"Il Cosmo secondo Agnetha" di nuovo in libreria

12 April 2017

Inaspettatamente - ed inspiegabilmente - Las Vegas Edizioni ha deciso di mandare in libreria una nuova edizione de "Il cosmo secondo Agnetha", a nove anni dal suo debutto ufficiale, e ...

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Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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tastier-jukebox

Archivio del 2006

(venti in punto)

Vederlo farsi piccolo piccolo, col braccio alzato e le dita della mano allargate fino a fargli male, per rendere il saluto ancora più grande, più intenso; cercare nello spazio quegli occhi spalancati, enormi , sentirsi addosso la loro fissità, la loro tenacia nel ritardare il più possibile la scomparsa del treno nella vorace prospettiva dei binari, immaginarlo lì, impalato sul marciapiede, immobile accanto al grosso tabellone giallo, perso a contemplare il vuoto rimasto attorno e dentro di sé, affondato nel diabolico, incontrollabile, crudelmente piacevole struggimento che trasuda dai muri, dalle pensiline, dagli orologi , odorosi di tutti gli addii e gli arrivederci di chi  poi non si è più rivisto .

Una giornata così strana e magica, un’avventura così incredibile, un’inafferrabile alchimia  nell’aria fino a qualche minuto prima : tutto finito, passato, scomparso. Tutto lasciato salendo sul suo intercity e partendo in perfetto orario, alle diciannove e cinquantasette minuti precise, a dispetto di chi si lamenta sempre dell’inefficienza del servizio ferroviario.

L’uomo sul treno si chiama Danilo Piccoli, ma la gente del suo mondo, la gente del mondo verso il quale sta ora rapidamente tornando, gli amici, i colleghi, tutti insomma, hanno smesso di chiamarlo così ormai da anni. Per quella gente Danilo Piccoli è semplicemente Dilo.

Il ragazzo rimasto a terra, che sta ora uscendo dalla stazione col suo passo rapido e un paio di cuffie sulle orecchie, e nelle cuffie la sigla di chiusura di un programma di musica anni settanta, quel ragazzo si chiama David.

A dire il vero Dilo non può dire con certezza che David sia realmente il suo nome, ma così gli si è presentato, ed è a quel nome che Dilo assocerà il ricordo di lui.

Ripensarlo ora, a pochissimo tempo di distanza da tutto ma con la testa già immersa in una realtà differente, gli fa uno strano effetto. Inizia a dubitare di averlo incontrato veramente, si sente come appena svegliato da uno strano sogno, a fatica riesce a riprodurre nella testa i lineamenti di un viso che pensava di non dimenticare mai; i contorni delle immagini che quella giornata gli ha lasciate nel cervello si fanno più indefiniti, più sfumati a mano a mano che il treno prende velocità.

Eppure quella giornata c’è stata; per quanto irreale possa sembrare, davvero quel ragazzo è salito sul treno che la notte prima stava riportando Dilo a casa. Davvero si sono ritrovati seduti uno di fronte all’altro nello stesso scompartimento e si sono messi a parlare, seguendo  una spinta attrattiva che li avvicinava e li esortava a cercarsi; qualcosa di puramente istintivo, di completamente irrazionale che l’ha convinto a non proseguire il viaggio e ad accettare l’invito di uno sconosciuto, scendendo con lui a metà strada e seguendolo nel suo piccolo appartamento perso nel centro di una città estranea.  E realmente quei due sconosciuti si sono abbandonati l’uno nelle braccia dell’altro senza bisogno di studiarsi, di corteggiarsi, di inviarsi messaggi cifrati, come se l’unione di quei due corpi fosse stata l’unica cosa da fare, come se quell’incontro fosse già stato deciso,  previsto, architettato, e due uomini ignari di tutto, due uomini distanti, diversi, senza nessun’altra possibilità di incrociare le loro esistenze se non quella, avessero eseguito i dettami di un copione già scritto.

Senza accorgersene si erano ritrovati l’uno dentro l’altro, era successo, questo era tutto ciò che fosse loro concesso di sapere.

