Pseudo

8 May 2013

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Le Porno Jane Austen

2 May 2013

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Me ne resto nel Juke-Box

2 April 2013

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Storie di ritorni

13 March 2013

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Decamerone 2013

10 January 2013

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tastier-jukebox

C’è una grande confusione sul concetto di scrittore, di scrittura. Grazie al self publishing, al favoloso mondo a costo zero dell’e-book, e al comportamento delle maggiori case editrici che si adattano alle leggi cangianti del mercato preoccupandosi solo di riassortire il catalogo il più velocemente possibile per moltiplicare l’offerta, ormai un romanzo edito lo ha più o meno chiunque. E sono tutti romanzi “con un ritmo serrato”, e “la pagina che si divora”, pieni di “sferzante ironia” eppure “toccanti e capaci di commuovere”.
A suon di scoprirci tutti capaci di scrivere un libro, è andata a finire che il confine tra la scrittura e il narcisismo esibizionistico con manie di protagonismo si è via via assottigliato fino a scomparire del tutto. Pubblicare un romanzo significa ormai soprattutto cercare anche noi il nostro quarto d’ora di disperata popolarità, gratificare l’io con le cinque stellette di critica dateci dagli amici su Goodreads, tormentare i contatti di Facebook con inutili inviti a presentazioni, e mandare email a caso raccomandando di non perdersi la nostra ultima geniale opera.
Va a finire che, presi dall’ansia di condividere con il cosmo il nostro momento di gratificante onanismo narrativo, ci dimentichiamo di un ingrediente-base diventato dettaglio: il senso dello scrivere.

Scrivere non è quella cosa che si fa per raccogliere applausi e consensi unanimi. Scrivere dovrebbe, al contrario, scatenare scompiglio, fastidio magari, shock e, con essi, una qualche forma di evoluzione che sempre si conquista con la spaccatura dello status quo, non certo con l’allineamento ai parametri condivisi. Scrivere dovrebbe essere un modo per mettere a nudo quelle parti di noi che mai scopriremmo in pubblico, le nostre miserie di esseri umani, le nostre carenze o abiezioni. Scrivere dovrebbe portarci più a provare vergogna e imbarazzo che non orgoglio, per l’immagine che stiamo dando di noi. Altrimenti è solo il consueto teatrino della vita, quello che ognuno di noi mette già in scena da mattina a sera per provare a imbellettarsi le brutture. E allora, se tanto è sempre il solito show, per quale motivo dagli anche forma per iscritto?

Io, dovessi dare un consiglio allo scrittore che è in me, gli suggerirei di liberarsi dall’inganno della visibilità concessa a tutti, e di lavorare in silenzio, nell’oscurità, lontano dalla ricerca di qualsiasi consenso o approvazione. E’ quando pensi che nessuno ti veda che dai libero sfogo alla tua essenza più vera.
Lo scrittore che davvero aspiri ad essere tale, pubblichi dunque tutti i romanzi che vuole, sbatta pure su Ilmiolibro, Amazon e Le libellule Mondadori tutti i capitoli che non riesce a trattenersi dal voler regalare al mondo, ma lo faccia usando un nom de plum che gli consenta, dietro l’anonimato di una maschera, di essere davvero se stesso e, soprattutto, di non romanzarsi l’ego solo per apparire più piacevole su Facebook.
Diventi, insomma, uno scrittore con pseudo anziché uno pseudoscrittore.

Io credo che, sgravata degli aspetti narcisistici tipici dell’era del talent-show, quella della scrittura smetterebbe di essere una prospettiva attraente per almeno l’80% di coloro che oggi scrivono e pubblicano. Io credo che, liberata del sovraffollamento di gente in cerca di un quarto d’ora di gloria, anche l’esperienza dei lettori sarebbe assai più arricchente.

