"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Archivio del 2007

Tant’è ci ricasco sempre. A dispetto delle frasi fatte sciorinate ogni volta, dei soliti luoghi comuni secondo quali “l’ultimo dell’anno è una notte come tutte le altre, quindi non c’è bisogno di organizzare niente di speciale”, eccomi di nuovo qui a mettere insieme amici e tartine per bruciar via un altro anno che se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va.

Ma, come noto, non sono il tipo da sballi in discoteca, da voli per Ibiza con tabella di marcia serratissima e andata e ritorno in meno da ventiquattr’ore, né da bottiglia di spumante stappata in piazza, al freddo e al gelo, sotto la doccia delle bottiglie di spumante altrui stappate da chi il brut può anche permettersi di sprecarlo perché tanto di alcol è già bello pieno. Così ho radunato uno strano miscuglio di amici e conoscenti la cui pagina del 31 in agenda era ancora libera, il solito curioso cocktail di persone diversissime tra loro, non accomunate da nulla se non dall’essere sulla mia (blindatissima) rubrica del telefono, ho invitato tutti a conservare gli avanzi di Natale e Santo Stefano e dunque stasera l’anno nuovo lo aspetterò nello stesso luogo in cui presumibilmente ne trascorrerò la fetta più consistente, cioè a casa mia.

Ma una festa – per quanto semplice, familiare e domestica – non è una festa senza un tema, un trait d’union che crei un po’ di atmosfera, e che il party lo faccia cominciare già i giorni prima, impegnando ogni invitato nella preparazione di look e accessori vari. Non c’è nemmeno stato bisogno di scervellarsi a lungo, David ha lanciato la proposta e il gruppo l’ha approvata subito all’unanimità: il Capodanno 2008 sarà all’insegna delle parrucche, e ognuno scelga quella che preferisce, caschetto stile Carrà, ricciolona alla Branduardi, afro con treccine reggae, fucsia e lunga fino alle chiappe come una transessuale, o magari, perché no?, una pelata finta applicata su una fluente chioma reale. Bastano pochi spiccioli (le botteghe cinesi abbondando di folte chiome sintetiche a otto massimo dieci euro), e un po’ di voglia di ridersi addosso, di cominciar l’anno prendendosi molto poco sul serio, per poi magari continuar così anche a feste finite.

E fedeli alla tradizione secondo cui nella notte di San Silvestro è di buon auspicio liberarsi delle cose spiacevoli dell’anno appena conclusosi scrivendole su un foglietto da bruciare allo scoccare della mezzanotte, sarebbe bello magari buttare nel camino le finte acconciature, e togliersi così di mezzo tutti i parrucconi e i codini che nel 2007 hanno fatto ripiombar l’Italia e le nostre vite in un medioevo della cultura e dell’etica. Perché certo sono solo rappresentazioni, gesti simbolici, certo la realtà ha poco a che fare con i gesti bonehur e le cabale scaramantiche, ma tentar nuoce, e nella speranza che il buongiorno si veda dai primi minuti del mattino, può valer la pena di provare.

In ogni caso auguro un 2008 pieno di ottimi post a tutti coloro che fedelmente mi leggono ogni giorno, a quelli che con minor assiduità ma identica costanza vengono a curiosare cosa scrive il vecchiotti, e anche a quelli che mi cliccano una volta e poi mai più. Io sarò qui anche nell’anno nuovo, perché comunque vada non mi mancheranno aneddoti da raccontare, notizie da commentare, impressioni da condividere, cammini da intraprendere. E auguro a me stesso che, come nel 2007 che oggi si chiude, ci sia sempre qualcuno che abbia voglia di fare quel piccolo, minuscolo pezzetto di strada insieme a me.

Mi capita raramente di leggere un romanzo o vedere un film e pensare “questa storia avrei voluto scriverla io”, perché per quanto l’opera mi piaccia, per quanto la senta vicina, quasi mai la sento assomigliarmi, rappresentarmi, avere davvero a che fare con me. La sera di Natale, invece, uscendo dal cinema ho proprio pensato così, che quella storia avrei voluto – o meglio potuto – scriverla io.