Adesso quei due corpi sono di nuovo separati, soli di nuovo; uno si lascia portare via da un treno con vetture di prima classe in coda, l’altro viene inghiottito dal sottopassaggio che lo conduce verso la metro e altre storie. Tutte le tracce di quella notte trascorsa l’uno dentro l’altro sono improvvisamente scomparse; i due corpi sono di nuovo lontani, distanti; e anche se l’idea stona col loro momentaneo stato d’animo,  entrambi sanno perfettamente che non si rivedranno mai più.

(diciannove e ventiquattro)

 

La voce della radio annuncia un disco di ventanni fa.

Bambino addormentato sul letto sfatto.

La sua bellezza nuda, in bianco e nero, è appesa al muro.  

E apparentemente sembra non esserci differenza tra quelle due figure, tra il ragazzo a colori vinto dal sonno, i capelli ancora bagnati della doccia appena scivolatagli addosso, e il corpo di lui incorniciato sopra il letto. Si assomigliano da non crederci, Bambino e la sua foto; persino la posizione è la stessa.

Eppure qualcosa cè, a dividere ed allontanare ineluttabilmente quelle due immagini. Tra poco Bambino si sveglierà, riaprirà gli occhi, deciderà di alzarsi. Spegnerà la radio dimenticando in un attimo la melodia di quella canzone che non conosce e caricherà un compact sul lettore. Tra poco sarà in piedi, sveglio o quasi, e il suo fisico non sarà più nudo dentro agli shorts neri che avrà indossato. Sarà diverso, tra poco, Bambino. La sua bellezza appesa al muro invece no, lei non cambierà, non si trasformerà, né tantomeno si vestirà per uscire. Rimarrà lì, uguale a se stessa, separata da lui; continuerà ad essere, nella sua splendida immobilità di chiaroscuri, senza seguire la sorte di quel corpo a colori che, ormai quasi vestito del tutto, raccoglierà il telefono per terra, alzerà la cornetta e risponderà pronto, interrompendo il ripetersi degli squilli.

E poco importa se nessuno parlerà, allaltro capo del filo, se nessuno lo saluterà chiedendogli come stai, e se quella telefonata sarà troppo simile ad uno scherzo stupido, o all’errore di qualcuno che ha sbagliato numero e riattacca senza chieder scusa. Ancora prima di staccare la cornetta Bambino sa chi si nasconde dietro quel silenzio.

Succede da più di tre mesi, ormai, almeno due volte al giorno, anche di notte ogni tanto. Il telefono squilla e, appena Bambino risponde, la comunicazione viene interrotta.

Ma è proprio il fatto che nessuno dei due si sia mai sforzato di cambiare le cose, di portarle avanti, o di smetterla con quella pagliacciata;  è proprio il fatto che a nessuno dei due sia mai saltato in mente di parlare, di dire una parola, anche una soltanto, qualcosa che sbloccasse gli eventi; è proprio il continuo far finta di niente a dare ad entrambi loccasione per non smettere, per continuare, per lasciare in sospeso una situazione che in fondo tutti e due hanno paura di risolvere.

Così lascia che sia, Bambino, anzi, al contrario, ogni volta che sente riattaccare si fa prendere dalla curiosità, una curiosità quasi ansiosa di sapere quante ore, quanti giorni, quante attese dovranno ancora passare prima che un altro di quei segnali si verifichi.

Lui li chiama proprio così, segnali, perché lo conosce bene  il messaggio che quei clic di telefono riagganciato vogliono trasmettere :  ti sto pensando, e ho voglia che tu pensi a me. Voglio sapere che ci sei, che posso trovarti e sentire la tua presenza quando ne ho bisogno. Voglio che tu sappia che io ci sono, che sono qui, che non sono sparito; voglio esploderti dentro e dominarti tutte le volte che mi va di farlo. Tutte le volte che ne sento la necessità.

