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16 May 2012

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14 May 2012

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Archivio del 2007

Da un po’ di tempo evito di recensire libri, e certo non perché abbia smesso di leggerne, quanto perché, un po’ stanco di questo personaggio dell’ipercritico invidioso sempre feroce con i romanzi editi altrui, avevo deciso di segnalare solo titoli degni di essere consigliati e, ahimé, negli ultimi mesi non mi è capitato di trovare nulla degno di note favorevoli.

Oggi però, finalmente, torno a consigliare qualcosa, e vado addirittura oltre, partendo da una raccolta di racconti per arrivare a suggerire una specie di Christmas-Tale-Experience, nell’intento di recuperare almeno un poco quello che dovrebbe essere il vero spirito del Natale.
Pubblicata da Einaudi nel 2005, fa in queste settimane bella mostra di sé sugli scaffali di tutti i supermercati del libro l’antologia “Racconti di Natale” che, curata da Nico Orengo, racchiude un curioso miscuglio di storie natalizie in salse miste divise in sei parti tematiche:

- “Inizi”, vale a dire il Natale raccontato nei Vangeli, di interessante lettura anche per gli atei, gli agnostici e gli anticlericali;
- “Lo spirito del Natale”, novelle dal respiro tradizionale di autori come Collodi, Rodari, Auster ma anche Capote e Bradbury;
- “Gli spiriti del Natale”, in puro stile dickensiano, un trionfo di fantasmi e spettri misti con firme quali Buzzati, Checov, Stevenson;
- “Bad Christmas”, perché, come si diceva ieri, il 25 Dicembre è spesso il peggior incubo dell’anno (qui raccontato da Borroughs, Durrenmatt, Pascoli, Fitzgerald, Conan Doyle);
- “Sad Christmas”, la tristezza della festa secondo Gozzano, Rigoni Stern, Dostoevskij, D’Annunzio;
- “Lieto fine”, ovviamente immancabile, ma qui ben rappresentato da Calvino e soprattutto Nabokov e Maupassant.

In questa zuppona da cenone letterario c’è ovviamente un po’ di tutto, si salta spesso di palo in frasca in fatto di stili, atmosfere e efficacia narrativa, ma il bello è proprio questo: che ognuno può trovare un racconto capace di rappresentare la sua idea di Natale, ed è qui che, finita la presentazione dell’opera, parte l’idea della Christmas-Tale-Experience.
Sarebbe infatti bello, la sera della vigilia, che a ognuno dei vostri invitati “regalaste” il racconto a vostro parere più adatto a lui, piazzandoglielo poi su un elegante leggio da orchestrale (reperibile a pochi euro in qualunque negozio di strumenti musicali) e invitandolo poi ad alzarsi in piedi per leggerlo ad alta voce in una specie di Decameron della Notte Santa.

Perché al di là degli acquisti forsennati e dei regali proforma, al di là anche delle implicazioni cattodeprimenti, il Natale dovrebbe essere l’occasione migliore per fare ciò che sempre più raramente si fa: stare insieme, ritrovarsi col proprio branco, con la propria tribù (concetto assai diverso da quello di famiglia) e magari raccontarsi agli altri, utilizzando, in mancanza di parole proprie, quelle altrui.

In occasione dell’avvento delle Sante Feste, ogni anno me la spasso come un bambino al luna park nel guardare le facce depresse, le smorfie rabbiose, le contrazioni nevrotiche che costituiscono la principale reazione alla mia innocente domanda: “Cosa fai il giorno di Natale?”. Perché qui a Papalandia, si sa, Natale è rigorosamente con i tuoi, dalla tradizione non si sfugge, e per quanto durante tutto l’anno ci si sia odiati, feriti, malsopportati, augurati la morte a vicenda tra parenti, il 25 dicembre eccoci tutti lì, a riscriverli in chiave buonistica, quegli auspici, a trasformare le smorfie di insofferenza in sorrisi d’amore, o a tagliare tutti insieme il panettone, facendo a gara per chi si accaparra il coltello.

Ebbene in occasione di questo grande festival del cuore che è anche il trionfo della Famiglia Tradizionale, vorrei aprire una piccola rubrichina dickensianamente intitolata “Rantolo di Natale” nella quale chiedere ai miei tre lettori di raccontarmi le loro meravigliose esperienze, sfogandosi su queste pagine in maniera anche anonima e togliendosi così la soddisfazione di vomitare il pranzo di Natale ancora prima di averlo ingoiato.