Nel marasma di cretinerie e spazzatura che le case di distribuzione vomitano nelle sale a Natale, quando i cartelloni si riempiono di tutte le idiozie che durante l’anno farebbero fatica a raccogliere spettatori e invece durante le feste diventano campioni di incassi, zitto zitto un film anglosassone sta rosicchiando biglietti venduti ai soliti De Sica e Pieraccioni, e salvando le serate di quei tradizionalisti che al cinema ci vanno ancora per vedere il film.

Il soggetto della pellicola è semplice, quasi banale: per provare a salvare il nipotino dalla morte, una nonna senza un soldo ma molto volenterosa si fa assumere dal titolare di un sex club come operatrice di glory hole, simpatici buchi su una parete in cui gli avventori del locale possono infilare il loro pisello per farsi masturbare da gentili e morbide mani femminili. In breve tempo la timida e imbarazzatissima pensionata si trasformerà in una specie di mito per i clienti, al punto di diventare, sempre rimanendo celata nella stanzetta dietro la parete, la celeberrima Irina Palm, regina delle dispensatrici di piacere a Soho, London.

Un’idea che data in mano a Vanzina o a Tinto Brass sarebbe diventata uno squallido filmaccio di serie c, e che invece grazie alla sceneggiatura scritta benissimo, al preciso alternarsi di sketch esilaranti e momenti di commozione sincera e mai patetica, e soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Marianne Faithfull si trasforma in un gioiellino narrativo degno di tutti quei premi che sicuramente, considerato l’argomento “scabroso”, non arriverà mai a vincere. Una storia – dicevo prima – che avrei potuto scrivere io, perché contiene tutti gli ingredienti a mio parere fondamentali in una buona trama: la risata canzonatoria, l’inevitabile tristezza dell’esistenza, una spruzzata di pepe porno (sebbene il film sia in realtà castigatissimo), un finale aperto da affidare alla coscienza dello spettatore e quel pizzico di cuore che piace tanto al pubblico e che fa molto Natale.

Lo consiglio a chi la notte di San Silvestro non avrà grandi festeggiamenti da fare, a chi vuole chiudere l’anno in una maniera semplice ma intelligente, economica eppure ricca. A chi per salutare il 2008 non ha bisogno di grandi clamore, di lustrini e musica a tutto volume: gli basta un bel film. Un bel film e poco altro, come tornare a casa e stappare una bottiglia con chi ama o, nel caso festeggi in solitudine, come entrare in un sex club e andare in cerca della sua personale Irina Palm.

In genere è bianco, spesso rosso, o magari nero, se lo passi con zii e nonni inesistenti per tutto il resto dell’anno e miracolosamente ricomparsi il 25 dicembre per celebrare insieme la grandezza e l’importanza della famiglia tradizionale; tutt’al più è al verde, quando anche la tredicesima se ne va in bollette e conti vari da pagare. Per me invece il Natale 2007 è stato Viola, decisamente Viola.

L’ho festeggiato con due giorni di anticipo, consumando un frugale pasto a base di trofiette al pesto e torta al limoncello e, a differenza della solita giornata tra parenti che mi sembrano estranei, è stato un pranzo con estranei che a me sembravano parenti. C’erano Fabrizio e Roberto da Imola, che avevo incrociato fugacemente quattro anni fa; e Giuseppe di Asti, col quale al massimo avrò passato tre ore in cinque anni, e un altro Roberto, mai visto né sentito prima di allora, e poi Marcello di Modena, che sì, un po’ di più nella mia vita c’è entrato, ma mica tantissimo. Eppure per le sei ore di un pomeriggio siamo stati senza ombra di dubbio consanguinei, della razza migliore, vale a dire di quelli che non si ritrovano legati fra loro per combinazione, ma che al contrario si sono scelti. Certo con criteri alquanto opinabili, buffi e approssimativi, ma questo non conta granchè.

Perché noi ci siamo riuniti in quanto accomunati dall’amore per la reginissima del trash anni ’80, la capostipite del canto sfiatato, stonato e squinternato, vale a dire la grande Viola Valentino, profetessa di tutti i Romantici fanatici delle derelitte pop.