E alla fine succede sempre che quegli squilli riescono ad ottenere in pieno leffetto desiderato, perché il semplice, naturale istinto di rispondere immediatamente si pervade di una strana irrequietezza, e subito cambia in speranza che quella telefonata sia unaltra di quelle telefonate, e che succeda qualcosa, che magari lui riesca una buona volta a parlare, trovando il coraggio di ammettere come stanno le cose.

Ci sono addirittura momenti in cui Bambino sente una strana energia, una sicurezza che fatica a riconoscere come sua, e quasi ce la fa a trovare la forza di dire No, è ora di finirla con questo gioco assurdo. Quasi ci riesce.

Ma anche stasera non lo farà.

(sera)

(diciotto e trenta)

 

Una sigaretta che finisce in fumo.

I tasti bianchi e neri di un pianoforte.

Poi i suoi occhi, gli occhi di Andrea che dondolano indecisi tra quelle due immagini, tra quelle due opposte possibilità, oscillando tra la forza della musica sul pentagramma, emozione diventata forma e fissata lì per sempre, immortalata, senza più che il tempo le passi addosso, e lincalzante consumarsi del tabacco nel portacenere, spia di una fine imminente , la fine di una sigaretta.

Poco più in là, ladorabile freddezza pratica di uno dei promemoria di Giulia.

Ore nove, vado al lavoro.

Ti lascio qualcosa di pronto nel frigo, così non devi cucinare.

Ho ascoltato la tua cassetta. Bellissimo.

Stasera cena a casa di Cristina, suo compleanno.

Passi tu a comprare dei fiori?

Buona giornata.

Love, Giulia.

Giulia, la sua immagine nella testa, pensieri che corrono. Giulia al lavoro, poi su un taxi, e dentro una cabina del telefono. Giulia e la sua concretezza, il suo senso pratico, neanche sa leggere la musica; così diversa da lui. Giulia il giorno che lui lha incontrata, le storie che raccontava, e l’improvviso desiderio di diventare una delle storie di Giulia.

Giulia e i promemoria sul  pianoforte, Giulia e il compleanno di Cristina.

Il compleanno di Cristina.

Così si alza, Andrea, i tasti bianchi e neri del pianoforte scompaiono dietro il mogano del copritastiera, nella testa sfuma il Notturno numero nove, opera due in mi bemolle minore ; si affievolisce, sparisce del tutto, stroncato alla ventottesima battuta dal pensiero di un bouquet di buon compleanno.

Le dita della sua mano si stringono attorno ad un mazzo di chiavi, una porta si apre, la stessa porta si richiude e Andrea non è più in quellappartamento.

Scende le scale, passa accanto alla cabina dellascensore che gli passa accanto, e non può sapere che è proprio Giulia la persona che lascensore sta portando in alto.

Lo intuisce più tardi, quando, rientrato in casa in compagnia di un grosso e colorato bouquet di buon compleanno, non la trova, ma un altro di quei biglietti che gli parlano di lei sta lì ad aspettare lui e lui solo, tra un andante con moto e un allegro ma non troppo.

Ore sei e quaranta, sono arrivata ma non ci sei.

Scappo a casa di Cristina; le do una mano con le tartine.

Ci vediamo là.

Non vedo fiori in giro. Non ti sarai dimenticato, spero…

A più tardi, Giulia.

Limmagine successiva è quella di Andrea davanti allo specchio, Andrea fuori e dentro lo specchio, mentre si annoda la cravatta.

Poi succede qualcosa, uno sguardo più intenso rivolto alluomo nel riflesso, e capisce qual è la verità. Non ne ha nessuna voglia, lui, di andare a quella festa.

E un pensiero fulmineo, velocissimo, un flash di un attimo, e in un attimo scompare.

Se ne accorge appena, lascia correre. Chiude larmadio sugli abiti smessi e sul suo solipsismo.

 

Lorologio digitale sul cruscotto dice che sono le sette e ventiquattro minuti. Un dito preme il pulsante power e lautoradio si accende. Il volume è  alto, ma lui decide che va bene così. Lo speaker fa qualche battuta, invita tutti in una discoteca da non perdere, poi annuncia un disco vecchio di vent’anni.  Per un attimo Andrea si ricorda dellAndrea di quellestate così lontana nel tempo,  e si chiede che fine possa mai aver fatto quel complesso che allora scalò le hit parade di mezzo mondo.

