Un giorno qualunque

17 May 2012

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Il gioco dei ricordi

16 May 2012

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La sacrosanta solitudine dello scrittore

14 May 2012

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10 May 2012

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Vivi e selvaggi come 2 Cavalli

9 May 2012

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Archivio del 2008

Alla fine ci sono riuscito. Come immaginato e in un certo senso quasi auspicato giovedì scorso (pochi minuti fa, per me che scrivo) mi sono involontariamente trovato nel bel mezzo della guerriglia urbana ateniese, tra petardi, bombe molotov e schiere di poliziotti con l’elmetto e lo scudo trasparente.
Stavo seguendo il mio programma lavorativo, che prevedeva una ricognizione completa delle principali librerie del centro, quando passando in Stadiou Avenue, non distante dal palazzo del parlamento, mi sono reso conto di essere nel bel mezzo di un vero e proprio riot antigovernativo. Giovani ragazzi vestiti di nero e con la bocca coperta da fazzoletti, sciarpe o mascherine antigas insultavano i gruppo di poliziotti schierati, lanciavano pietre e spranghe, urlavano parole incomprensibili (per lo meno a me). Tutte le saracinesche dei negozi erano abbassate, le vetrine protette dietro barriccate di legno. Insomma sembrava di essere a Genova nei giorni del G8 2001.

Con una sola differenza: che, esattamente come me, un centinaio di altre persone anziché fuggire, si erano fermate lì in a seguire la scena, uomini e donne in completi regimental da businesspeople della city che si mettevano in piedi sulle panchine, sui muretti delle fontane, per assistere meglio allo show. Un gruppo di impiegati si era lasciato chiudere dentro la caffetteria Starbuck i cui tavoli davano proprio sul Panepistimiou, teatro dei lanci di oggetti e di insulti. Seduti davanti alla loro bella tazza di American Coffee, si godevano quel ritaglio di storia greca contemporanea. Inutile precisare che tutti scattavano foto con il loro telefono cellulare.

Era insomma una scena un po’ paradossale, ma perfettamente al passo coi tempi che viviamo. Da un lato questi ribelli coi loro saffi, le loro armi rudimentali e la loro rabbia nera a urlare ingiurie fronteggiando i poliziotti, dall’altro questo esercito di curiosi e fanatici del bluetooth tutti contenti di poter assistere davvero a una notizia da telegiornale, a ritrovarsi insomma in prima fila senza dover nemmeno pagare il canone, o il biglietto d’ingresso. La vita, il sociale e la politica debordate nel reality show.

Oltre che al fumo delle molotov, devo ammettere che si respirava una certa aria di assurdità impregnata nel quotidiano, e di perdita di punti di riferimento. Perché se i libri di storia ci hanno insegnato che le guerre e le battaglie in genere sono fatte di due soggetti opposti che si contrappongono e combattono tra loro, la nuova versione dei fatti è più articolata: mentre le due fazioni in conflitto combattono, poco più in là ne troverete sempre una terza che divertita osserva, riprende col telefonino e commenta come se si trovasse in poltrona davanti a un film.

Come promesso ieri, ecco un altro suggerimento per una vigilia di Natale all’insegna di una trasgressiva Trombola. Il testo che segue è tratto liberamente dal libri “I giochi di società”, scritto da Louis Guillon e edito nel 1971 dalla casa editrice Sugar.