Per esempio proprio ieri la mia cara amica Curcuma mi ha rigurgitato addosso il suo straordinario ultimo canto di Natale stonato, descrivendomi la calorosa reunion familiare avvenuta l’anno scorso. Partendo dal presupposto che ormai, come ci tiene a ricordare Pierferdinando Casini, la famiglia tradizionale è composta almeno da un papà, una mamma, il nuovo compagno di lei e il nuovo compagno di lui, a casa di Curcuma questa grande celebrazione dell’amore moderno si interseca da tempo con la squisita tradizione di scambiarsi i regali leggendo prima ad alta voce il bigliettino d’accompagnamento, in genere pieno di ironia noir, crudeli sarcasmi e doppi sensi maligni all’indirizzo del destinatario del regalo, in uno scambio di doni e bastardaggini degna di una serie intera di Desperate Housewives.

L’anno scorso invece è andata diversamente. Perché il padre di Cucurma, introducendo a nonni, zii parenti ed ex mogli varie la compagna di turno conosciuta due sere prima in chat, non si era preoccupato di informare la novizia – presentatasi a tutti come Boccadirosa69 – circa l’usanza di leggere le dediche coram populo e quindi, giunto il suo momento, si è trovato ad enunciare come una poesia i versi e i mugolii erotici coi quali la sua fiamma aveva farcito un biglietto color azzurro-viagra. Nonostante l’imbarazzo generale, il macho-micio è sembrato non accorgersi che quanto stava leggendo era più adatto ad accompagnare un’orgia in un privé che un cappone con patate al forno, e non ha dato segno di preoccuparsi delle evidenti reazioni scandalizzate dei commensali, né delle ire delle ex mogli rancorose perché a loro certi giochetti non li aveva mai fatti, né tantomeno delle domande insistenti di una zia cinquantenne, che continuava a chiedere a tutti che tipo di dolce fosse natalizio quel “prepuzio” continuamente citato nelle leccornie preferite dalla scrivente.

Ebbene.. sembra una storia limite, paradossale, estrema, eppure io sono convinto che, a guardarlo con un occhio leggermente meno distratto e con un cervello leggermente meno in fuga, qualunque quadretto familiare dell’Italietta ratzingeriana possa offrire sketch altrettanto grotteschi.
Perché in fondo, a pensarci bene, quel giorno speciale, quel tanto decantato Natale con i tuoi, altro non è che un occasione ufficiale per fare ciò che già facciamo ogni giorno al bar, e cioè sederci a tavola con un variegato gruppo di perfetti estranei.

Adesso sembrerà che voglia usare l’anticlericalismo per giustificare nuovamente la mia ineditudine, e questo curioso meccanismo per cui il mio romanzo giace con lusinghevoli recensioni presso più di un’importante casa editrice italiana senza mai fare un passo avanti, al punto che la mia agente sta cominciando a stancarsi di sentirsi sospirare al telefono: “il romanzo di Vecchiotti?!?! Eeeeeehhhhhhh sì… è lì!”, come dire sì, chissà, forse, vedremo, magari domani….
Adesso sembrerà che me la prenda con Ratzinger incolpando lui se il mio capolavoro me lo devo stampare e vendere da me, però nelle mie eterne peregrinazioni in libreria solo ieri – stranamente – mi sono accorto di una innegabile quanto curiosa realtà: da quasi un anno a questa parte il cartello dell’editoria de casa nostra (costituito da due grossi gruppi con una quindicina di marchi ciascuno a simulare un falsissimo pluralismo) sembra aver bandito la narrativa a tematica omosessuale.

Sarà un caso, ma dopo l’esplosione dei memento papali in materia di Dico, diritti gay e bla bla bla, il regolare flusso di romanzi con personaggi omosessuali si è praticamente interrotto. L’unico titolo che mi viene in mente (parlando – lo ribadisco – di editoria industriale) è il glossario “GAY”, edito da Mondadori Strade Blu, la collana diretta da Edoardo Brugnatelli il quale mesi fa, dopo aver letto il manoscritto de “Il cosmo secondo Agnetha Faltskog”, ha commentato che “come lettore” il romanzo gli era piaciuto, ma “come editore” invece no. Chissà dove sta la differenza. Chissà come accade che un direttore editoriale apprezza un testo tra le quattro mura di casa e poi, una volta arrivato in ufficio, lo rifiuta.

