Non c’è su Amazon, non c’è su iTunes, non c'è su Facebook. Quindi mi piace.

10 June 2014

Non è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso. E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la ...

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Scrittori a vento

10 February 2014

Se ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa ...

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Book Morning Agnetha

14 January 2014

«Oooohhh Danielita! Avete visto? C'è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l'età, per le librerie e le darkroom siamo ormai ...

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Seguirà dibattito

8 January 2014

L’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria ...

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Il 2014 di qualcun altro

31 December 2013

A un passo dallo scoccare dell’anno nuovo, anche io voglio fare un augurio, a me stesso e a tutti coloro che, ogni tanto, transitano da questo blog. Per il 2014, mi ...

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tastier-jukebox

Record_Store, oil on canvas, Sonya NavinNon è che uno si chiama Vecchiotti così, a caso.
E io devo fare i conti con me stesso: l’omen che già nel nomen mi porto addosso racconta già tutta la mia ossessione per ciò che appartiene al passato e che è inesorabilmente perduto, finito nell’oblio.

Mi piace guardare fotografie di edifici che sono stati abbattuti, sentir raccontare storie di persone che nessuno ricorderà mai; mi piace ciò che è stato moda per un brevissimo attimo e, pochi istanti dopo, ha smesso di interessare chiunque.

Mi piacciono i libri introvabili, quelli che nemmeno il potentissimo e iperfornito Amazon sarà mai in grado di farti avere. Mi piacciono le canzoni che non si trovano su iTunes. Mi piacciono i temi che su Facebook non scateneranno mai alcuna discussione.
Mi piace il fuori catalogo in un’epoca in cui, grazie al digitale, il fuori catalogo ha quasi smesso di esistere. Mi piace ancora di più se non riesco a scovarne traccia nemmeno su eBay.

Mi piace ciò che non si trova con pochi click, ciò che mi impegna e che, apparendomi irraggiungibile, stuzzica la voglia di raccogliere la sfida. Mi piace quando la difficoltà di un’impresa riesce ancora a non farmi cadere nella noia facile del tutto-subito.

("Record Store", oil on canvas, by Sonya Navin)

don quijote copy cosmoscrist.blogspot.itSe ne parla sempre più spesso, e con crescente accanimento, fioriscono i dibattiti sui forum dedicati al tema dell’editoria, e dunque credo urga arrivare a un punto, e ridefinire cosa significhi la parola “scrittore” oggi.
In tempi in cui con tre click e pochissimi spicci chiunque può pubblicare e vendere online le proprie liste della spesa e il racconto minuzioso delle proprie minzioni, siamo tutti improvvisamente diventati scrittori e, anche considerando la disoccupazione generale e la conseguente mancanza di altri titoli professionali che ci si possano attribuire, ecco che chi non sa bene come definire se stesso pensa bene di far bella mostra di sé con questa autonomina che, come si dice, fa chic e non impegna.

E posto che, da persona che in un modo o nell’altro imbratta carte da oltre vent’anni, ancora non riesco a capire cosa ci sia di tanto figo nel dichiararsi romanzieri, poeti o saggisti (io, casomai, provo sempre un certo imbarazzo e senso di inferiorità quando qualcuno mi addita come tale), a me sembra che l’unico effetto di tale inflazione possa essere solo lo scredito totale della categoria, e forse anche la sua fine (il che, per inciso, non è detto che sia un male).

La patente di scrittore, a mio parere, dovrebbe andare a coloro e solo a coloro i quali riescono a campare con i loro diritti d’autore. E’ sicuramente un modo impreciso e forse sbagliato per classificare, ma almeno è chiaro, netto, preciso, e d’emblée farebbe piazza pulita tagliando fuori il 99,99% degli aspiranti al titolo, e rimetterebbe un po’ d’ordine.