Il lenzuolo
Non voglio dire chi sono perché mia moglie non c’era. Non che avrebbe qualcosa da dire su quest’esperienza, ma noi abbiamo deciso… Noi siamo molto aperti, moderni e ci siamo messi d’accordo di vivere la vita assieme, in ogni occasione.. invece questa volta mi sono trovato coinvolto, per conto mio; lei non era con me. E se venisse a saperlo si sentirebbe tradita. Non so se mi capisce… Comunque tra noi è così.
Dunque… Mi trovavo per lavoro in una città del nord, diciamo in Danimarca. La sera era arrivata senza che me ne accorgessi, così sono tornato in albergo da solo e senza un progetto, una prospettiva rilassante dopo una giornata così faticosa. Mi sono rivolto al portiere per qualche indicazione. Visto che ero uno straniero ha pensato che volessi andare a vedere uno di quegli spettacoli spinti per cui questo paese va tanto famoso dopo la liberalizzazione dei costumi. Ma li conoscevo già, non mi interessavano. Francamente. Come le ho detto io e mia moglie viviamo in un mondo avanzato e certi spettacoli da turisti per noi sono una cosa superata, da provinciali. Per farla breve, ho telefonato a un conoscente con la scusa di chiedergli qualche chiarimento di lavoro; poi ho fatto slittare il discorso dove mi interessava. Lui m’ha promesso di richiamarmi dopo qualche minuto.
Mi ha richiamato e mi ha detto che ero stato invitato; non in un club privato dove possono andare tutti iscrivendosi immediatamente ma in una casa dove, per entrare, occorre farsi raccomandare da chi è nel giro. Appena entrato la prima impressione m’ha lasciato.. come dire… disilluso. Allora: sono entrato e subito la padrona di casa m’ha consegnato un lenzuolo a due piazze. Ero da solo e gliel’ho detto, ma lei ha insistito, sorridendo. Poi ho capito perché. La stanza, più che un soggiorno, era una stanza spaziosa con poltrone e divani sparsi alla rinfusa lungo le pareti, aveva un grande tappeto al centro. Alcuni altoparlanti diffondevano musiche cantate da un coro di giovani. Il gioco era cominciato, ma la padrona di casa mi ha tranquillizzato: “Non occorrono molto spiegazioni”, m’ha detto: “Guarda e capirai”. E m’ha sistemato su una stuoia vicino alla parete. Tra due uomini. Al momento la cosa m’è sembrata scocciante e sospettosa, voglio dire da destare sospetti. Ma poi ho capito che non aveva importanza: i miei vicini non m’hanno neppure guardato; avevano gli occhi solo per la ragazza seduta al centro della stanza: tutte le luci erano puntate su di lei che era avvolta in un lenzuolo come il mio. Anche gli altri erano avvolti in un lenzuolo. Stavano zitti. La ragazza a un certo punto ha girato lentamente il capo e poi, fissando negli occhi uno dei presenti ha chiesto: “Che cosa ho sotto?” L’uomo le ha detto subito: “Fai una passeggiata”. La ragazza si è alzata, mi sembrava giovanissima, poi ha passeggiato lentamente, sotto le luci molto violente: sembrava danzare mentre sotto il lenzuolo si intravedeva qualcosa, ma pochissimo. Allora l’uomo le ha detto: “Nulla, non hai sotto niente”. La ragazza s’è sfilata il lenzuolo: aveva un collant color carne. Tutti l’hanno applaudita e lei è andata a prendere il posto dell’uomo che ha dato la risposta sbagliata. Che s’è messo al centro, ha rivolto la stessa domanda: “Cosa ho sotto?” a una donna. Questa donna ha indovinato: l’uomo era completamente nudo e allora lei ha ottenuto il diritto di entrare sotto il lenzuolo dell’uomo. Si è formata così la prima coppia della serata che si è sistemata in un angolo della stanza. A questo punto mi è venuta voglia di partecipare al gioco: ho chiesto al mio vicino come poteva farlo e lui mi ha detto: “Puoi andare di là e prepararti”. Dopo un po’ ero pronto a rispondere alla domanda: “Che cosa ho sotto?”. Sono tornato nel gruppo del lenzuolo e ansioso di essere interpellato da una bella ragazza. Quando è venuto il mio turno.. beh.. nel mio lenzuolo a due piazze è entrata una signora; non ho mai saputo con chi fosse sposata e se il marito fosse presente, ma ho imparato a non fare domande. Alla fine di questo divertimento credevo che il gioco fosse finito; invece no: alcune coppie sotto il lenzuolo si sono alternate al centro della stanza e noi ci siamo stretti in cerchio vicino a loro per guardare in silenzio il grande movimento che avveniva sotto quelle lenzuola. Ogni tanto qualcuno batteva le mani, non ho capito bene perché, e non ho osato chiederlo per non fare brutta figura. Una cosa curiosa: durante la serata tutti hanno bevuto solo sidro, cioè vino di mele. La padrona di casa mi ha spiegato che l’alcool, in certi casi, è un grosso errore. Dopo mi sono ricordato il titolo delle canzoni che hanno trasmesso durante tutta la durata del gioco: erano di “Hair”. Comunque non mi è piaciuto molto, forse perché non c’era mia moglie: con lei mi diverto, dopo, a parlare delle esperienze che abbiamo vissuto.

Due anni fa (21 e 22 Dicembre 2006) ebbero molto successo due miei post pre-natalizi in cui, senza vergogna, copiai pari pari alcune pagine estrapolate da uno straordinario volumetto intitolato “I giochi erotici di società”, uscito nel lontano 1971 per la scomparsa Casa Editrice Sugar di Varese e firmato da tale Louis Guillon, pseudonimo dietro il quale si celava, secondo la quarta di copertina, “un noto giornalista italiano”.

Contando sul fatto che nessuno avesse più da avanzare diritti d’autore su quello scritto (oggi acquistabile su e-bay, tanto per dare riscontro concreto a quanto dicevo ieri), anche quest’anno approfitto di quella piccola bibbia del porcellone per suggerire ai miei lettori due giochi vietati ai minori coi quali allietare le riunioni familiari delle feste, proponendo delle piccanti alternative alla solita tombola.
Ovviamente potete adattarli, rimodernarli e aggiornarli alle vostre realtà (tenete conto che sono giochi datati 1971!), l’importante è che lo scopo resti quello di trascorrere un caldo Natale, tutt’altro che in bianco.