“La valigia sul letto, quella di un lungo viaggio…”
Citare Iglesias ha sempre un suo perché, ma è particolarmente adatto quando si sta per partire per il Sudamerica. Passerò la fine del 2006 e l’inizio dell’anno nuovo in Ecuador, immerso anima e corpo nella avvincente telenovela in cui la mia vita si è fortunatamente trasformata. In una specie di “Indovina chi viene a cena” mescolata con “carràmba che sorpresa” (e dopo sei anni dall’Italia David e il suo fidanzato SONO QUIIIII!!…) prenderò un aereo per essere ufficialmente introdotto ai miei suoceri latini. Insomma vado a rifornirmi di materiale per almeno altri sei romanzi.

In queste tre settimane di mia esplorazione del mondo geografico ed emotivo, il blog non si fermerà comunque. Ho infatti avuto la bella pensata di far dono ai miei tre assidui lettori di un vecchio racconto scritto nel 1995 e ripescato dai polverosi archivi, roba scritta dodici anni fa dal punto di vista cronologico e secoli orsono dal punto di vista delle esperienze. Un racconto che, non andandone fiero, certo non pubblicherei mai su libri ufficiali, ma che qui dono con piacere agli aficionados. Ho deciso di lasciarlo esattamente così com’era, senza ritoccarlo o aggiustarlo, perché una cosa scritta dodici anni fa non si può più aggiustare, rivedere o limare, solo riproporre come oggetto di interesse storico o nostalgico.

Tra tutte le short stories che scrivevo a vent’anni per allenarmi alla faticosa disciplina della scrittura, ho scelto “Notturno numero nove” perché, strutturato com’è, mi sembrava adattissimo a essere smembrato e fatto a fettine sottili da dispensare a puntate, perciò, grazie a un preziosissimo e paziente collaboratore, la storia riempirà queste pagine per tre intere settimane.

E’ il mio modo per augurarvi buon Natale, per farvi un regalino e per entrare con voi nell’anno nuovo.
Tanti auguri per delle feste e un 2007 proprio come li volete voi.

Considerato il grosso successo del post di ieri e considerato (con voce più onesta) che l’elenco di impegni, incontri, brindisi, cene prenatalizi mi impedisce di trovare il tempo per scrivere un pezzo mio, propongo qui di seguito altri due giochini da sconciati per le feste inseriti nel libro “I giochi erotici di società” di Louis Guillon, 1971, edizioni Sugar, disponibile in nessun posto al mondo se non a casa mia.

La voce truccata
“Il salotto era avvolto nella penombra. A un certo punto una donna, prima con una voce bassa poi sempre più comprensibile, cominciò a parlare: diceva le cose a scatti, con lunghe pause. L’ascoltavamo in silenzio, prima attenti poi sempre più eccitati, meglio: turbati. Fu una serata interessante”. Questa l’impressione di una persona che ha partecipato al gioco (ma possiamo definirlo gioco?) della Voce truccata.
La voce appartiene a uno dei presenti all’ascolto, che ha inciso la confessione tenendo un fazzoletto sul microfono e cercando di falsare il suo modo di esprimersi (oggi i computer domestici facilitano le cose, N.d.R.). Questo per non farsi riconoscere e sfogarsi in piena libertà. La persona misteriosa descrive le sue esperienze sessuali, con chi le ha fatte, che cosa ha provato, rivela le sue insoddisfazioni, i desideri repressi, i tabù che la condizionano. La sua è una specie di chiacchierata con lo psicologo, ma senza domande, in libertà. Alla fine del gioco, sentite tutte le registrazioni (normalmente sono più di una), chi si è confessato potrà tentare di liberarsi di qualche tabù. Con un altro gioco erotico di società. Non verbale.