E’ ancora in scena in questi giorni quello che pare essere il più grande flop della stagione teatrale 2007-2008, vale a dire “La surprise de l’amour”, il musical ispirato alla commedia del francese Marivaux, prodotto dalla Pro Loco di Genova Voltri, e interpretato da una serie di reietti dello showbusiness italiano quali – oltre alla Regina Viola – Stefano Sani (impossibile sapere chi sia se avete meno di 27 anni), Leda Battisti, Manuel Casella.

Noi ci siamo andati in massa, a sostenere la nostra beniamina in questa specie di avventura artistica che aspirerebbe a circuitare per l’Italia e magari a finire al Sistina di Roma ma che, ahimè, assomiglia più a una recita scolastica allestita con un po’ di denaro. Testo debole debole (si può dire quasi inesistente), canzoni piacevoli ma spesso distrutte dai cantanti non professionisti, scenografia minimalista che per carità, avrebbe anche un suo perché, però il musical ha bisogno di tutt’altro contonrno, la presenza di Casella giustificata solo dalla sua relazione con Amanda Lear (presente in sala) e dal notevole pacco nei pantaloni che per le due ore dello show ha diviso il pubblico tra chi lo riteneva vero e chi invece era certo fosse imbottito.

Ma non era la qualità dello spettacolo a interessare a me e ai miei adoratissimi sconosciuti, anzi, al contrario, noi siamo diventati amici proprio perché condividevamo questo amore perverso per il trash, il basso livello, l’esatto contrario dello star system e delle ribalte da biglietto d’oro. Ci piace Viola perché è così, come noi, una che ogni giorno lotta con l’amministrazione di condominio da pagare, perchè ancora vive del sogno di fare quel colpaccio che ti cambia la vita (e certo chi è stato primo in hit parade e ha cantato una canzonetta che si ascolta con piacere ancora oggi ha anche i suoi bei motivi per illudersi), e perché dopo lo spettacolo non scappa via su una coupé ma invita tutti a bere un bicchiere di vino, e paga pure il conto.
Ci piace Viola perché ha bisogno dei nostri consigli, le interessa il nostro parere, e perché per molti aspetti perdere è molto più bello che vincere, essere sfigati e derelitti aiuta a sentirsi tutti uniti, nella stessa barca, nella stessa vita, mentre il successo e il denaro dividono, montano le teste, rendono più soli.

E magari “La surprise de l’amour” finirà la sua corsa ancora prima di cominciarla, e a tutti coloro che ci hanno lavorato dentro sembrerà di aver perso tempo e soldi; eppure io, Fabrizio, Roberto, Giuseppe, Roberto e Marcello ce ne auguriamo altri mille, di flop come questo, perché a un megaconcerto tenuto da una diva di successo in uno stadio con centomila persone non ci saremmo nemmeno incontrati, e invece grazie alla derilittissima, meravigliosa Viola, questo Natale siamo stati tutti insieme. Diva compresa.

Vorrei fare i miei sinceri e sentitissimi auguri a chi, in questa notte della vigilia, a mio parere di auguri ha tanto bisogno, a coloro che più di tutti rischiano di passare un cattivo Natale, un Natale triste, spaesato, privo di senso.

Auguri dunque agli elfi, che per un anno si son fatti un mazzo così a produrre cavalli a dondolo, giostre in legno, teatrini per le marionette, trenini e bambole di pezza che ormai nessun bambino vuole più, giocattoli troppo demodé che quindi finiscono con l’ammassarsi in umidi magazzini pieni di muffa e di doni restituiti al mittente da bambini di sei anni troppo scafati per non offendersi di fronte a un regalo così infantile.