Ora.. aggiungendo al puzzle altri piccoli tasselli quali la chiusura della popolare serie antologica “Men on men”, e la sparizione degli amori gay dagli scaffali delle novità – anche di autori più brillanti e più commerciali di me – comincia a nascermi il sospetto che ci sia una qualche forma di ostracismo clerical-politico sull’argomento.
Certo i gay non sono spariti d’amblé dal mondo della cultura, perché nessuno ha ancora censurato Malgioglio o Platinette; io però intendevo un’altra cosa.

A me fanno paura, ipotesi come questa, mi sembra di tornare indietro agli anni ’50, quando il Vaticano acquistò il 10% della principale casa discografica americana, la RCA, ne fece trasferire la sede italiana da Milano a Roma al fine di controllarne l’operato, e si mise a produrre musica, cultura e divertimento, decidendo che cosa gli italiani avrebbero dovuto ascoltare e cosa invece no. Come dire che erano cardinali e vescovi a piazzare Morandi primo in hit paradre e a decidere se un testo di Gino Paoli andasse bene oppure no. Come a dire che avevamo un Papa DJ e facevamo finta di non saperlo.

Ebbene… io non sono informato sull’industria del disco oggi, ma da qualche anno ho molto a che fare con quella del libro, e non c’è dubbio che nei corridoi delle grandi case editrici si inizia a sentire una fastidiosa puzza di incenso.

In questi giorni prefestivi di acquisti forsennati mi infilo in libreria tre volte tanto quanto non faccio di solito, e ogniqualvolta sbatto contro la parete di copie de “La versione di Mike”, l’avvincente autobiografia di Mike Buongiorno (che lui, ovviamente, non ha né scritto né letto), non posso fare a meno di ricordare i miei natali dei primissimi anni ’80, quando ero un nanerottolo avido di regali, e a Babbo Natale chiedevo sempre di portarmi il gioco in scatola tratto dalla trasmissione televisiva di turno del re del quiz.
Insomma, per quanto oggi mi vergogni a ricordarlo, il Daniele bambino era un fan scatenato del Mike preberlusconiano, e come una madelaine proustiana la copertina di quel libro-memoria.
Insomma a dispetto di tutti i miei peccati confessati qui, di tutte le verità messe a nudo pubblicamente, continuo ad avere i miei scheletri nell’armadio, e a venire perseguitato come da spettri di colpe imperdonabili.

Però questo ritrovare degli sgorbi del mio ieri a causa della biografia di un matusa della tivù ha avuto anche i suoi risvolti positivi, nel senso che ho riscoperto una passione sopita da tempo, vale a dire quella dei giochi da tavolo. Girovagando alla rinfusa per negozi e vetrine del centro come piace fare a me, domenica scorsa senza motivo David ed io siamo entrati in una boutique del giocattolo per bambini, così per curiosare, ed eccoci capitare in un meraviglioso reparto tutto pieno di giochi da tavolo a tema: storici, d’avventura, letterari, linguistici, matematici, insomma ottimi per tutti i gusti. Io ero convinto che non esistessero nemmeno più, i giochi da tavolo, e invece eccone lì una sfilza di fantastici esemplari ben fatti, attraenti e nemmeno troppo costosi.
Di colpo sono tornato bambino, bramoso di possedere quelle scatole, di aprirle per curiosarci dentro e trascorrere lunghi pomeriggi a giocare con coetanei ed adulti. E – miracolo dei tempi moderni – stavolta non c’era nemmeno bisogno di evocare Mike Bongiorno!

Subito mi sono impossessato delle due più irresistibili, e me le sono pure fatte incartare per poi metterle sotto l’albero e dimenticare tutto un attimo dopo in modo da poter, la mattina del 25, provare la felicità di aprire il pacco e scoprire proprio il regalo che volevo già ventisette anni fa, quando già ero un fintointellettuale e, mentre i miei amichetti bramavano soldatini, palloni e arcaici videogiochi, io giocavo a fare il Mike Bongiorno e più che un Natale di Felicità, me ne auguravo uno di “Allegria!”