A me tutte queste decine di presunti “scrittori” il cui numero di lettori è inferiore a quello delle pagine scritte (il sottoscritto incluso) fanno venire in mente il caro vecchio Don Chisciotte che, convintosi di essere cavaliere a suon di romanzi letti, si imbarca in tragicomiche avventure utili solo a distruggerlo pezzo dopo pezzo. Né le tante botte prese né l’oggettiva evidenza dei fatti (quella, per esempio, di aver combattuto solo contro un branco di pecore e non contro prodi paladini) scalfiscono la sua convinzione; niente arriva a dissuaderlo. Pazzi, per lui, sono tutti gli altri che non riconoscono il suo talento, né vedono gli incantesimi di crudeli mali capaci di far apparire la realtà per ciò che non è.

Ebbene… se nel ‘600 i matti desiderosi di costruirsi un’identità forte si inventavano eroi di cappa e spada, oggi tanti, troppi di noi si armano di penna e tastiera, e, convinti di potersi dire “scrittori dalla trista figura”, rimangono cechi davanti alla realtà dell’avere ben poco da raccontare.

Ma la verità è che, giganti da abbattere o editori da conquistare, sono sempre solo mulini a vento.

(Illustrazione di Crist, dal blog http://cosmoscrist.blogspot.it)

agnetha-faltskog-abba-daniel-janda«Oooohhh Danielita! Avete visto? C’è ancora qualcuno che si ricorda di noi! E voi che vi ostinate a pensare che, data l’età, per le librerie e le darkroom siamo ormai fuori catalogo!»
Mi ha fatto piacere, stamattina, ricevere questa telefonata di Clodette e scoprire così che, a distanza di ormai sei anni dalla pubblicazione, c’è ancora qualcuno che legge e recensisce “Il Cosmo Secondo Agnetha”.
Qui di seguito il post pubblicato quest’oggi dal sito Book Morning.

Il cosmo secondo Agnetha di Daniele Vecchiotti, edito da Las Vegas Edizioni, è un romanzo sorprendente, nel senso più letterale del termine. Sorprende. Per l’onestà della narrazione, per la fragile forza dei personaggi, per la sua capacità di entrare dentro i cliché, invece che ignorarli.

Un romanzo di formazione. Anzi, di formazioni. Perché Daniele, il protagonista, scopre il mondo due volte. La prima quando riesce ad emanciparsi da una madre oppressiva, la seconda quando scopre che accanto al mondo “normale” c’è tutto un altro universo. Quello gay.

Daniele vive in una casa che puzza di verdure bollite e di mediocrità. Un padre silenzioso seduto in poltrona poco attento alla vita di suo figlio e una madre dalla personalità invadente, che rigetta tutta la sua noia frustrata addosso all’unica persona che può controllare, plasmare, dirigere: suo figlio. Daniele si è da poco iscritto all’università ma la sua vita dista anni luce da quella dei suoi compagni. E la colpa è solo sua, lui lo sa. Perché non ha la forza di ribellarsi alla quotidianità piatta e soffocante che sua madre gli mette sotto gli occhi tutti i giorni come se fosse un piatto di minestrone annacquato e senza sale. Daniele è vittima di se stesso, caduto in un vortice di decisioni non prese, di silenzi e omissioni, di accettazione passiva di tutto quello che gli accade, anche quando la mamma si mette in testa che il futuro lavoro di suo figlio avrà a che fare con quei meravigliosi romanzetti rosa che le riempiono la vita di emozioni. Perché la professoressa del liceo glielo aveva detto chiaro e tondo: Daniele ha il dono della scrittura. E allora perché non sfruttarlo guadagnandoci anche qualcosina?

Senza rendersene conto, o meglio senza fare nulla perché non accada, Daniele si ritrova alla sua scrivania con un contratto da traduttore editoriale in tasca e una pila di romanzetti rosa. Cene a lume di candela, terrazze sul mare dove la cameriera di turno si innamora dell’imprenditore scapolo e ricco, segretarie travolte da una irrefrenabile passione per il loro capo.

