentemente ha aperto un primo negozio anche a Milano).

Perché… chi l’ha detto che una buona carriera significhi per forza giacca e cravatta?; molto spesso anche un nude-look che si rispetti può rappresentare un bell’iter professionale.
A tal proposito, la nostra ministra per la d-istruzione Mariastella sta già pensando a una nuova riforma che, dopo aver ridotto i piani di studio a tre ore settimanali, sostituisca l’aula con la palestra, la matematica con il pilates, il latino e il greco con lo step, e la storia con il massaggio linfodrenante.
Insomma a breve, se le cose continuano così, non sarà tanto una questione di curriculum, ma di culum e basta.

I giovanissimi che stanno per scegliere l’indirizzo scolastico superiore o l’università sono avvisati. Se ai tempi dei nostri genitori per costruirsi una buona posizione serviva soprattutto il famoso “pezzo di carta”, adesso è preferibile orientarsi su un boxer griffato.

Per quanto siti web e vetrine di negozi facciano a gara coi consigli per gli acquisti al fine di aumentare un pochino i fatturati di Dicembre, non ci sono dubbi: quest’anno il regalo più trendy per Natale è la mini-riproduzione del Duomo di Milano, protagonista dell’attacco politico del momento e vera star mediatica in questi giorni che ci separano dalle feste.
Non sono io a dirlo, ma i numeri e le agenzie di stampa del paese: nel capoluogo lombardo il tipico oggettino turistico superkitch ha fatto registrare spaventosi boom di vendita, al punto di raddoppiarne (e a volte addirittura triplicarne) il prezzo sul mercato. Addirittura c’è chi si è messo a vender madunine sul web, certo del business che si può costruire attorno a un caso mediatico.
E comunque la si pensi, che si stia dalla giusta parte di chi condanna il gesto, che si arrivi agli eccessi di chi lo strumentalizza trasformando Berlusconi in una specie di unica vittima del sistema, o che al contrario si sposi il delirio di Tartaglia giustificandolo, tutti vogliono mettere sotto il proprio albero l’oggetto più cool del momento.

Questo a dimostrazione del fatto che, da qualunque parte politica o ideologia si schierino, gli italiani restano fondamentalmente dei pecoroni privi di senso critico, pronti ad accordarsi all’ultima tendenza televisiva senza discernere gli aspetti sani da quelli deliranti.

Se le cose stessero diversamente da così, non saremmo costretti, oggi, a leggere su tutti i quotidiani stretti intorno al premier rinascente, la notizia della ormai certa presenza al prossimo Festival di Sanremo dell’orrendo Povia con la sua canzone sul caso Eluana Englaro.
L’aveva già preannunciato a inizio estate: visto che con la parabola del frocio guarito gli era andata bene (relativamente, visto che non mi sembra si sia trattato di un grosso successo né di canzone destinata a durare oltre il quarto d’ora della polemica), il più opportunista e vuoto personaggio del mondo discografico italiano butta nella mischia un altro bel tizzone ardente (mi verrebbe da dire: un’altra miniatura del Duomo contundente) certo che, sebbene nessuno avrà mai dubbi sulla sua totale mancanza di talento, almeno per un po’ sui giornali e nei salotti tivù riuscirà a tenere banco.

Dicevo che noi italiani siamo dei pecoroni stolti, no? A dimostrarlo basta questo. Un cretino come Povia che, non avendo altra chance di far parlare di sé, si diverte a buttare nelle sue vomitevoli canzonette i temi più scomodi ad effetto sicuro. E’ un po’ come quando un bambino, a tavola con soli adulti, soffre sentendosi escluso ed emarginato, e quindi comincia a urlare “cacca!” sapendo che, per un motivo o per l’altro, riuscirà a spostare l’attenzione su di sé.

Esattamente come l’anno scorso, già tre mesi prima del Festival Povia fa parlare di sé. Cosa che, se dovesse basarsi solo sulle proprie capacità cantautorali, mai e poi mai riuscirebbe ad ottenere.
Ci aspettiamo, per i Festival a venire, canzonette pop sull’illegalità dell’aborto (vedasi a tal proposito il concorso tutt’ora aperto Sanremo Gran Casinò 2010), sull’esecrabile uso del preservativo, sulla legittimità delle camere a gas per gli extracomunitari o, perché no?, su una legge divina che beatifichi la cretineria, l’opportunismo mediatico e la stronzaggine.