…e dopo aver stilato un elenco di 20 titoli immortali della letteratura da includere come must nella mia letterina a Babbo Natale, non posso esimermi dal soddisfare le aspettative dei lettori più raffinati e attenti, che ogni venerdì cliccano il mio blog per non perdersi l’ennesima puntata della fortunata rubrica “Weekend al Cinema Porno”.

Per coerenza natalizia, mi permetto di sfoderare la mia cultura in materia redigendo qui di seguito una lista di altrettanti capolavori che ogni cineasta degno di questo nome deve assolutamente sfoggiare sui suoi scaffali in rovere antico. Perché come già segnalato l’anno scorso (ma io sono così avanti coi tempi da potermi ripetere senza risultare superato), è senza dubbio molto chic tornare bambini e inserire tra le proprie richieste a Santa Claus almeno un giocatollino erotico, sia esso un dildo, un paio di manette, una tutina in latex o qualsiasi altro gadget per un caldo Natale.

Così, chi scegliesse di approfittare dei regali di nonne e zie per incrementare la sua collezione di DVD hard core, trova qui di seguito 20 titoloni 20 da non perdere per nessuna ragione al mondo.
E mi raccomando: diffidate di chi vi giudicherà per la presunta indecenza dei vostri desideri, anche perché in genere coloro che vi guardano con l’occhio truce giudicandovi con astio sono gli stessi che durante le feste affollano i multisala mettendosi in coda per vedere De Sica; e resta tutto da stabilire chi, fra loro e voi, sia il vero perverso.

“Behind the Green Door”, di Jim e Artie Mitchell, 1971
Un’orgia colossale che sembra trasformarsi in una visione psichedelica: porno sotto forma di LSD. Visionario, eccitante, strepitosamente vintage. Da non perdere anche il film di circuito “normale” Rated-x (“Vietato ai minori” nell’edizione italiana), firmato dai fratelli Cohen e incentrato sulla vera storia della realizzazione del film.

“Gola Profonda”, di Gerard Damiano, 1972
Il caposaldo dell’hard core, il cult-movie per eccellenza. Per acquistarlo non avete nemmeno bisogno di entrare al Sex-Shop: è in catalogo persino da Feltrinelli.

“The devil in Miss Jones”, di Gerard Damiano, 1972
Un melodramma metafisico in cui si dispiega con incisiva espressività la tensione tipica del regista, e la dicotomia tra l’esigenza di liberazione sessuale e un concetto di peccato di matrice cattolica. Grande l’interpretazione di Georgina Spelvin.

“Three A.M.”, di Robert McCallum, 1975
Omicidio, incesto, senso di colpa, suicidio finale in una famiglia borghese, con le scene di sesso sempre inserite organicamente nella trama. Un plot e una regia cui gli spettatori del porno contemporaneo sono disabituati. Grande cast, degno per lo meno di un buon B-movie hollywoodiano. Notevoli Georgina Spelvin (omicida e suicida) e il giovane Charles Hooper.

“The seduction of Lynn Carter”, di Wes Brown, 1975
La moglie di un inustriale, con figlio tredicenne, viene sedotta e sessualmente soggiogata da un ex-hippy. La confessione al marito non risolve e il finale resta aperto. Girato in modo forse un po’ rozzo, resta uno dei migliori esempi di come il porno possa usare temi sociali più ampi. Meraviglioso Jamie Gillis nel suo ruolo più tipico (il vilain amorale).

“The Opening of Misty Beethoven”, di Henry Paris, 1976
Versione hard di Pigmalione di Shaw, miscela con grazia umorismo e sesso a tinte forti. Il professor Higgins è qui un ruffiano/sessuologo (Jamie Gillis) che educa la Eliza Doolitle di turno (Constance Money) alle arti della prostituzione.

“Eruption”, di Stanley Kurlan, 1976
Buon remake hawaiano della “Fiamma del Peccato”, e uno dei migliori porno-noir, merita di essere segnalato per l’interpretazione di Lesile Bovee e soprattutto del Grande John Holmes.