Amori patinati, plastificati, irreali e banali. La voglia di Daniele di buttare via tutta quella melassa amorosa e sbattere in faccia a sua madre il suo primo e rivoluzionario “no”. Ma l’indolenza di cui è vittima lo trascina pagina dopo pagina nell’abisso di quegli amori assurdi e sempre uguali che lo inchiodano in una cameretta da bambino e che lo escludono dalla vita vera. Fino a quando l’editore non gli comunica che la casa editrice ha intrapreso una nuova strada, un po’ diversa da quella dei romanzi rosa, che aprirà una fetta di mercato poco esplorata e sicuramente molto remunerativa: romanzi pornografici gay. E nonostante la totale estraneità all’argomento, l’abbattimento iniziale, la voglia di fuggire e di lasciar perdere tutto (che ovviamente non riesce a concretizzare), Daniele capisce che questo nuovo lavoro può essere la sua personale rivincita nei confronti della madre e il mezzo attraverso cui lasciare la casa dei suoi genitori e trovare un posto tutto suo.

Nuova vita, nuovo appartamento, nuovo quartiere. Ma Daniele è sempre Daniele. Introverso, solo, senza esperienze. Come può descrivere le avventure sessuali di gay disinibiti e lussuriosi, lui che non solo è eterosessuale ma che non ha nemmeno mai sentito il calore di un altro corpo sul suo?

Ed è qui, in questo punto, che Vecchiotti delinea la seconda “formazione” del protagonista. Daniele scopre poco alla volta che parallelo alla realtà che già poco conosce, esiste un altro universo, quello gay.

Come un moderno Dante, Daniele si ritrova nella selva oscura dei cinema porno, dove senza troppe incertezze e imbarazzi gli uomini si avvicinano e consumano rapporti sessuali istantanei, senza futuro. Dei giardini pubblici alle ore più improbabili per ilbattuage, delle piazzole di sosta dove cercare qualche bel camionista. Ma non solo, perché l’universo gay è molto altro ancora e Daniele ci si trova in mezzo senza neppure accorgersene grazie a Claudio, o meglio, Clodette. Come Virgilio (anche se forse sarebbe più adatto il parallelo con Beatrice) accompagna Dante alla scoperta di un mondo che non conosce, Clodette conduce la sua amica Danielita, con un affetto sincero e tenerissimo, non solo nei bagni pubblici e nelle dark room, ma anche in un universo fatto di feste e lustrini, di cantanti pop dai capelli cotonati e tutine colorate, di uomini che parlano di se stessi al femminile e che organizzano party alla moda alla ricerca del principe azzurro. Daniele impara una nuova grammatica sociale, un nuovo modo di guardare il mondo che diviene – per lui che in fondo non ha conosciuto molto altro, se non il sesso a pagamento con qualche prostituta – l’unico mondo in cui esistere, vivere, muoversi.

Ma ancora una volta Daniele è un estraneo nella realtà in cui vive. Lui, l’etero incallito che va alle feste in onore di Ambra Angiolini e Patty Pravo un po’ per avere materiale per scrivere i suoi libri, un po’ perché ormai quello è il suo mondo o perlomeno è l’unico che conosce veramente, molto più di quello “eterosessuale” fatto di fidanzamenti, lavori d’ufficio e normalità.