Alla fine di quegli anni ’70 a me tanto cari, anche l’Italia – con almeno due lustri di ritardo rispetto agli Stati Uniti – vide esplodere il fenomeno della pornografia di massa. Catturata dalla forza avvolgente della tivù, la gente smise di andare al cinema, le sale di proiezione dovettero trovare un modo per sopravvivere, e il sesso si rivelò una fantastica fonte di guadagno anche per il mondo dell’intrattenimento.
Donne nude e tematiche sempre più pruriginose cominciarono a spuntare sulle locandine e nei titoli dei film; e di colpo le platee tornarono a riempirsi, affollandosi di curiosi, di voyeuristi incalliti, ma anche di intellettuali che consideravano la pornografia una forma di controcultura e di opposizione al sistema.
Per tenere vivo l’interesse del pubblico pagante, l’asticella del senso del pudore veniva abbassata di settimana in settimana, di programmazione in programmazione: ad ogni nuovo titolo in cartellone si tendeva ad osare un po’ di più, e dall’iniziale erotismo all’acqua di rose di “Malizia” si passò – con la scusa del blockbuster che aveva cambiato la storia del cinema – a “Gola profonda” (per il quale il distributore italiano editò anche una oggi introvabile versione supersoft tagliando le scene hard e sostituendole con altre girate ad hoc); poi, via via, arrivò un sempre più spudorato uso della parolina magica nel titolo del film.
“La pornomoglie dell’inquilino accanto”, “Superdonne porno”, “Le porno detenute”, “La ninfomane porno”, “La porno adescatrice”, “Le porno ereditiere”, “Porno febbre del piacere”, “La pornopalla”, “Porno squillo shop”, “Le porno libidini di mia moglie”, “Porno erotico western”, “La pornovergine”, e una valanga di altre chicche per cinefili che, solo a elencarle, ci vorrebbe una cinquantina di pagine del sito.

Per qualche anno la pornomedicina ebbe effetto benefico, e centinaia di sale cinematografiche si salvarono dal tracollo accendendo la luce rossa sopra la biglietteria; poi arrivò l’home video, che segnò inderogabilmente la fine di un’epoca.

Ebbene… oggi, a distanza di quattro decenni, qualcosa di simile sta accadendo al mondo dei libri.
In anni di self-publishing, e di un’offerta editoriale sempre più affollata e confusa, con centinaia di titoli riversati in mercato ogni settimana, molte case piccole case editrici – con fatturati più o meno equivalenti a quelli di una sala cinematrografica di periferia nel 1973 – si stanno rendendo conto di come, per attrarre l’attenzione nel rumore generale e riuscire a strappare qualche vendita in più, la strategia migliore sia quella di darsi alla narrativa hard-core. Così gli e-book stores sono tutto un proliferare di racconti a tripla x, confessioni di casalinghe ninfomani, diari di donne insospettabili che nelle ore libere si trasformano in bollenti escort, manuali per giochi bondage e sadomaso, racconti di fantasie omosessuali di aitanti padri di famiglia, e tutta un’orgia di trame hot che, dati alla mano, pare abbiano un effetto viagra sui numeri di venduto.

Grazie al fai-da-te (editoriale, s’intende) o alle case editrici specializzate, con poco sforzo possiamo entrare tutti nell’accattivante club delle Porno Jane Austen e, preferibilmente sotto pseudonimo, condividere (verbo imprescindibile, in questi anni) i nostri desideri più reconditi con decine, magari centinaia di lettori paganti.

La domanda interessante da porsi, a questo punto, è se la Porno-Lit riuscirà davvero a salvare le sorti di un business in forte crisi e, in caso affermativo, quanto tutto ciò potrà durare.
Anche perché credo non vada trascurato l’effetto-saturazione che il totale sdoganamento del sesso e la sua definitiva uscita dal mondo del proibito rischiano di scatenare in tutti noi, scrittori e lettori. Chissà… forse a rendere facilmente raccontabile qualunque fantasia, può anche succedere che ci si svuoti completamente della naturale, sana attrazione erotica per  tutto ciò che è irraggiungibile e inconfessabile. E, capitolo dopo capitolo, confessione dopo confessione, potremmo ritrovarci tutti trasformati in arrapatissimi Porno Zombi.

Il luogo comune del romanziere vuole che la soddisfazione più grande per chi scrive sia quella di arrivare in fondo al lavoro, mettere la parola FINE alla storia, magari poi passare tutto all’editore, vedersi arrivare il contratto per la pubblicazione e, apriti cielo, entrare tronfio in una libreria a godersi la pila di copie nella vetrina.