Auguri al caro vecchio Santa Claus, che dovrà andare in giro tutta la notte distribuendo pacchi con una gran confusione in testa, considerato che ormai le letterine coi desideri gli arrivano solo via email, e lui, avendo una certa età, col computer fa una fatica pazzesca, e non riesce mai a trovare il tasto chiocciolina. Auguri perché lo conosco, e fatto com’è non si arrenderà facilmente al passare dei tempi e al cambiare delle tradizioni, e cocciutissimo continuerà a insistere perché i bambini ci ripensino, e prendano il bambolotto in pannolenci anziché la modernissima Barbie Marciapiede in una delle due opzioni “femmina biologica” o “trans”. Auguri al vecchio Babbo perché non dev’essere facile, per un uomo all’antica come lui, consegnare solo videogames tipo “Motherfucker II” o giochi da tavolo quali “Vallettopoli”, la tRombola e “L’allegro chirurgo estetico”. Auguri al mio vecchietto con la slitta preferito perché lo so bene, la felicità dei bimbi è il suo unico scopo, così finisce sempre per accondiscendere, per accontentarli, e non sa dire di no nemmeno a quelle bambine un po’ più mature che come regalo prima gli chiedono un completo sadomaso e poi lo costringono a farsi frustare sul sedere al suono di frasi amorevoli quali “te lo do io il Natale, vecchio sporcaccione”.

Auguri al mio vicino di casa, il piccolo Maicol, la cui madre era una fan scatenata di Jackson e non ha voluto rinunciare all’idea di chiamare suo figlio come il suo uomo ideale ma, non ricordando bene quale fosse lo spelling corretto, all’anagrafe l’ha registrato così, esattamente come si pronuncia; auguri perché temo che persino Babbo Natale, per quanto ami i bambini e desideri la loro felicità, non ce la faccia ad adattarsi a tale cretineria postmoderna, e ho la forte sensazione che da quell’appartamento si dimenticherà di passare.

Infine auguri di cuore al mondo, che dei bambini di oggi dovrà fare degli adulti. Auguri perché, se devo essere sincero, a giudicare dai loro desideri natalizi, non c’è mica tanto da star tranquilli.

Natale sarà anche il festival del cuore, delle attenzioni per gli altri, dei regali, del vogliamoci tutti bene, ma è anche la più grande e universale sagra della frase fatta, dell’augurio proforma, delle belle parole senza significato alle spalle. La più gettonata è anche la mia preferita, quella che in questi giorni mi capita continuamente di sentirmi ripetere da una valanga di semiestranei, e sulla quale tutte le volte faccio una fatica immane a trattenermi dai miei abituali commenti sarcastici. Sarà capitato ad ognuno di voi, ne sono certo, di sentirsela sparare addosso o magari anche di spararla: “…e se non ci vediamo più prima di Natale, ti faccio tanti tanti begli auguri!”

Sarò anche maligno e malpensante, una specie di Scrooge senza il suo conto in banca ma con la stessa stronzaggine nel cuore, però io quando mi sento ripetere il rosarietto di rito, “….e se non ci vediamo prima di Natale…”, ho come la sensazione che dietro la vetrina di quel sorriso il reale messaggio sia: “e ti faccio tanti tanti begli auguri perché spero che almeno da qui a Natale non avrò più la sfiga di rincontrarti”.

Sia chiaro.. adoro fare e ricevere regali, pensieri e dimostrazioni di affetto, e ho un bisogno di calore umano degno di un orfano bielorusso; ma proprio per questo sono intollerante ed allergico a quel catalogo di formalismi in salse miste che, pur spacciandosi per interesse verso il prossimo, restano la più bieca e offensiva negazione del rapporto umano. Mi gratifica di più sentirmi augurare una dissenteria da quelli a cui sto sulle palle e rendermi conto che almeno si tratta di un auspicio sincero, che non vedermi sorridere a trentasei denti e notare gli occhi gelidi di indifferenza dietro la maschera.

Insomma, non è difficile rendersene conto, quando gli auguri e gli abbracci sono elargiti per senso del dovere e della buona creanza, e allora preferisco che chi mi incontra per strada faccia finta di non vedermi, o mi passi addosso calpestandomi come fossi trasparente.

Mi piacciono le relazioni vere, i rapporti sinceri, indipendentemente da cosa essi si portino addosso. Per questo vi prego di comportarvi conformemente ai vostri reali desideri per me, se vi capitasse di incrociarmi per via.

Ma, se al contrario, non dovessimo vederci più prima di Natale, vi faccio comunque tanti tanti begli auguri.


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