Lui, che alla ricerca di nuovi soggetti letterari si ritrova ad aspettare Clodette per ore mentre insegue un ragazzo muscoloso tra i reparti di un supermercato. Lui, in bilico tra il senso di colpa per aver “sfruttato” le storie di chi gli è accanto nei suoi libri e la sensazione che quei gay ormai siano il suo mondo. In bilico tra il voler fuggire da tutto quel testosterone e il tentativo disperato di farne parte davvero, trovando finalmente un luogo in cui stare bene, sentirsi a proprio agio, colmando quella distanza tra sé e tutto il resto che lo ha accompagnato tutta la vita. E Daniele ci prova a colmare questa distanza, questo disadattamento, cercando di diventare gay, di farsi piacere quegli uomini belli e intelligenti, arguti e simpatici che lo corteggiano, che lo vogliono conoscere veramente come nessuno ha mai fatto fino ad allora, che gli parlano con sicurezza e affabilità quando diventa il più ambito di tutta la comunità, perché tutti vogliono portarsi a letto il nuovo etero – che forse così tanto etero non è – entrato nel gruppo da poco.

Vecchiotti ci racconta in un solo romanzo due grandi tematiche. Come può essere difficile e crudele la ricerca di un proprio posto nel mondo, la sensazione intima e profonda di sentirsi sempre lievemente estranei, diversi. E lo fa magistralmente, perché nella scena in cui Daniele è a cena con Fiorenzo, il lettore sente veramente quel grumo di emozioni e di domande che gli martellano il cuore e la mente e ci si emoziona davvero quando finalmente il protagonista riesce a chiedere, con una grande semplicità che nasconde un tormento che di semplice non ha nulla: tu pensi che si possa imparare ad essere omosessuali?

La seconda tematica è inevitabilmente la comunità gay, o perlomeno parte di essa. Vecchiotti la descrive affrontando di petto i luoghi comuni, dalle canzonette pop alla ricerca del sesso facile, che spesso vengono derisi e giudicati, e lo fa riuscendo a cogliere tutta la forza, la fragilità, l’umanità che vi stanno dietro. E mette in luce anche un altro aspetto, che spesso nel mondo omosessuale è taciuto: l’autoreferenzialità della comunità gay, che chiede di essere inclusa nella società ma che si esclude da sola, ghettizzandosi.

Con una penna brillante, arguta, divertente eppure allo stesso tempo tremendamente profonda, Vecchiotti è riuscito a scrivere un libro difficile e per niente banale regalando ai lettori davvero un ottimo esordio.

(Daniel Janda, "Agnetha Fältskog")

Cinema_Wide_Night by Chris Duncan cutL’imminente scomparsa della pellicola a 35 millimetri che, a brevissimo, verrà sostituita dalla proiezione digitale in tutte le sale cinematografiche in grado di convertire il loro impianto (con l’inevitabile moria di molti dei pochi esercizi indipendenti rimasti, e il conseguente accentuarsi dello strapotere dei complessi multisala) mi fa tornare alla mente uno dei miei più ricorrenti sogni proibiti e irrealizzabili: quello di poter un giorno comprarmi e gestire un piccolo Cineclub in cui il film diventi un’occasione di incontro (e magari anche di scontro) per un ristretto gruppo di persone che abbia ancora voglia di sedere al buio accanto a perfetti estranei (magari evitando addirittura di lasciar squillare il telefonino o di commentare ogni battuta ad alta voce come ormai tutti, abituati alla televisione, finiamo col fare).

Feci un timido tentativo qualche anno fa, provando a mettere insieme un gruppo di amici volutamente malassortiti e costruendo un programma di quindici incontri nel salotto di casa mia trasformato per due sere al mese in una sala cinematografica. Battezzai l’esperimento “Il Cineclan”, proprio a voler sottolineare l’intenzione di mischiare settima arte e spirito di gruppo. Speravo di poter così sperimentare anch’io, seppur rivisitata, l’esperienza di quel “Seguirà dibattito” tipica degli anni in cui “il privato era politico”, l’essenza del vivere veniva identificata con l’atto di incontrare gli altri, e la parola “condivisione” non aveva ancora subito la distorsione di significato apportata dai social networks.
Completammo il ciclo previsto dal cartellone, ma alla fine della stagione sentivo che qualcosa non aveva funzionato come mi sarei aspettato. C’era insomma stato il “cine” senza che si fosse creato il “clan”; così l’anno successivo pensai che non valesse la pena ripetere l’esperimento.
Comprai comunque un videoproiettore HD e un maxischermo – sproporzionato rispetto alla metratura della stanza ma perfetto per dare l’impressione di essere davvero in una piccola sala d’essai – però non riuscii più a trovare la voglia e le energie per fare un secondo tentativo. Oggi i film a dimensione gigante me li vedo da solo, e il mio Cineclub ha un sapore incompleto di un gioco giocato a metà.