Ora… sarà che i miei romanzi editi hanno sempre fatto una certa fatica a trovare un posto al neon sugli scaffali dei supermercati; sarà che in tempi di self-publishing dilagante ormai un libro edito ce l’ha un numero di persone addirittura superiore a quello di chi, dieci anni fa, aveva un romanzo nel cassetto; sarà che, sebbene io capisca ancora benissimo le ragioni dello scrivere, faccio sempre più fatica a comprendere quello del pubblicare; sarà che mi sembra un momento storico in cui più si comunica con gli altri e meno si entra in relazione, ma io mi convinco sempre più che finire un romanzo rappresenti, per il suo autore, una tragedia da posticipare ad libitum.

Da quasi tre anni rimugino e prendo appunti per una storia il cui titolo ipotetico potrebbe essere “La ragazza del Festivalbar”, in coerenza con la mia storia di uomo pop e in spudorato omaggio alla storia del Juke Box. Continuo a smontare e rimontar la trama, a cambiare i personaggi, a ripensare da capo ambientazione e cifre stilistiche.
Per lungo tempo ho creduto si trattasse di blocco creativo, di crisi motivazionale, forse di incapacità a scrivere. Adesso, invece, scopro che l’idea di questo romanzo mi piace troppo perché io possa davvero svilupparla e trovarmi, poi, costretto a liberarmene.

Le ricerche in fatto di avvenimenti sociopolitici e soprattutto di storia della hit parade a cui sono costretto per costruire l’intreccio mi gratificano al punto di non voler mai considerare il mio lavoro compiuto e passare oltre. Insomma… non mi va di interrompere questo meraviglioso gioco a base di ritagli di giornale, libri ingialliti e vinili che friggono.
E visto che, ringraziando il destino, non ho né un editore che mi stressa sollecitandomi la consegna del testo né, tantomeno, ci sono lettori che attendono con ansia la mia prossima opera scatenando in me il senso della responsabilità, posso tranquillamente godermi questa lunga, infinita estate creativa abbronzandomi al sole di un romanzo da riscrivere ogni volta da capo. Non appena arrivo a metà, già mi sembra di diventare anch’io vintage come le atmosfere che descrivo, e, troppo impaurito all’idea di relegar me stesso in un album dei ricordi, finisco col buttare via tutto e ricominciare da zero.

Anche perché questo teorico romanzo – che comincia nel 1963 e finisce all’incirca nel 1992 – mi dà l’opportunità di esiliarmi da un presente che mi piace assai poco. Ho una scusa per ascoltare musica davvero buona, per leggere la cronaca politica sapendo anche come è andata a finire, e, nel maniacale bisogno di totale immedesimazione con i miei alter-ego narrativi, per indossare abiti di alta sartoria pagati pochi spicci in quanto completamente fuori moda.

Per quale motivo, dunque, dovrei affrettare la scrittura, scoppiando con le mie mani questa bolla che mi diverte e mi fa sentire protetto?
Insomma… non c’è nessuna ragione per corrermi dietro da me. Posso prendermela con calma e, fino a quando i miei fruscianti dischi a 45 non mi saranno venuti a noia, rimanermene chiuso nel Juke-Box a far finta che sia – ancora e per sempre – l’estate del 1972.

Da mesi pensavo che per tornare a pubblicare sul blog avrei avuto bisogno di una notizia, un argomento, qualcosa da dire. Scrivere su Internet è ormai attività comune a chiunque, ciascuno di noi lo fa almeno una decina di volte al giorno postando sui social i suoi stati d’animo, le sue ricette o le sue abluzioni da toilette.
Col risultato che quasi più nulla risulta interessante, tutto si confonde nel gran frastuono del display, niente di ciò che leggiamo ci tocca veramente, e anche per scrivere l’aver qualcosa di urgente da comunicare non è più conditio-sine-qua-non. Dunque mi ripetevo: perché insistere a sbrodolar anch’io parole egocentriche e onanistiche quando lo fanno già tutti gli altri?