Le Figure
M’era sembrato un gioco molto banale. Mio marito me lo disse subito: “Qui non hanno fantasia, sono proprio tedeschi”. Invece, tutto sommato, fu una serata divertente, anche chic.
“Che cosa intende per chic?”
Che aveva stile, tanto che adesso l’abbiamo ripetuta coi nostri amici.
Dunque: esistono degli album…
“Degli album?”
Almeno quella volta c’erano, comunque non è una cosa strettamente necessaria. L’importante, e non mi interrompa più altrimenti perdo il filo e ho poca voglia di parlare, l’importante è avere una buona raccolta di fotografie, come dite voi, per soli uomini. Quelle che hanno testi divertenti… Non so.. C’è una foto di una bella ragazza nuda su uno scoglio e sotto c’è scritto: “Nadine, fiore di bellezza, nostro sogno d’estate, tu volevi il sole e il sole ti possiede. Nadine, commessa, attrice, impiegata, che importa?, tu sei la vita, la giovinezza, il peccato”. E il servizio è completato da altre foto di Nadine: sul letto, sulla spiaggia, in bicicletta, al supermercato… Bene… tutte le donne (perché il gioco è riservato alle donne, gli uomini sono spettatori e giudici), ricevono un servizio fotografico a testa, completo di immagini e testo. Poi si ritirano per studiare la loro parte: cercano di entrare nel personaggio, di imitarne la pettinatura, il trucco, l’abbigliamento, se esiste una abbigliamento. Cercano di essere tante Nadine in carne ed ossa così come vengono descritte per eccitare la fantasia dei lettori delle riviste. Quando le donne sono pronte si esibiscono nelle foto viventi mentre qualcuno legge ad alta voce il testo corrispondente. Gli uomini giudicano le attrici: la più brava viene eletta, con votazione segreta, padrona della serata. Può fare quindi quello che crede e ordinare agli altri quello che vuole, anche le cose più pazze. E tutti devono obbedirle: un gioco è un gioco e ha le sue regole.
Guardi, le dico una cosa: se la padrona è una donna con un po’ di fantasia (e di solito lo è altrimenti non sarebbe stata la migliore attrice) la festa diventa davvero molto animata. L’ho provato di persona. Non sono mai stata eletta, ma non me ne lamento. Forse perché sono stata fortunata e ho trovato padrone molto in gamba. In tutti i sensi.
“E suo marito?”
Lui dice sempre che solo l’esperienza insegna.

Ok… è l’anno della recessione, delle spese contenutissime e dei regali da pochi soldi.
D’accordo… ho fatto tutta una lunga campagna contro l’abitudine di sperperar denaro in doni fatti così, proforma, tanto per comprar qualcosa senza metterci la benché minima punta di cuore.
Confermo e risottoscrivo anche quanto già detto nei giorni scorsi in merito all’orrore del consumismo natalizio.
Però non ci sono dubbi sul fatto che persino io un po’ di regali di Natale li compro, e qualcuno di sicuro lo riceverò.
Il fatto è che, posto davanti alla classica domanda di genitori nonni zii, “Cosa vuoi, ninin, per Natale?” (dove “ninin” è un appellativo classicamente genovese che i familiari appiccicano a tutti i loro bimbi dai 2 ai 200 anni), io sono sinceramente spiazzato. Se fino a qualche anno fa cominciavo a compilare la mia letterina di Babbo Natale già ad agosto, prendendo nota mentale di tutti gli infiniti desiderata, adesso devo concentrarmici su di brutto, spremermi le meningi come un limone, e sforzarmi per partorire un desiderio materiale.

Certo questa assenza di bramosia è dovuta al fatto che grazie ad Io ho la mia indipendenza economica, e non essendo una gran formichina mi compro da me qualsiasi cosa mi capiti di volere, così almeno evito di aspettare dei mesi chiedendomi se anche quest’anno sono stato abbastanza buono per convincere il vecchio Santa Claus; però so anche che, cominciando a maturare e a ritrovarmi dentro lo specchio, ho meno bisogno di sfogare la mia insoddisfazione nello shopping compulsivo.

L’unica esperienza di consumismo che riesca ancora a rapirmi davvero, e a farmi provare voglie lussuriose, è l’immensa vetrina di e-bay, con tutto il suo can can di cianfrusaglie e pattume misto che per chi lo ha in cantina costituisce solo uno scomodo ingombro e per chi invece è animato da una qualche passione di collezionismo è oro nascosto nel fango.