A dispetto dell’insuccesso, infatti, la fantasia non mi ha abbandonato, e torna più insistente di prima oggi che, andata in pensione la pellicola, mi rendo conto che un Cineclub nel mio salotto non avrebbe poi specifiche tecniche troppo distanti da quelle di un luogo nato per questo. Così mi lascio andare alla fantasia di ospitare in casa mia non più amici selezionati, ma una dozzina di sconosciuti alla volta, avventori ideali per spegnere la luce e lasciare che la proiezione abbia inizio. Nella speranza che questa volta poi il dibattito segua davvero.

Chris Duncan, "Cinema Wide Night"

Champagne woman bean by Tos KostermansA un passo dallo scoccare dell’anno nuovo, anche io voglio fare un augurio, a me stesso e a tutti coloro che, ogni tanto, transitano da questo blog.

Per il 2014, mi piacerebbe che ognuno di noi avesse la forza ed il coraggio non tanto di buttare giù dalla finestra i vecchi piatti e gli stracci ormai inutilizzabili, quanto di rovesciar giù in strada direttamente se stesso, con tutte le identità, i vizi e le virtù che lo caratterizzano. Sarebbe insomma bello se ci fosse regalata l’opportunità di trasformarci, per i dodici mesi a venire soltanto, in qualcun altro. Riuscire, allo scoccare della mezzanotte, a liberarsi di ogni porzione di sé, della propria faccia, del proprio corpo, della voce, di ogni aspetto della personalità esteriore ed interiore, per ritrovarsi addosso gli attributi psicofisici di un perfetto sconosciuto.
Diventare un estraneo, veder stravolto il proprio profilo, avere così una volta tanto l’occasione di guardare il mondo davvero con occhi diversi, da un punto di vista magari diametralmente opposto a quello che ci siamo faticosamente costruiti fino ad oggi. Ovviamente non si tratterebbe di scegliersi chi essere il prossimo anno, magari avverando sogni ed ambizioni, ma, al contrario, di lasciare decidere al destino, e vada come vada.
Distruggere tutto e, mettendo in pausa fino alla prossima notte di San Silvestro la persona e la personalità a cui siamo abitati, vivere il 2014 di qualcuno distante anni luce da noi, non necessariamente migliore, più felice o più compiuto, anzi… ben vengano le retrocessioni, i peggioramenti e i demoni che ancora ci sono ignoti.

Ci auguro di scivolar fuori dai nostri confini, dal nostro solito io sempre uguale, di riuscire a decostruirci in una sola notte e, nell’attimo esatto in cui il tappo della bottiglia salterà, di spogliarci di noi stessi entrando anima e corpo in panni altrui. Ci auguro di formattarci il cervello cancellando tutte le sovrastrutture, di guardarci nello specchio e, una volta tanto, sentirci soddisfatti e incuriositi proprio perché non ci riconosciamo più. Sarà un modo per fare un test, per vedere se, con questo repentino cambio di prospettiva, riusciamo a sconnetterci dall’egocentrismo patologico in cui, volenti o nolenti, siamo tutti intrappolati. E chi lo sa che non ci capiti di imparare in un solo anno ciò che difficilmente riusciamo ad imparare in tutta una vita.

Insomma.. . ve lo auguro con tutto il cuore. Buon 2014 a tutti gli altri da voi!

(Tos Kostermans, "Champagne, Woman, Bean)

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