“Odissey”, di Gerard Damiano, 1977
Il film più triste e cupo di Damiano. Tre episodi: nel primo una giovane coppia (Richard Bolla e Nancy Dare) ritrova il feeling sessuale dopo aver (tristemente) partecipato a un’orgia; il secondo è una serie di vignette “psicoanalitiche”; nel terzo una modella (ben interpretata da Susan McBain), ripetutamente usata dagli uomini, si rifugia nel suo appartamento e, dopo aver sognato un amore romantico, si suicida trucemente. Con una straordinaria epigrafe del regista: “All’inizio nasciamo, alla fine moriamo. Il resto è chiamato vita”. Alla facciaccia di chi considera il porno un fenomeno trash e sottoculturale.

“Anna Obsessed”, di Martin & Martin, 1977
La storia di un fallimento matrimoniale si intreccia con le vicende di un serial killer. Nel mezzo, la moglie (Constance Money) riscopre la gioia della sessualità con una fotografa (Annette Haven). Film di sogni e desideri (insoddisfatti e soddisfatti), immerso in un’atmosfera leggermente allucinata.

“V- The Hot One”, di Robert McCallum, 1978
Quasi un remake di “Bella di giorno”, si tratta della storia di Valeria, insoddisfatta della relazione col marito, che comincia a prostituirsi spinta quasi da un desiderio di abiezione. Film crudo e, dal punto di vista psicologico, quasi realistico. La miglior interpretazione di Annette Haven.

“Taboo”, di Kirdy Stevens, 1980
Realistica descrizione di un incesto madre-figlio adottivo, con Katy Parker (qui già oltre la quarantina) che dà splendidamente corpo alla tensione tra le convenzioni e la superiore forza del desiderio.

“Amanda by Night”, di Robert McCallum, 1980
Uno dei migliori porno-polizieschi mai realizzati, credibile e girato come un noir. Un omicidio nell’ambiente delle prostitute e le indagini condotte dal tenente Ambrose (Richard Bolla) coadiuvato dalla squillo Amanda (Veronica Hart).

“Hot Lunch”, di Harold Perkins, 1982
Romantica storia di un ragazzo di campagna (Joan Martin) che fa carriera nella grande città, controvoglia, grazie alle sue prestazioni sessuali. Alla fine, comunque, il protagonista sceglierà l’amore.

“Taboo American Style”, di Henry Pachard, 1985
Un’epopea in quattro puntate sul tema dell’incesto. Padre/figlia, madre/figlio, fratello/sorella, in una storia di potere, dubbi e pentimenti, incentrata sul personaggio amorale della figlia (Raven). Grandi le interpretazioni dei genitori: una Gloria Leonard squassata dal dolore e un Paul Thomas condotto all’infarto dalla figlia.

“New Wave Hookers”, di Greg Dark, 1985
Inaugurò l’era del wall-to-wall, ovvero delle scene di sesso slegate e senza vera trama. Il film è però visivamente opulento e grandioso, guidato da un Jamie Gillis in maglietta nera con la scritta “Anarchy” che dà voce alla filosofia un po’ nichilista del regista.

“Mystic Pieces”, di John Stagliano, 1989
Considerata l’epoca in cui è stato realizzato, è anomalo sia per la lunghezza (due ore e venti), sia per l’esistenza di una qualche trama. Interpretati dallo stesso Stagliano, i sex acts sono girati con una lussureggiante sovrabbondanza di particolari.

“Night trips”, di Andrei Blake, 1990
Allineandosi alla moda del wall-to-wall, Blake ha girato un film di fantascienza onirico, denso di effetti speciali e immerso in un’atmosfera erotica allucinata. Poca attenzione per la trama (praticamente inesistente) e grande cura per i particolari, nonché per la tecnica registica.

“Tutta una vita”, di Mario Salieri, 1992
Vita, morte e tradimenti in una famiglia del Sud durante la seconda guerra mondiale. Lo zio fascista violenta le nipoti e denuncia ai tedeschi il nipote e il fratello; una delle ragazzine prima lo seduce, poi lo giustizia. Con un record: il primo sex act ha luogo mezz’ora dopo l’inizio del film.

“Concetta Licata”, di Mario Salieri, 1994
Melodramma sulla mafia, incentrato su una testimone (ben interpretata da Selen) che subisce ricatti e violenze da parte di mafiosi, preti e poliziotti. Praticamente un documentario-verità.

“Sex”, di Michael Ninn, 1994
Sulla falsa riga di Blake, Ninn ha costruito un film ipertecnologico e visivamente suggestivo, anche se parecchio freddo e cerebrale.