Io – come già si sa – sono per la musica su supporto vinilico.
Vecchi 45 giri da juke box (quelli promozionali con etichetta bianca, e cantanti diversi sulle due facciate), possibilmente con lo sticker originale da inserire nell’espositore del mio Ami-Rowe; compilation tamarre della prima metà degli 80 (come si diceva giusto due giorni fa); romanzi introvabili in libreria perché troppo belli per essere ristampati dall’editoria italiana.
Roba così, oggetti che non superano mai i venti-trenta euro di valore (e sto già parlando di aste carissime), e per i quali le spese di spedizione sono quasi sempre più alte del costo del bene stesso.
Roba che però, rievocandomi chissà quali precise sensazioni del passato, proprio come la madeleine proustiana assume per me una preziosità tutta soggettiva.

Insomma io se oggi scrivessi una letterina a Babbo Natale, gli suggerirei di dotarsi di un account Paypal: per pagare su e-bay viene molto meglio, la spedizione parte più veloce e si prende un punteggio alto di feedback. E poi gli chiederei microsolchi dei Ricchi e Poveri, compilation di Bimbo Mix, e libri dalla rilegatura allentata che puzzano un po’ di cantina.

Così, mentre i miei parenti mi guardano allibiti e confusi nel sentirmi esclamare contento “Prendimi qualcosa su e-bay”, la domanda che mi faccio è: ma io, che ormai per farmi un regalo acquisto solo su internet, e compro esclusivamente oggetti vecchi di almeno vent’anni, sono più un ipertecnologico al passo coi tempi dell’e-commerce o un vecchio nostalgico affondato nei ricordi degli anni che furono?

E’ un errore in cui cadono praticamente tutti, anche i consumatori di narrativa più accaniti, anche i lettori più assidui. Andiamo in libreria, o in biblioteca quando siamo a corto di denaro, vagabondiamo raminghi tra gli scaffali buttando gli occhi su tutto, ci lasciamo attrarre dalle copertine più curiose, scorriamo col ditino i risvolti per capire chi fosse l’autore e quale sia la trama. E alla fine, gira che ti rigira, scegliamo sempre romanzi che così, a naso, ci sembra potranno piacerci, e nei quali speriamo di ritrovare qualcosa di noi stessi.
Sì insomma, decidiamo di leggere un libro se abbiamo già a priori la sensazione (magari sbagliata, ma questo non centra) che tra le pagine riusciremo a specchiarci almeno un poco, a vedere uno spicchio di noi stessi raccontato da qualcun altro.

Sono io il primo a selezionare le mie letture secondo questo criterio, ma ieri pomeriggio, nella Feltrinelli del centro genovese, compiendo la consueta gimkana prenatalizia tra l’ennesima Littizzetto e il fantasy più trendy dell’anno, mi sono visto dall’esterno, come se un altro me stesso passasse fuori dal negozio e buttando l’occhio oltre la vetrina mi vedesse lì, a spender denaro per comprare gli stessi autori di sempre, i preferiti, e mi sono sentito un po’ stupido, in questa ricerca di tomi a colpo sicuro.
Ho la cattiva abitudine di saltare a piè pari certi settori del negozio, come ad esempio la fantascienza, o i thriller-gialli, neanche mi ci fermo davanti ma anzi li snobbo con una certa stizza. Ebbene ieri, guardandomi gli occhietti di quell’altro me stesso che mi fissava dalla strada, mi sono visto come un perfetto idiota, uno che a dispetto dell’incommensurabile numero di pagine lette, quanto a scoperte letterarie è fermo da lungo tempo.
Insomma sentivo di essermi congelato nelle mie certezze, e di non aver più compiuto grandi passi avanti, come le macchinine a carica di una volta, che quando sbattevano contro il muro facevano due centimetri di marcia indietro e poi tornavano a scontrare lo stesso identico punto.

E dire che i romanzi dovrebbero avere proprio lo scopo contrario, vale a dire quello di aprirti strade di esperienza che ti sarebbero altrimenti precluse. E dire che leggere dovrebbe proprio voler dire scoprire roba nuova.
Certo buttarsi nell’ignoto di un volume che a vederlo così non ci ispira granché può essere un bel rischio, ma per fortuna i libri lasciano sempre una comoda via di fuga: nessuno ci impedisce di interromperli anche dopo solo venti pagine e passare ad un altro. A furia di tentativi a vuoto, sono sicuro che prima o poi qualcosa di sorprendente ed inatteso lo si incontra, ed è davvero un momento magico quello in cui tuffandosi con entusiasmo nelle pagine si pensa “però… non l’avrei mai detto che mi sarebbe piaciuto così tanto!”.
E’ l’attimo in cui si conosce qualcosa che mai e poi mai, fosse dipeso solo da noi, avremmo conosciuto; è l’attimo in cui, grazie alla nostra apertura verso qualcosa di nuovo ed ignoto, facciamo davvero un passo avanti nell’esperienza della vita.