La commedia
Non ricordo chi mi disse “Sarà una serata culturale”, ma ricordo benissimo che ci rimasi male. Ero giù di corda da molto tempo perché avevo perso la mia vecchia compagnia dato che avevo cambiato città e non ero riuscito a legare con altri amici.. amici come quelli che avevo prima: moderni, aperti, senza troppe inibizioni. Persino il lavoro mi andava storto: non rendevo più, mi sentivo troppo nervoso, insoddisfatto. Certe abitudini sono come una droga: dopo, i rapporti normali, troppo elementari, non dicono più nulla. Un giorno finalmente ho creduto di aver trovato la persona adatta, la chiave giusta: ci eravamo parlati apertamente, sembrava tutto chiaro. E quando finalmente ci ritrovammo per andare a giocare mi sentii dire che sarebbe stata una serata culturale! Lei può capire il mio stato d’animo. Invece fu un’esperienza molto interessante e mi fece entrare nel gruppo che tutt’ora frequento con notevoli soddisfazioni. Chi mi aveva detto “Sarà una serata culturale” era una ragazza. Un po’ strana, un po’ pazza. Mi portò in casa di un suo amico dove erano arrivate già sei o sette persone. Alla fine eravamo in una dozzina. Si cominciò chiacchierando del più e del meno e bevendo succo d’ananas: sembrava proprio una festicciola borghese, davvero culturale. Poi il padrone di casa, che ora è mio carissimo amico, portò in soggiorno un grosso registratore (ariecchilo! N.d.R.), di quelli a tante piste, quattro, credo, e lo piazzò sul tavolino. Poi battè le mani e disse: “Comincia la commedia”: Tutti si accomodarono nelle poltrone, sui divani, per terra. Anch’io mi sistemai, ma ero veramente seccato e diedi una brutta occhiata alla ragazza che mi aveva rimorchiato in quel posto. Lei si mise a ridere, nervosamente, eccitata. Anche gli altri sembravano eccitati: conoscevano già il gioco. Il padrone di casa disse ancora: “Chi vuole cominciare? Gli attori per questo primo lavoro sono quattro, due uomini e due donne”. Due coppie si fecero avanti e si diressero in un angolo del soggiorno che era stato sgomberato prima: il palcoscenico. Qualcuno spense le luci e accese un piccolo riflettore che puntava verso il palcoscenico: erano proprio organizzati. Poi il padrone di casa fece partire il nastro del registratore. Cominciai a sperare che questa commedia fosse un po’ particolare. E lo era davvero, accidenti! Sul nastro era registrato il testo di un copione che precisava i movimenti che gli attori dovevano fare e le battute che dovevano dire lasciando i vuoti necessari per far ripetere le battute. Un lavoro fatto proprio con cura e intelligenza. A dire il vero le battute da dire erano poche ma i movimenti da fare molti. E che movimenti! Un vero e proprio porno-spettacolo a sorpresa secondo gli ordini impartiti da un nastro registrato. Riesce a immaginarlo? E’ una cosa molto eccitante: l’aspetto più nuovo sta nella sorpresa, nella curiosità di vedere la scena successiva. O di interpretarla. Gli attori (anch’io ho recitato, la sera stessa) agiscono in stato di notevole tensione perché non sanno quello che dovranno fare, o subire, un attimo dopo. E spesso si tratta di cose piacevoli. Anche chi ha preparato il copione ha la sua parte di divertimento perché si ritrova dal vivo quello che ha immaginato con la sua fantasia. E’ un gioco notevole. Mi creda.

Come non crederle di nuovo, carissimo Guillon?!?
Ora.. non fosse che sono passati 35 anni esatti da questo suo racconto, farei di tutto per dare una sbirciatina alla sua rubrica e rubarle qualche numero. Con tutto il rispetto parlando, a me immaginare i miei amici impegnati in codesta divina commedia più che un arrapante spettacolo pornochic fa venire in mente drammi angoscianti alla Ionesco, scene raccapriccianti da teatro dell’assurdo. Le spiacerebbe tanto farmi questo regalo di Natale e passarmi qualche cellularino di attore meritevole?… che so io… Colin Farrell?


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