Ma circa una settimana fa, inaspettatamente, sul web ha iniziato a rimbalzare la notizia dell’uscita di “When you really loved someone”, nuovo singolo di Agnetha Fältskog, preludio a un album con dieci brani inediti, in vendita a partire dal prossimo 13 maggio, a 9 anni dall’ultimo cd da solista e a ben 31 dall’ultimo 45 giri degli Abba.

Ecco.. questa mi sembrava una buona occasione per tornare a digitare sul mio blog.

E non tanto perché nei miei anni giovanili ho adorato gli Abba e Agnetha, non tanto perché questa mia passione mi ha portato a costruire una trama da romanzo attorno alla loro figura, né perché, ogni volta che esce un rumor su una probabile rentrée di uno o tutti gli elementi del gruppo, ricevo almeno dieci-quindici messaggi da conoscenti e sconosciuti che si sentono in dovere di avvisarmi all’istante neanche si trattasse del ritrovamento di un mio parente scomparso da tempo.
No.. il motivo per il quale ha senso e fa piacere segnalare la notizia e condividerla sta nelle parole col quale uno dei miei contatti di lavoro, preso proprio da questo bisogno di notificarmi una notizia che sentiva potesse appartenermi, ha sintetizzato il suo piacere di non-fan a condividerla con me:
“We all love a comeback story”

Eh sì.. credo sia proprio così. Tutti ci appassioniamo a una storia di ritorni.
Sia per il fatto che ci danno l’illusione di tornare giovani, sia perché ci scatenano addosso quell’agrodolce gusto di malinconia al quale non sappiamo dire di no, sia invece perché ci regalano la speranza che possa sempre esserci una seconda, una terza, un’ennesima possibilità, le trame che ruotano attorno a un ritorno ci regalano quell’attimo di emozione e di serenità, ristabiliscono per qualche istante la pace tra noi e il mondo.
Anche quando si tratta solo di una diva del pop ormai attempata e di una canzonetta dal sapore demodé, l’accorgerci che quella di ritornare resta un’ipotesi possibile, e che ci si può ritrovare, è sempre buona musica per la nostra anima.

Facendo zapping tra i canali televisivi nel vano tentativo di trovare qualcosa con cui intrattenermi per  rilassarmi e non pensare a nulla (e la tv non ha eguali, quando l’obiettivo è azzerare il pensiero), mi sembra di stare in uno di quei romanzi di fantascienza in cui la realtà si ripresenta sempre uguale a se stessa senza lasciare opportunità di fuga al protagonista, imprigionato dentro un incubo fattosi realtà.

Quelle del 2013 avrebbero dovuto essere le elezioni politiche del cambiamento radicale, delle novità su tutti i fronti, della rottamazione tout court.
Ma, purtroppo, accendo la tivù e vedo Berlusconi, Monti e Tremonti, Casini, Bersani, Maroni, Calderoli. I discorsi sono identici a quindici, venti anni fa; persino le parole sono esattamente le stesse.
Insomma avrebbe dovuto essere rinnovamento e invece è solo rinnovo. La differenza linguistica tra i due termini è sottile, ma i significati stanno l’uno agli antipodi dell’altro.

Per quanto cerchi di ignorarla, e di resisterle, l’angoscia sociopolitica mi prende alla gola, allo stomaco, e sento dentro il bisogno ansioso di trovare una via di salvezza.
Ieri sera, per esempio, mi è venuto in mente il Decamerone. Che poi è la storia di un gruppo di donne e uomini i quali, per sfuggire agli orrori della peste fiorentina dell’anno 1348, provano a dimenticare le brutture del mondo e del tempo in cui sono immersi raccontandosi a vicenda delle storie di amore, di intrigo, di sesso, di splendori e di miserie.

Quanto sarebbe bello, mi dicevo, trovare una decina di persone – già conosciute o meno poco cambia – pronte ad esiliarsi con me nelle due settimane pre-elettorali, rinunciando a cellulari e amici virtuali per riunirsi e, semplicemente, raccontarsi delle storie boccaccesche al solo fine di ritrovare il gusto di stare insieme.
Potremmo inventare storie di inganni, tradimenti, e dimenticare così gli inganni e i tradimenti sociali che, vedendoci impotenti, ci causano solo frustrazione. Potremmo leggere o narrare di amori e passioni e chissà… magari, in tale modo, ricordarci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.


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